Rapporto Argo "Morti bianche" e incidenti sul lavoro nella rappresentazione dei media - Il caso del Lazio

Il quadro di sintesi a cura di Paolo Ciofi

1. Il lavoro che uccide nella rappresentazione dei media.

Quando gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l'anno e i morti più di mille, non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito. Non si tratta infatti di un fenomeno marginale e in via di estinzione, bensì di un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione e nello stesso modo di essere della modernità. In realtà, siamo in presenza di un fenomeno sociale di massa, sebbene la società non lo riconosca come tale.
Un semplice paragone può essere in qualche misura indicativo della portata umana e sociale del problema. In Iraq, la principale guerra della nostra epoca ha prodotto tra il 2003 e il 2006 2.978 vittime tra i soldati americani. Sul suolo italiano, dove le armi non crepitano, le vittime del lavoro che uccide sono state nello stesso periodo 5.252. Una strage? Di certo una vera e propria guerra a bassa intensità, che di regola si svolge nell'ombra e nel silenzio. Una vergogna che macchia il Paese, che ignora il diritto al lavoro e alla sua sicurezza. E una contabilità spesso arida e anonima, persino controversa, che non ha sussulti neanche di fronte alla fine di una vita.
Ai funerali di Antonio Veneziano, 25 anni, morto il 24 giugno dell'anno scorso mentre stava tirando su i piloni dell'autostrada Catania-Siracusa, in chiesa c'era la corona del Quirinale, ma le panche erano vuote. Non un dirigente politico nazionale, né un rappresentante del governo e delle istituzioni locali. Di fronte al tragico ripetersi delle "morti bianche", il presidente della Repubblica ha dichiarato che bisogna avere il coraggio di indignarsi e di reagire. Ma per ora, nonostante i suoi ripetuti appelli, non si avverte un clima di mobilitazione popolare né di rivolta morale. I molti sostenitori dello stato di diritto, quando si tratta di incidenti e di morti sul lavoro, sembrano aver perso la facoltà di parola. Prevale l'indifferenza e l'assuefazione, se non la rassegnazione sociale.
Il Lazio non è un'eccezione: sta dentro questa realtà. Nel 2006, sullo sfondo di circa 60 mila incidenti sul lavoro, i morti accertati secondo la nostra triste contabilità – che comprende 141 casi dichiarati dall'Inail più altri casi rilevati da fonti diverse e nostre indagini – sono stati 151, di cui 94 (62,2 per cento) in provincia di Roma. Per valutare le modalità con cui i principali media, Tv e quotidiani della carta stampata, trattano l'informazione sul tema cruciale delle "morti bianche" nella regione (in media una vita perduta ogni due giorni), abbiamo messo sotto osservazione i Tg nazionali di Rai, Mediaset e La 7 oltre al Tg Lazio, e sedici giornali, scelti secondo un criterio di ampia rappresentatività, di cui cinque a carattere locale che si stampano nel territorio regionale. Emergono molteplici dati e valutazioni, di cui nel seguito diamo una sintesi.
Per quanto riguarda i telegiornali nazionali, nell'insieme le reti pubbliche e private hanno dedicato solo undici servizi alle 151 "morti bianche" nel Lazio (sei della Rai, tre di Mediaset, due di La 7). Ma se si considera che dieci servizi su undici hanno riguardato l'incidente del 20 luglio a Terracina, dove due persone - di cui un minorenne - sono morte folgorate, si può ben dire che le morti sul lavoro nel Lazio hanno trovato nei Tg nazionali uno spazio pressoché equivalente a zero. In pratica, i telespettatori che usufruiscono del servizio pubblico e privato nazionale sono stati tenuti all'oscuro di un fenomeno di eccezionale gravità, che si verifica in dosi massicce in una delle principali regioni italiane dove ha sede la capitale della Repubblica.
Il cardine dell'informazione televisiva sulle "morti bianche" nella regione è il Tg Lazio, che nel 2006 ha dedicato al tema 32 servizi. In questo caso non è raro il tentativo di collocare l'incidente e la perdita della vita nel contesto più ampio delle condizioni di lavoro, e di sottolineare il peso del lavoro nero, la frantumazione del ciclo produttivo con il ricorso ad appalti e subappalti, gli scarsi investimenti in sicurezza e formazione da parte delle imprese. Un certo spazio viene riservato anche a commenti e dichiarazioni di sindacalisti e rappresentati delle istituzioni, e alle iniziative di queste ultime.
Si può in definitiva sostenere che l'informazione televisiva in materia di sicurezza e di morti sul lavoro è affidata pressoché totalmente all'articolazione regionale del servizio pubblico, cioè appunto al Tg Lazio, che svolge una funzione insostituibile. In sua assenza, un tema dai risvolti umani e sociali così significativi non avrebbe cittadinanza nelle reti televisive. Ma, d'altra parte, si deve osservare che dal punto di vista quantitativo abbiamo a che fare pur sempre con un numero di servizi che corrisponde a poco più del 20 per cento degli eventi luttuosi. Se poi si considera che il medesimo incidente viene trattato in più edizioni dello stesso telegiornale, si è portati a concludere che anche nel Tg Lazio il tema del lavoro e della sua sicurezza non occupa una posizione centrale, e che il cittadino telespettatore, anche in questo caso, non ha a disposizione un quadro informativo adeguato alla frequenza delle "morti bianche" e alla drammaticità del tema.
