La parte centrale di questo libro di Ciofi, costituita dalla raccolta dei reportages sul lavoro in Italia apparsi sul Manifesto tra maggio e giugno del 2005, rappresenta senza dubbio la ricostruzione più efficace che, nel decennio che volge ormai alla fine, è stata fatta delle trasformazioni del lavoro industriale nel nostro Paese alle prese con le sfide e le contraddizioni aperte dal processo di globalizzazione. Far parlare direttamente i protagonisti del mondo del lavoro e i dirigenti sindacali di fabbrica, la scelta di situazioni e storie industriali – da Scarmagno a Brescia a Valdagno, fino al sistema di microimprese del Napoletano e alle nuove fabbriche del Mezzogiorno – che costituiscono luoghi della storia della produzione moderna in Italia dotati anche di forte valore simbolico e evocativo per l'intero movimento operaio, consentono di capire della condizione del lavoro nel nostro Paese molto di più di uno studio sistematico e ordinato. Si tratta, insomma, di uno dei pochi tentativi tesi a stabilire un contatto in presa diretta con le lavoratrici e i lavoratori in carne e ossa, con i loro modi di pensare e di sentire.

Si potrebbe obiettare che in questo viaggio nei cambiamenti del lavoro in Italia mancano alcuni luoghi della grande industria in Italia, dalla Fiat alla Pirelli e al suo processo di terziarizzazione, ai grandi complessi a suo tempo impiantati dall'industria di Stato nel Mezzogiorno e ora privatizzati, come il siderurgico di Taranto. Ma aver privilegiato il ruolo di avanguardia che spesso l'industria ha avuto nella provincia italiana ci dice di più della connessione organica tra sviluppo della produzione moderna e costituzione di un tessuto nazionale di quanto ci dica la storia e l'evoluzione di alcuni dei "mostri sacri" della grande industria, di come essa sia stata al centro di un processo di sviluppo non solo economico ma civile,  di crescita della conoscenza e dei saperi.

Il quadro che ne emerge chiarisce come la precarietà, lungi dall'essere solo un modo in cui si abbassano diritti e tutele delle giovani generazioni nel loro difficile e tormentato accesso al mondo del lavoro, sia l'asse portante di un processo che investe dall'interno l'organizzazione del lavoro a partire dalla produzione industriale. Se è così, appare allora evidente quanto la realtà sia lontana dalle rappresentazioni che nel corso degli ultimi due decenni ne ha dato il liberismo temperato degli Ichino, dei Giavazzi, dei Nicola Rossi, dei Boeri. La ricostruzione di Ciofi ci mostra infatti, attraverso una ricognizione condotta sul campo, che la contraddizione principale che segna il lavoro contemporaneo non è, come si è affermato nel corso di questi anni, quella tra padri ipergarantiti e figli privi di ogni tutela, ma quella classica (sia pure nelle forme nuove imposte dalla globalizzazione) tra capitale e lavoro.

Nell'aver messo in ombra l'irrisolto conflitto tra capitale e lavoro sta una delle ragioni che ha provocato la perdita di valore di quest'ultimo nella società contemporanea. La svalutazione del lavoro, non solo sul piano materiale ma anche su quello culturale e simbolico, è all'origine della perdita di senso che il lavoro industriale conosce presso i diretti interessati, cioè gli stessi operai che ne sono i principali protagonisti. Può accadere perciò quello che è avvenuto nell'ultimo quarto di secolo in Italia e in tutti i paesi di vecchia industrializzazione, che cioè al crescere dello sfruttamento e al peggioramento delle condizioni di lavoro non corrisponde più – almeno per filiazione diretta – la formazione di quella che un tempo veniva chiamata "coscienza di classe". E può accadere ciò che nel nostro Paese è apparso nella forma clamorosa della cancellazione della presenza della sinistra nelle istituzioni parlamentari, che tra classe operaia e sinistra politica si consumi un divorzio che a alcuni appare irreversibile e che comunque risulta molto profondo e investe convinzioni e comportamenti non di breve periodo.

