Indice articoli

Il lavoro prima di tuttodi Paolo Ciofi - Dopo il voto del 23 novembre

 

Senza il lavoro non c'è sinistra


1. Non sembra che nei gruppi dirigenti di quel che resta dei partiti, in particolare nel Pd, si sia aperta una approfondita riflessione sulla portata e sulle conseguenze dei risultati elettorali in Emilia-Romagna e in Calabria. Dell'arroganza proprietaria di Renzi che rasenta il bullismo (abbiamo vinto due a zero, tutto il resto è secondario) già molto è stato detto, e poco ci sarebbe da aggiungere. Ma una sottovalutazione grave della portata del voto emerge anche dalle affermazioni di Bersani, quando sostiene che il messaggio degli elettori sarebbe questo: «Restate lì. Noi [...] ci siamo autosospesi ma non vogliamo andare da nessuna parte».

 

In altre parole si tratterebbe di una specie di congelamento del Pd, in attesa del ritorno di quelle brave persone che con il loro fallimento hanno partorito il renzismo. Strano che l'ex segretario non veda come in assenza di una credibile alternativa a sinistra gli elettori abbiano compiuto una precisa scelta politica, se è vero che il Partito democratico nella attuale versione leaderistica simil padronale perde in pochi mesi 680 mila voti in Emilia Romagna (dal 52 al 44 per cento) e 83 mila in Calabria (dal 36 al 24 per cento) rispetto alle elezioni europee del maggio scorso. Questa non è una pioggerella di novembre. È una slavina, precipitata nel corso di un processo che sta progressivamente logorando i fondamenti della democrazia rappresentativa.

 

Il 23 novembre la stragrande maggioranza degli italiani chiamati al voto ha detto in modo clamorosamente evidente che non si riconosce in nessuno dei partiti esistenti. In altri termini, l'intero sistema politico, nella sua attuale conformazione, è risultato inidoneo a rappresentare non una qualche minoranza marginale bensì la maggioranza assoluta nei territori in cui si è votato. Le motivazioni che hanno portato a tale stato delle cose sono diverse, compresa quella che è inutile andare a votare se al governo ci si va con un colpo di palazzo, come ha fatto l'uomo nuovo della politica italiana nel momento stesso in cui dichiarava il contrario.

 

Dunque, niente a che vedere con una presunta laicità del voto liberato delle vecchie appartenenze, come sostiene l'astuto commentatore del Corriere della sera che risponde al nome di Panebianco. Al contrario, il voto del 23 novembre è l'espressione massima del degrado di un sistema politico non più in condizioni di rappresentare la realtà del Paese, con la conseguenza di mettere in discussione l'architettura democratica costituzionale che definisce il patto tra gli italiani, al tempo stesso l'interesse generale e l'unità della nazione. E questo è un primo, inoppugnabile dato di fatto.

 

Si tratta di un processo che viene da lontano, ma questa è la misura del problema con il quale abbiamo a che fare. Oggi siamo in presenza di una crescente crisi democratica, che ha origine nello snaturamento della politica da mezzo per il cambiamento della società a tecnica per la conservazione dell'esistente, e quindi nella trasformazione dei partiti in pure macchine di potere. Uno stato delle cose che in assenza di una reale alternativa alimenta e moltiplica la corruzione e il crimine, il dilagare di fenomeni degenerativi tra pubblico e privato, la penetrazione di poteri mafiosi. Come ha messo in piena luce la drammatica inchiesta giudiziaria di Roma.

 

Il distacco dei partiti da una parte fondamentale della società fa sì che le elezioni in questa fase storica si vincono al ribasso: non con un aumento dei consensi, bensì con un loro costante decremento in termini assoluti. Si è determinata una situazione anomala, nella quale il costante ricorso a leggi elettorali maggioritarie che dovrebbero assicurare la cosiddetta governabilità aggrava il problema, trasformando le minoranze nella società in maggioranze nelle istituzioni. Con il risultato che i governi di ogni livello - locale, nazionale, sovranazionale - tendenzialmente si configurano ormai come governi di una minoranza, espressione della parte dominante della società, accentuando quindi il distacco tra governanti e governati, e trasformando di fatto la democrazia rappresentativa in una moderna oligarchia. Già nelle elezioni europee del maggio scorso, con il tanto sbandierato 41 per cento, Renzi ottenne 11 milioni di voti, un milione in meno di quelli raccolti da Veltroni quando lanciò il Pd «a vocazione maggioritaria» e fu sconfitto dal Cavaliere. Beneficiando della doppia crisi che già aveva ghermito i suoi principali competitori, a fronte dei 2,9 milioni di voti persi da Grillo e dei 2,7 persi da Berlusconi, il nuovo padrone del Pd ne guadagnò 2,5. Ma non riuscì a scalare la montagna degli oltre 20 milioni di italiani che non hanno partecipato al voto. A conferma che la frattura tra la politica e la società non è un dato congiunturale e passeggero.