Dal punto di vista qualitativo, poi, pur apprezzando il tono prevalente di denuncia non "neutrale" e lo sforzo di approfondimento necessariamente condizionato dalla tirannia del tempo e dalle caratteristiche del mezzo, si deve osservare che solo nel 14 per cento dei casi la notizia di una vittima del lavoro "conquista" la copertina del telegiornale, o viene data come prima notizia. Del resto, anche nel caso del Tg Lazio, il reportage e l'inchiesta non vanno per la maggiore, se è vero che i redazionali coprono oltre l'80 per cento dei servizi. Di una certa frammentarietà e casualità nella scelta delle notizie, che sembra obbedire in più occasioni a fattori esterni (conferenze stampa, dichiarazioni di esponenti delle istituzioni e così via) piuttosto che a una precisa linea editoriale, sono testimonianza il rilievo dato ad alcuni eventi e l'omissione di altri, pur particolarmente drammatici e significativi.
Non è il caso degli incidenti mortali avvenuti il 15 novembre scorso, ai quali il Tg Lazio ha dato visibilità con due servizi nel giorno di sciopero dei quotidiani. E' stata una giornata tragica. Nelle Nuove Cartiere di Tivoli ha perso la vita il manutentore Ezio Mastrangelo di Pico, che ha avuto il cranio schiacciato dagli ingranaggi del macchinario che stava controllando. Sui binari nei pressi di Monterotondo scalo è stato ucciso il ferroviere Massimo Romano, originario della provincia di Avellino, che lascia la moglie e due figli di 14 e 11 anni.
Un episodio, quest'ultimo, che ha indotto i colleghi della vittima, costituiti in comitato di solidarietà, a chiedere l'intervento del presidente della Repubblica perché a tre mesi dalla morte sul caso era calato il silenzio e la famiglia non aveva ricevuto alcun aiuto: «la liquidazione - si legge nella lettera a Napolitano - è bloccata in attesa dell'intervento del giudice tutelare; l'Inail di Avellino non eroga indennizzi in attesa di un certificato di morte fermo alla Procura di Tivoli; da Rfi, l'azienda per cui Massimo lavorava, non è arrivato alcun sostegno; il sindacato cui era iscritto non è intervenuto».
La visibilità delle "morti bianche" nel complesso è indubbiamente maggiore sui quotidiani della carta stampata. Gli articoli pubblicati sull'argomento dai sedici giornali oggetto della nostra analisi sono stati nel 2006 in totale 201: 168 sugli undici quotidiani di rilevanza nazionale, 33 su quelli locali. Se però consideriamo la media, non si arriva a tredici pezzi annui per testata, una cifra assolutamente sottodimensionata rispetto ai 151 morti sul lavoro nella regione. Se poi si prendono in esame le diverse testate, emergono altri motivi di interesse che inducono a ulteriori riflessioni.
La grande stampa considerata d'informazione dedica all'argomento 36 articoli (19 il Corriere della sera, 17 la Repubblica); i quotidiani di Roma 35 (17 Il Messaggero, 18 Il Tempo); i quotidiani politici che fanno riferimento ai principali partiti della sinistra 48 (27 l'Unità, 21 Liberazione), che diventano 58 prendendo in considerazione anche il manifesto; i quotidiani politici che fanno riferimento ai principali partiti della destra 19 (2 Il secolo d'Italia, 17 Il Giornale); L'Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, 20; Il sole-24 ore, che fa capo alla Confindustria, 0.
Se ne deduce che la grande stampa, che nell'informazione indica la sua mission, sull'argomento offre meno informazioni dei quotidiani della sinistra politica e dell'Osservatore Romano. Lo stesso discorso vale per i quotidiani della capitale, la cui proprietà (Caltagirone, Bonifici) è fortemente radicata nelle attività connesse con l'edilizia. E ciò senza considerare l'enorme differenza nella fogliazione, sia per le pagine nazionali che per quelle della cronaca locale (il manifesto e Liberazione non dispongono neanche della cronaca romana), come pure nella potenza economica, che separano i grandi quotidiani dai giornali della sinistra politica. Quanto al quotidiano legato alla Confindustria, sulle sue pagine non abbiamo trovato notizie riguardanti la morte dei lavoratori nel Lazio.
Prendendo in esame alcuni aspetti qualitativi, si deve osservare che, quanto alla collocazione dei pezzi, solo nel 36,8 per cento dei casi le notizie relative alle "morti bianche" vengono date in apertura di pagina. Nella misura del 25 per cento, invece, cadono nel buco nero delle brevi, il dimenticatoio dell'informazione. In proposito fa riflettere il fatto che un grande quotidiano come la Repubblica di De Benedetti, dopo Il Secolo d'Italia e insieme al Giornale della famiglia Berlusconi, detenga con il 52,9 per cento il record delle brevi. Evidentemente, si tratta di una scelta editoriale. Valutazione che sembra confermata non solo dalla circostanza che il 100 per cento dei pezzi sull'argomento è redazionale, ma anche dai toni degli articoli, che solo nella misura del sei per cento contengono elementi di denuncia: altro record, dopo Il Secolo e insieme al Messaggero.
Quanto alla presenza di elementi che arricchiscono i pezzi e collocano la notizia in un più ampio contesto, come interviste e dichiarazioni, immagini, schede e tabelle, colpisce, su un versante, la insignificante quantità delle dichiarazioni e delle presenze dei dirigenti politici, che a differenza dei rappresentanti sindacali e istituzionali sembrano alquanto indifferenti all'argomento. Su un altro versante, il rilevante ricorso all'apparato iconografico da parte del Corriere e di Repubblica, del Messaggero e del Tempo, piuttosto che per la comprensione e l'approfondimento della notizia sembra utilizzato molto spesso per rafforzarne il taglio sensazionale e di cronaca nera. In particolare, l'ampio uso delle foto da parte della Repubblica, del Tempo e del Messaggero, appare principalmente rivolto a indurre nel lettore, posto di fronte a episodi osservati con gli occhiali della cronaca in nero, una generica reazione emotiva.