L'inchiesta di Ciofi per molti aspetti anticipa riflessioni e giudizi sul rapporto contraddittorio tra lavoratori e politica che oggi stanno al centro del dibattito della sinistra e inizia a scavare sui nessi complessi, e per tanti aspetti inediti, che la rivoluzione neoconservatrice e neoliberista ha costruito tra condizione materiale, coscienza, orientamenti culturali e senso comune, a partire dall'organizzazione del lavoro nella produzione industriale. Da questo punto di vista non è un caso che Ciofi abbia affrontato un tema diventato purtroppo di drammatica attualità, quale quello delle "morti bianche", muovendo dal modo in cui questo fenomeno è stato filtrato attraverso i mezzi di comunicazione di massa in una regione come il Lazio con un lavoro d'indagine il cui rapporto di sintesi viene riproposto nella Parte terza di questo volume. Anche qui dunque un'indagine che non si ferma alla "struttura" ma cerca di comprendere come il lavoro industriale viene interpretato, e anche "manipolato", da quello strumento di formazione dello spirito pubblico costituito dai "media".

La conseguenza è che sarà difficile ricostruire la sinistra politica in un paese a alto sviluppo capitalistico come l'Italia se essa non si riappropria della rappresentanza del lavoro a partire da quello industriale, che oggi incorpora settori ampi della stessa ricerca scientifica applicata. Ma è altresì vero che il reciproco riconoscimento tra sinistra politica e mondo del lavoro non è oggi automatico né avviene attraverso un passaggio lineare dal sociale al politico. Vi è da mettere in campo un'operazione che coniughi contemporaneamente interpretazione dei rapporti di produzione come realmente si sviluppano nel concreto processo lavorativo, critica dei tratti costitutivi di fondo del capitalismo contemporaneo e rappresentazione simbolica della condizione umana che si costruisce nel lavoro, nella rappresentazione che esso ha di se stesso, nel rapporto che stabilisce con il tempo libero. Insomma, si tratta di rimettere in campo per quel che concerne l'organizzazione del lavoro dell'età della globalizzazione, attraverso un immane sforzo di intelligenza collettiva, la stessa operazione culturale che negli anni Trenta, nell'isolamento carcerario, Gramsci fece in solitudine sul fordismo.

In una sua precedente ricerca, dall'impianto più sistematico (Il lavoro senza rappresentanza, manifestolibri, 2004), Ciofi individua nel rapporto tra lavoro e rinnovamento della democrazia il terreno su cui è possibile delineare una via praticabile di trasformazione della società nell'Occidente avanzato e una prospettiva di sinistra nel nostro Paese non congiunturale, o peggio legata a una ipotesi di mero antagonismo sociale, che tenga conto dell'evoluzione in atto del modello europeo che da tempo si è lasciato alle spalle il "compromesso socialdemocratico" da cui è nato. Il carattere "progressivo" della nostra Costituzione e di un assetto della Repubblica "fondata sul lavoro" costituisce per Ciofi il punto di appoggio su cui far leva per riaprire il circolo virtuoso tra politica e lavoro che la crisi del movimento operaio del Novecento ha spezzato.

Si tratta di una prospettiva impegnativa che oggi deve, tra l'altro, fare i conti con un processo di revisione della Costituzione ispirato a modelli di "democrazia governante" che uccidono la rappresentanza. Ma nessuna impresa di tale portata può nemmeno essere avviata se non si riparte dal "vissuto" della condizione operaia, da quell'impasto di fatica, frustrazioni, sogni e aspirazioni, che si mescolano nel corso delle giornate lavorative. E a questo sono dedicate la maggior parte delle pagine di questo libro. E' ciò che ne fa un'opera per certi aspetti insostituibile e quindi particolarmente preziosa.

Prefazione scritta da Piero Di Siena - Roma, maggio 2008