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4. Non bastano alcune misure di emergenza, peraltro indispensabili, per contrastare un simile disegno. Ciò che occorre è una diversa visione strategica dell'Europa e dell'Italia, basata sui principi di libertà e di uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà, che apra le porte a un civiltà più avanzata. Al centro della quale sia posto il soddisfacimento dei bisogni umani e la salvaguardia ambientale del pianeta, e quindi la valorizzazione del lavoro: non solo come forza produttiva della ricchezza e razionale interazione con la natura, ma anche come piena occupazione e liberazione dalla povertà, come fattore costitutivo della personalità e della dignità umana, e dunque come diritto inalienabile di ogni essere umano.
 
Solo a queste condizioni è possibile un autonomo e autorevole riposizionamento dell'Europa nello scacchiere globale in quanto forza di pace e di coesistenza pacifica tra i popoli, in particolare nel bacino mediterraneo e nel Medio Oriente. E solo in questa dimensione il Vecchio Continente può riconquistare il posto che gli spetta nel mondo.
 
La linea di Renzi e dei poteri dominanti in Europa va nella direzione opposta e non rimuove le cause della crisi, al contrario tende ad aggravarla. D'altra parte, dopo il voto si è aperta in Italia una fase di forte instabilità con diversi sbocchi possibili, caratterizzata com'è da una accentuata mobilità del voto e da un sistema politico in cui i partiti esistenti appaiono ormai come entità provvisorie, fluide e di incerta identità. Alla crisi verticale di Forza Italia si aggiunge quella non meno evidente del movimento di Grillo, mentre cresce la Lega come nuova espressione della destra. A sua volta, il partito di Renzi non si dimostra per nulla un fattore di stabilità e di certezza. Il suo elettorato è fluttuante, e allo stato delle cose non è visibile attorno a Renzi un blocco sociale consolidato.
 
È in questa condizione di fluidità che ci è dato di operare. Avendo ben presente che il ritorno a Blair proposto dallo statista fiorentino è in realtà una prospettiva già consumata dal tempo che ha prodotto effetti distruttivi, e costituisce un palese punto debole del partito renziano e dell'azione di governo. Non solo perché il blairismo, mascherando con un linguaggio di sinistra i principi e le pratiche della destra, è stato una delle cause dell'accelerazione e del diffondersi della crisi. Ma soprattutto perché, dopo le esperienze di Blair e di Schröder, che hanno trasformato il compromesso socialdemocratico tra lavoro e capitale in sofisticate forme di dominio del capitale sul lavoro, si è definitivamente concluso un ciclo storico del movimento operaio e della socialdemocrazia in Europa.
 
Perciò è urgente intraprendere un altro percorso lasciando da parte le scorie del passato, e costruire una sinistra che faccia asse sul lavoro. Ciò implica l'elaborazione di un diverso progetto di società, di quello che potremmo chiamare un programma fondamentale. Se è vero che il dominio del capitale, tramite una feroce lotta di classe condotta dall'alto verso il basso, frantuma e divide i lavoratori, fino a generare una guerra tra poveri che si va estendendo, allora è necessario puntare decisamente alla unificazione del lavoro, individuando con precisione il vero avversario di classe da combattere e sconfiggere. E se i mercati, ovvero poche migliaia di proprietari universali, oggi dominano il mondo e lo spingono sulla soglia della catastrofe umana e ambientale, appropriandosi dei frutti del lavoro sociale e arricchendosi in modo osceno, allora è necessario capovolgere questo mondo e mettere sotto controllo i mercati.