Sui quotidiani locali la visibilità delle "morti bianche" è maggiore rispetto al numero degli eventi che si verificano nella diverse province del Lazio. E ciò si spiega con il legame particolarmente intenso che questi giornali devono necessariamente mantenere con il territorio e con le comunità locali, che è la condizione della loro stessa esistenza. La conferma viene anche dal maggior rilievo dato alle notizie sull'argomento: ad esempio, Ciociaria Oggi e Latina Oggi le collocano nel 90 per cento dei casi in apertura di pagina. Come pure dal fatto che i giornali locali preferiscono inviare un redattore sul posto piuttosto che affidarsi alla forma redazionale degli articoli. Ma ciò non significa, come mette in evidenza l'osservazione differenziata delle testate, che prevalgono i toni della denuncia e l'analisi critica delle circostanze che li hanno determinati. Elevate sono infatti le percentuali che attribuiscono l'evento mortale alla fatalità.
Nei quotidiani a diffusione nazionale si riscontrano due principali orientamenti, che in ultima analisi costituiscono il presupposto culturale posto a fondamento dell'informazione sulla sicurezza del lavoro e sulle "morti bianche". L'uno, proprio dei principali quotidiani nazionali e romani, come anche del Giornale di Berlusconi, che considera gli infortuni sul lavoro un prezzo, sia pure deprecabile, da pagare alla crescita economica e alla competitività globale. Da cui deriva, da un lato, la tendenza a considerare le "morti bianche" come un aspetto quasi fisiologico del sistema-lavoro e, dall'altro, a derubricarle a livello di episodi di cronaca nera, dandone per scontata troppo spesso l'inevitabilità.
L'altro orientamento, al contrario, ritiene che le cause ultime della morìa da lavoro siano da rintracciare nel modello economico, che considera il lavoro medesimo un fattore subalterno, e nella organizzazione del processo produttivo, basato sulla sua frantumazione e precarietà. Sembra questo l'orientamento prevalente del manifesto (secondo il quale «la parcellizzazione del lavoro non giova alla sicurezza, ma unicamente al profitto»), di Liberazione e dell'Unità. La novità è costituta dall'Osservatore romano, che ha condotto una vera e propria campagna contro le "morti bianche": secondo il quotidiano della Santa Sede queste non sono «un prezzo obbligatorio da pagare alle leggi dell'economia e del profitto», ma derivano dal «non rispetto della vita umana» e da «una concezione ottocentesca del lavoro, nella quale i diritti sono intralci e l'impiego quasi un regalo».
Tuttavia, come risulta dalla nostra analisi, l'informazione offerta dai media televisivi e della carta stampata appare nell'insieme inadeguata a rappresentare la tragica e complessa realtà delle "morti bianche" nel Lazio. Abbiamo riscontrato, accanto all'insufficienza dei dati quantitativi che illuminano una realtà molto parziale e dunque distorta, l'assenza dell'inchiesta, come pure la mancanza di una narrazione non episodica delle nuove presenze e contraddizioni del lavoro. Ne scaturisce una visione oleografica, per non dire "buonista", della metropoli e del territorio che avvolge nell'ombra le cause dell'insicurezza sul lavoro e delle "morti bianche", attutisce la sensibilità sociale, ostacola una presa di coscienza collettiva, e quindi un'indignazione e un movimento per l'affermazione di un diritto primario tragicamente negato. Non si sfugge alla constatazione che le modalità informative sulle "morti bianche" siano fortemente dipendenti dagli interessi della proprietà sui mezzi di comunicazione.
Assai significativo, in proposito, è il trattamento che tre grandi quotidiani hanno riservato a uno degli eventi più gravi che di recente hanno funestato il Paese, provocando tra gli altri anche l'intervento del presidente della Repubblica e dei presidenti dei due rami del Parlamento: l'esplosione dello stabilimento della Umbria Olii SpA a Campello sul Clitunno il 25 novembre 2006, in cui sono morti tra le fiamme quattro operai addetti alla manutenzione. Il Sole-24 ore, nell'edizione del 26 novembre, riporta in prima pagina una notizia in breve di 15 parole. Il servizio di 50 parole, con foto e didascalia, è a pagina 16. Nessuna notizia i giorni 27 e 28. Il Corriere della sera il giorno 26 ha in prima pagina un riquadro con foto e titolo in grassetto. A pagina 11 la descrizione dell'incidente, con dichiarazione dei presidenti delle Camere e una statistica degli incidenti sul lavoro nel 2005. Il giorno 27 nessuna notizia in prima pagina. Servizi e spiegazione del disastro a pagina 19, dove sono riportate anche le parole del presidente della Repubblica. Il giorno 28 nessuna notizia.
Una menzione particolare merita Il Messaggero, che al disastro dedica ampio spazio. Il giorno 26 riquadro in prima pagina con il titolo: «Quattro morti. Allarme inquinamento». Foto e articolo che segue a pagina 11: «A rischio Clitunno e Tevere». L'intera pagina è dedicata al «disastro ecologico», mentre a pagina 10 si descrive la dinamica dell'incidente e si fa riferimento ai «quattro operai dilaniati nell'oleificio» con grafici e tabelle sugli incidenti sul lavoro. Il giorno 27 nessuna notizia in prima pagina. Alle pagine 10 e 11 molti servizi, foto e dichiarazioni. Titolo a tutta pagina «Napolitano: spezzare la catena dei morti». Il giorno 28 nessuna notizia.
Se per Il Sole Campello sul Clitunno è stata una notizia marginale di un giorno, da cancellare il più presto possibile, il Corriere e Il Messaggero hanno invece posto l'accento sui toni spettacolari ed emotivi con titoli ad effetto, grandi foto e una sovrabbondanza di dichiarazioni (talora semplicemente superflue): in questo caso la spettacolarizzazione è durata due giorni, poi è calato il sipario. Il Messaggero ha portato in primo piano il fattore inquinamento e il rischio ambientale, con conseguenze nefaste sul fiume di Roma, equiparandoli alla perdita di vite umane e al tema generale della sicurezza sul lavoro. Una scelta che sembra evocare paure collettive e rischi incombenti, di fronte ai quali le "morti bianche" appaiono quasi marginali e comunque tali da investire solo un segmento minoritario e circoscritto della popolazione.
E' penoso rilevarlo, ma paradossalmente i media fanno vivere gli operai solo (e non sempre) nell'attimo in cui la morte li ghermisce: come è successo appunto a Campello sul Clitunno, in circostanze insolitamente crudeli, violente e spettacolari. In ogni caso, l'esplosione dell'oleificio, appartenente a un marchio tra i più apprezzati in Europa, è stata trattata come un accidente da archiviare, non certo come un'occasione per indagare le cause di sistema che generano il massiccio fenomeno delle "morti bianche" né, tanto meno, per porre all'attenzione del Paese un progetto per la sicurezza e la valorizzazione del lavoro.
Eppure, nei numerosi e reiterati interventi del presidente Napolitano si rintraccia un filo rosso che va riannodato, se si vuole colpire alla radice il fenomeno delle "morti bianche" e degli incidenti sul lavoro. Già nel messaggio al Parlamento, subito dopo la sua elezione, il presidente sottolineava che «il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai alla tutela del lavoro in tutte le sua forme e applicazioni». Successivamente, nel messaggio di fine anno agli italiani, - dopo aver osservato che occorre guardare «con particolare sensibilità a chi lavora in condizioni pesanti e per salari inadeguati, a cominciare dagli operai dell'industria» – reiterava: «Non si può tollerare la minaccia e la frequenza degli infortuni cui è esposta la sicurezza, e addirittura la vita, di troppi occupati, specie di chi, italiano o straniero, lavora in nero». E poi, nell'intervento rivolto ai partecipanti alla Conferenza nazionale sulla salute e la sicurezza sul lavoro, precisava che «le cause principali» da rimuovere «sono la precarietà e la mancanza di garanzie che caratterizzano soprattutto il lavoro nero».
Sicuramente le parole di Giorgio Napolitano hanno contribuito in grande misura a far uscire dell'ombra il tema della sicurezza del lavoro: sia nell'agenda politica che in quella istituzionale di Camera e Senato. Come pure sui media a stampa e in video. Ma non sono riuscite a suscitare una discussione "di sistema" che coinvolgesse il Paese, i suoi intellettuali, le rappresentanze sindacali e imprenditoriali, le istituzioni locali, i lavoratori e i cittadini. Né si può realisticamente sostenere che il tema del lavoro e della sua sicurezza sia al centro dell'attenzione del sistema informativo nazionale e regionale.
Manca una cultura di riferimento in grado di dare il giusto peso al problema, nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi. In queste condizioni, le imprecisioni e anche le omissioni non devono sorprendere. Per esempio La 7, che pure tra le emittenti televisive è una della più attente al tema, in un servizio del 6 luglio 2006 sosteneva che «Roma risulta la capitale delle "morti bianche" con 49 vittime in tre anni». Purtroppo in un solo anno, il 2006, i morti da lavoro accertati nella città di Roma sono stati 66. In effetti, quando parliamo delle "morti bianche", di cosa parliamo? Qual è l'oggetto dell'informazione e dell'analisi? In altre parole: qual è l'entità del fenomeno? E quale la sua evoluzione qualitativa nello scorrere del tempo? Fare chiarezza sull'entità e qualità del fenomeno è una condizione ineludibile per una corretta informazione e per impostare azioni concrete.

2. "Morti bianche" e incidenti sul lavoro, i dati e le tendenze in atto.

Dalla ricerca di Antonio Castronovi, cui si fa riferimento nel testo, emergono alcune novità di particolare rilievo, soprattutto quando si "scopre" che "morti bianche" e incidenti sul lavoro appaiono legati alle trasformazioni dell'economia e non sono, come si tende a sostenere, fenomeni connessi solo con le aree di arretratezza. Inoltre, la ricerca mette in evidenza che non ci troviamo di fronte a un fenomeno in declino, ma in ascesa da almeno dieci anni.
Come abbiamo visto, le vittime del lavoro nel Lazio registrate dall'Inail nel corso del 2006 sono state 141, 28 in più rispetto agli incidenti mortali denunciati al medesimo istituto nel 2005. Aggiungendo gli altri dieci morti rilevati dalla nostra indagine, che ha incrociato i dati Inail con quelli della Regione Lazio, della stampa e di fonte sindacale, si raggiunge la cifra di 151 caduti sul fronte del lavoro. Qual è il significato di questo numero, di per sé molto elevato e impressionante? La prima risposta è una semplice constatazione: le "morti bianche" sono in aumento, e in modo consistente, rispetto all'anno precedente. La seconda è un po' più complessa e anche sorprendente: 151 vite spezzate sembra essere un record, il numero in assoluto più alto degli infortuni mortali nel Lazio degli ultimi trent'anni. Un record negativo che avremmo preferito non raggiungere.
Se stiamo ai dati Inail relativi ai casi denunciati, ci accorgiamo che questa cifra – pur depurata dei nostri rilevamenti – si colloca pienamente dentro l'accentuata tendenza alla crescita degli ultimi dieci anni: tra il 1996 e il 2005 i morti sul lavoro nel Lazio aumentano da 78 a 113 (+44,87 per cento), mentre in Italia diminuiscono del 7,10 per cento. Nello stesso periodo, gli infortuni passano nella Regione da 50.694 a 57.964 (+14,23 per cento), mentre in Italia scendono del 4,77 per cento. Nella seconda metà del decennio, anni 2001-2005, continua nel Lazio la crescita perversa delle "morti bianche" da 104 a 113 (+8,7), a fronte di un calo in Italia del 18,8 secondo i dati Inail. In pari tempo, mentre gli infortuni si stabilizzano intorno ai 58 mila casi nella Regione, in Italia scendono dell'8,2.
Bisogna però aggiungere che le più recenti informazioni di fonte Inail per l'anno 2006 registrano a livello nazionale una sostanziale stabilità degli infortuni denunciati e un preoccupante aumento delle "morti bianche". La dinamica decrescente si attenua e si interrompe, cosicché gli opposti andamenti regionale e nazionale degli ultimi anni sembrano oggi attenuarsi per convergere in un'unica tendenza all'aumento. In ogni caso, l'idea fortemente propagandata dal precedente governo e sostenuta dai vertici dell'Inail del tempo, secondo cui ci troveremmo di fronte a una costante e irreversibile tendenza al ribasso, non risulta fondata.
Nel confronto con i Paesi europei (Eu 15, anno 2004), l'Italia si colloca al di sotto della media per quanto riguarda gli infortuni per 100 mila occupati, ed è in media Eu 15 per quanto riguarda lo stesso indice riferito alle "morti bianche". Ma in termini assoluti, con 1.300 morti ogni anno (oltre il 20 cento del totale), occupiamo stabilmente il primo posto in Europa.
Più che un'inesorabile discesa verso il basso, i dati mettono in luce una tendenza allo spostamento del peso degli infortuni e delle "morti bianche" dai settori tradizionali verso il terziario e tra le donne, in conformità con i cambiamenti strutturali dell'economia del Paese. Nell'insieme, tuttavia, i dati Inail, pur nella loro gravità, non danno conto della complessità ed ampiezza del fenomeno, che appare sottovalutato in misura non irrilevante. Innanzitutto, perché non comprendono i lavoratori in nero, stimati in Italia nell'ordine di oltre tre milioni di persone e nel Lazio intorno alle 350 mila unità, secondo una valutazione della Cgil. L'Inail stesso, nelle sue stime, attribuisce al lavoro nero circa 200 mila infortuni l'anno, da sommare a quelli denunciati.
Come giustamente sostiene l'Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro), andrebbero aggiunti anche i casi mortali e d'invalidità permanente causati da malattie professionali, che invece sono esclusi dalle statistiche Inail. Secondo i dati della medesima associazione, nel periodo 2001-2005 i morti da malattie professionali sono stati 837 e gli invalidi permanenti quasi 19.000, esclusa l'agricoltura e il settore statale, i cui dati non sono disponibili. E ciò senza contare che la presenza e il diffondersi di nuove patologie professionali per ora non trovano riconoscimento. L'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) valuta che, a fronte di ogni incidente mortale, ci siano quattro morti da malattie professionali.
Andrebbero poi considerati i casi derivanti da incidenti domestici, che causano sei-settemila decessi non censiti dalle statistiche Inail, nonostante l'assicurazione obbligatoria per le casalinghe introdotta con la legge 493 del 1999. Per i lavoratori precari e autonomi, invece, l'obbligatorietà dell'assicurazione antinfortunistica ancora non esiste, e quindi automaticamente per la società e per lo Stato non esistono neanche gli infortuni e le morti di cui autonomi e precari sono vittime. Bisogna inoltre tener presente che un certo numero, difficilmente quantificabile, di decessi e di incidenti per cause di lavoro viene derubricato come semplice incidente stradale o infortunio domestico. Insomma - come si legge nella relazione della Commissione d'inchiesta del Senato -, siamo in presenza di «una grave carenza negli attuali metodi di rilevamento dei dati, in quanto tali metodi fanno prevalentemente riferimento all'attività assicurativa dell'Inail».
Ad abbassare il livello dei fenomeni statisticamente rilevati, e a renderne più difficile la comprensione, concorre anche il fatto che le comunità straniere organizzano spesso propri soccorsi clandestini. «Chi si fa male – scrive la Repubblica del 21 novembre 2006 – se gli va bene viene portato in un ambulatorio clandestino; ogni gruppo etnico ha i suoi ospedali volanti». E qualche volta anche i propri cimiteri. Impressionante è l'immagine con cui si apre Gomorra, il libro di Roberto Saviano: il container sospeso sopra la banchina del porto di Napoli improvvisamente si apre e rotolano in terra i teschi dei cadaveri, inscatolati per essere spediti in Cina. Ma al di là dei casi estremi, è pressante a nostro parere l'esigenza di costruire un sistema di rilevamento che avvicini con buona approssimazione la portata reale del fenomeno, e che contribuisca a metterne in chiaro l'evoluzione e la qualità nuova, fortemente connessa con lo sfruttamento della manodopera migrante, e anche delle donne e dei bambini.
Sebbene l'indice d'incidenza calcolato dall'Inail sui casi indennizzati sia nella regione tra i più bassi d'Italia, il record negativo delle "morti bianche" nel Lazio e a Roma è dovuto essenzialmente all'incremento rilevante degli infortuni nei servizi e in genere in quelle attività che comportano frequenti spostamenti e maggiore mobilità. In altre parole, l'affermarsi del "modello Roma" nel territorio metropolitano, con la crescita delle attività terziarie e di servizio alle persone e alle imprese, ha comportato uno spostamento degli infortuni dai settori più tradizionali (il primario e il secondario) verso quelli più avanzati e moderni. Si può dunque sostenere che la crescita degli infortuni è legata all'affermazione della modernità piuttosto che alla persistenza dell'arretratezza.
E' un'evoluzione confermata dall'andamento degli ultimi tre anni (2003-2005). Infatti, mentre flettono in agricoltura (-9,5 per cento), nell'industria manifatturiera (-7,2) e nelle costruzioni (-1,1), gli infortuni aumentano nei trasporti (+4,5), nel commercio (+8,1) e nei servizi alle imprese (+10,3). Gli incidenti in itinere sono cresciuti nello stesso periodo del 23,1 per cento. In generale, in tutti i settori indicati, gli indici al rialzo fanno segnare incrementi ben più elevati di quelli nazionali. In ogni caso, lo spostamento e l'elevata crescita degli incidenti e delle "morti bianche" nel terziario e nei servizi mettono in evidenza che i decessi e le invalidità permanenti da lavoro non dipendono esclusivamente dalla rischiosità delle lavorazioni, ma sono sempre più legati al modo con cui il fattore umano, e quindi il diritto della persona che lavora, pesa nell'organizzazione del lavoro e nell'assetto sociale, nella considerazione delle istituzioni, nella configurazione stessa della rappresentanza sindacale e politica.
Risulta evidente che il modello metropolitano affermatosi in questi anni a Roma e nel Lazio non si è accompagnato con una crescita qualitativa dell'organizzazione del lavoro e della sicurezza, fondata sulla centralità dei diritti dei lavoratori. Accanto alla persistenza del lavoro nero e irregolare in edilizia, la novità è rappresentata dall'intensificazione dello sfruttamento non solo nei servizi privati, nel commercio e nel turismo, ma anche nei servizi pubblici e sociali (in particolare tra le donne), come pure nelle attività finanziarie e immobiliari, tutti settori in espansione dove regna una forte precarietà. Ma la precarietà, al pari del lavoro nero, è nemica della sicurezza, ed è una delle cause dell'aumento delle "morti bianche".
Uno studio dell'Ires Cgil ha accertato che in Italia, negli ultimi dieci anni, gli infortuni tra i lavoratori atipici sono aumentati del 20 per cento in alcuni settori. Ed è stato anche accertato che i lavoratori precari tendono a sottostimare la presenza del rischio sul lavoro, dal momento che per il 62 per cento di essi il rischio più avvertito è la perdita del posto di lavoro. Di fatto, la precarietà del lavoro, abbassando i livelli di sicurezza, innalza i livelli di precarietà della vita umana.
Né si può sottovalutare l'alto tasso di irregolarità e illegalità che caratterizza il sistema delle imprese nella regione e a Roma. All'inaugurazione dell'anno giudiziario, il presidente della Corte d'appello della capitale ha denunciato che su 4.000 aziende controllate nel 2006, in 3.000 sono state riscontrate violazioni delle norme di sicurezza. Inoltre, dalle 8.194 ispezioni effettuate nel 2006 dalle Direzioni del Lavoro delle cinque province del Lazio, sono risultate irregolari 5.212 aziende, di cui 3.138 per evasione e irregolarità contributiva e 2.074 per il mancato rispetto delle norme di sicurezza.
La microimpresa, che caratterizza il tessuto economico della regione, è il luogo privilegiato nel quale si verifica la parte di gran lunga preponderante degli infortuni e delle "morti bianche". Ma la microimpresa sta dentro un sistema economico e una modalità organizzativa del lavoro, che di norma adottano la frammentazione del lavoro medesimo come criterio per abbattere i costi del ciclo produttivo, e che perciò concepiscono la sicurezza come pura variabile dipendente dalle condizioni di competitività e profittabilità. L'intreccio di appalti e subappalti, le esternalizzazioni e le terziarizzazioni sono la pratica realizzazione di questo criterio, che scarica tutti i costi possibili sui lavoratori e sugli anelli inferiori della catena di creazione del valore.
Nel Lazio abbiamo alcuni esempi da manuale che illustrano questo modello. Per realizzare 15 chilometri della terza corsia del Grande raccordo anulare sono stati impiegati 150 subappalti, in media 10 al chilometro. Nella Centrale Enel di Torre Valdaliga Nord (Civitavecchia) operano 60 imprese appaltanti e 180 in subappalto. Nelle cave di travertino a Tivoli, attorno a una ventina di grandi società ruotano circa 80 piccole imprese, anche a conduzione familiare, che fanno il lavoro più pericoloso e che, denuncia la Fillea Cgil, «trascurano totalmente le norme di sicurezza». Come osserva uno dei nostri più autorevoli sociologi, Luciano Gallino, «la frammentazione pianificata dei processi produttivi, in imprese e squadre di lavoro sempre più piccole, collegate da lunghe catene di esternalizzazioni a cascata e sub-appalti, disincentiva la formazione della sicurezza. E in molti casi la rende tecnicamente inattuabile».
Quanto poi alla responsabilità sociale della grande impresa, citiamo il caso della Good Year di Latina: un caso che non ha avuto – e non ha – l'attenzione e la risonanza che merita. Dopo aver provocato la morte di 140 lavoratori a causa dei tumori contratti nello stabilimento di Cisterna, il gruppo ha chiuso i battenti e delocalizzato la produzione in Cina. Sono rimasti i lavoratori, avvelenati e disoccupati, che lottano per avere riconosciuto e risarcito il danno, in un processo che vede coinvolti i dirigenti della fabbrica e gli ispettori che avrebbero dovuto controllare l'ambiente di lavoro.
In definitiva, gli infortuni e gli incidenti mortali, come pure le malattie professionali e i decessi che ne conseguono, sono il punto terminale della lunga catena di svalorizzazione del lavoro, l'effetto ultimo della configurazione del lavoro medesimo come pura variabile dipendente dall'impresa, della sua riduzione a merce nella piena disponibilità del capitale. Come ha notato il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, «la deregulation non aumenta il Pil ma solo le vittime». Una patologia dello sfruttamento. Una condizione nella quale i lavoratori non vedono riconosciuti i loro diritti, non hanno peso nella società e nelle istituzioni. In questa condizione, invece di un diritto, di un mezzo per l'affermazione della persona, il lavoro diventa un rischio, addirittura un pericolo di morte.
Si tratta di un processo globale. Mai come in questa fase storica il lavoro dipendente è stato così diffuso nel mondo, e mai il livello degli incidenti e delle "morti bianche" è stato così elevato. Secondo l'Oil, nel 2004 oltre due milioni 200 mila persone sono morte nel mondo per cause di lavoro, 200 mila in più rispetto all'anno precedente. E circa 270 milioni sono state le persone vittime di incidenti non mortali. «E' stato stimato – si legge nel Rapporto Oil – che la perdita di Pil globale conseguente a decessi, infortuni e malattie legati al lavoro è venti volte maggiore degli aiuti ufficiali allo sviluppo. Se i costi economici sono molto elevati (il quattro per cento del Pil mondiale la perdita attribuibile ai costi generati da incidenti, decessi e malattie legate al lavoro), il costo umano è incalcolabile».
Rappresentare sui media questa realtà e analizzarla criticamente non è facile, e diventa ancora più difficile quando il dominio del capitale e della finanza assoggetta non solo gli strumenti della produzione materiale e immateriale, ma anche il sistema dell'informazione. Quando questa convergenza si realizza, si produce un vero e proprio Big Bang: come dimostra la lunga vertenza dei giornalisti italiani per il contratto nazionale, che non trova sbocchi. E' ormai dimostrato che la proprietà sui mezzi di produzione, come su quelli di comunicazione, non fa differenza. In entrambi i casi ciò che si vuole è la disponibilità completa dell'inquadramento, degli orari, delle prestazioni.
Precarizzazioni, esternalizzazioni e una sorta di taylorismo intellettuale che frammenta ruoli e funzioni stanno investendo anche il lavoro giornalistico. Pensare, sosteneva l'ingegner Frederich W. Taylor, nuoce alla produttività. Pensare spetta alla direzione, all'ufficio tempi e metodi. Il Libro bianco sul lavoro nero pubblicato dalla Fnsi descrive una condizione su cui tutti dovrebbero riflettere: giornalisti giovani e meno giovani pagati due euro a notizia, cinque-dieci euro lordi ad articolo. E poi tutte le forme di "flessibilità" possibile, che ormai riguardano più di 30 mila persone. Diversi giornali americani, tra cui il Chicago Tribune e il Los Angeles Time, stanno progettando di esternalizzare oltremare alcune sezioni allo scopo di abbattere i costi. Osserva il segretario della Fnsi Serventi Longhi: «Tutto il mondo del lavoro ha vissuto svolte epocali, ma per noi è la prima volta. Il tentativo di spostare il lavoro fuori è un mezzo per ridurre il costo globale. Che diventa riduzione dell'autonomia, dell'indipendenza».
Rappresentare in condizioni di precarietà e insicurezza la condizione di precarietà e insicurezza del lavoro diventa una missione quasi impossibile. E questo perché, in altre parole, il lavoro giornalistico non sta fuori del processo di generale svalorizzazione del lavoro. Anche per esso vale l'osservazione che forse il lavoro non ha rappresentazione perché non ha rappresentanza, ossia perché non è in grado di riconoscere e di far valere pienamente i propri diritti. E' dunque chiaro, a noi sembra, che la lotta contro gli infortuni e le "morti bianche", per l'applicazione delle leggi e delle norme di sicurezza, non può prescindere, per avere successo, da un più generale impegno per affermare i diritti e i valori del lavoro.

3. Le norme e gli strumenti.

Non si può sostenere che il decreto legislativo numero 626 del 1994, ovvero il perno su cui dovrebbe ruotare l'intero sistema della sicurezza del lavoro in Italia, non sia tale da offrire un'ampia protezione alle persone che lavorano, sebbene a oltre dieci anni di distanza appaia oggi evidente l'assenza di tutele per i precari e per gli addetti al terziario avanzato. Impostato sul criterio della prevenzione, e dunque della programmazione nel tempo degli interventi in relazione all'evoluzione delle tecnologie, esso mette in capo all'imprenditore la responsabilità di garantire, nel momento stesso in cui organizza la propria attività d'impresa, sicurezza e salute ai dipendenti in tutti gli aspetti connessi con il lavoro.
L'imprenditore deve perciò provvedere, secondo la legge, alla nomina di un responsabile della sicurezza e alla predisposizione di adeguati interventi volti alla valutazione dei rischi, alla definizione delle misure di prevenzione e protezione individuale, al programma per il miglioramento dei livelli di sicurezza. In tale contesto, i lavoratori sono impegnati a prendersi cura della propria salute e di quella delle altre persone presenti nel luogo di lavoro, conformemente alla loro formazione e ai mezzi forniti dall'impresa.
Secondo la normativa comunitaria, di cui il decreto costituisce attuazione, il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro rappresenta un obiettivo che non può dipendere da valutazioni puramente economiche. Come del resto è previsto nel nostro ordinamento dall'articolo 2087 del Codice civile, secondo il quale la sicurezza non può essere subordinata a criteri di mera fattibilità economica e produttiva. Principio che sembra rafforzato da una importante sentenza della Corte costituzionale, la 312 del 25 luglio 1996.
In linea con questa impostazione, il decreto 626 sancisce la partecipazione dei lavoratori come soggetti attivi in tutto il sistema volto alla sicurezza e alla tutela della salute, garantendo i diritti all'informazione, formazione e consultazione. E' prevista la nomina dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), i quali debbono essere preventivamente consultati sebbene il loro parere non sia vincolante. Tuttavia, essi possono presentare proposte e fare ricorso qualora le misure adottate non siano ritenute sufficienti.
Quanto alla formazione, ogni lavoratore deve essere preparato a svolgere le proprie funzioni, e non può essere assegnato a nuove mansioni senza che abbia ricevuto una formazione adeguata in materia di sicurezza. E' stabilito che la preparazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti avvenga durante l'orario di lavoro in collaborazione con gli organismi paritetici territoriali, ai quali il decreto fra l'altro attribuisce funzioni di promozione formativa.
Ma all'alto livello raggiunto nella tutela legislativa della sicurezza del lavoro, come pure nelle potenzialità delle nuove tecnologie (basti pensare agli effetti positivi in termini di sicurezza che la rivoluzione informatica potrebbe indurre), non ha corrisposto l'abbattimento di uno dei fenomeni socialmente più gravi, incivili e sottovalutati del nostro tempo. Eppure, in questo caso, non si tratta di abolire la pena di morte, bensì di applicare norme che tutelano la vita.
Quando, nel rosario dei decessi quotidiani, capitano gli eventi più gravi e spettacolari, solitamente si indica un ampio ventaglio di ragioni che ostacolano l'applicazione della legge, dalla complessità delle norme alla scarsità dei mezzi a disposizione, dalla sovrapposizione delle competenze all'insufficiente coordinamento tra le diverse istituzioni. Su quest'aspetto ha richiamato l'attenzione anche la Commissione d'inchiesta del Senato, che nella sua Relazione del 2006 denuncia l'applicazione formalistica del decreto 626. D'altra parte non c'è dubbio che, al di là del decreto, la materia appare sovranormata (abbiamo contato 127 riferimenti normativi di particolare rilievo e di varia natura solo nazionali), secondo una concezione tipicamente italiana che affida all'esistenza in sé della norma la virtù sovrannaturale di produrre risultati, senza preoccuparsi di mettere in relazione fini e mezzi, adottando allo scopo anche adeguati controlli.
Ma quando, come possiamo vedere nel video che fa parte di questo Rapporto, i lavoratori parlano con il volto coperto e la voce contraffatta per timore di ritorsioni e del licenziamento, ciò vuol dire che non tutti sono uguali davanti alla legge. In altre parole, la legge non si applica perché la parte più debole, cioè i lavoratori a tutela dei quali la normativa è stata pensata, non è in condizioni di esercitare i diritti che la legge stessa prevede. L'interesse economico dell'impresa, che si materializza nella ricerca del massimo profitto senza alcun vincolo, prevale – e prevarica – sul valore del lavoro, che si incarna nella concretezza della vita delle persone che lavorano. Dunque, nella disuguaglianza tra le parti – il lavoro e il capitale – risiede in definitiva la ragione più profonda della scarsa applicazione della legge. I comitati per l'applicazione del decreto 626 sono paritetici, ma la forza contrattuale del lavoro non appare in grado di bilanciare il potere dominante del capitale.
In verità, saremmo in presenza di un vero e proprio paradosso socio-politico se, di fronte all'indebolimento (qualcuno dice regressione) dei diritti del lavoro, si fosse potuto delimitare un territorio franco in cui preservare la sicurezza delle persone che lavorano. Quando il segretario della Cgil Epifani afferma che «il lavoro non può essere equivalente rispetto all'impresa», esprime un auspicio che trova il suo fondamento nella Costituzione della Repubblica. Ma nella realtà la disparità di potere tra l'impresa e il lavoro è fin troppo evidente.
Secondo la Costituzione, l'iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in modo da mettere a rischio la sicurezza, la libertà e la dignità umana. Nella realtà, secondo i canoni del pensiero liberista e nel comportamento pratico di molte imprese, i vincoli imposti dalla sicurezza sul posto di lavoro e dalla tutela della salute dei lavoratori sono considerati un laccio che imbriglia la libertà d'impresa e ostacola la competitività. E non si tratta di un fenomeno solo italiano.
Secondo un'indagine condotta per conto della Stampa e di Le Monde sui più grandi gruppi industriali europei e americani (Halliburton, Bayer, Bp, Tnt, ecc.), già svolgere in questi gruppi «un'inchiesta attendibile e approfondita risulta difficile». Il quotidiano torinese annota che le statistiche «affidabili e dettagliate sull'argomento» sono pochissime. Alcune multinazionali, poi, adottano indicatori "privati", «che impediscono di tracciare paragoni». In ogni caso, se un lavoratore su tre in queste megaimprese pensa che la salute sia messa a rischio dalla propria attività professionale, «la stessa sensibilità non è condivisa dalle aziende per cui la salute non è un capitolo fondamentale». «Sconcertante», secondo il giornale, è il fatto che non esista un criterio generale di rilevamento dei dati nell'Unione europea, come non esiste una definizione comune di incidente sul lavoro (in Belgio, Danimarca, Francia, Portogallo e Spagna basta un giorno di sospensione dal lavoro, in Germania, Grecia e Italia ne occorrono tre).
Ma la dominanza dell'interesse dell'impresa sul valore del lavoro, il venir meno del principio di uguaglianza tra le parti, e quindi l'applicazione per così dire "formalistica" del decreto 626, hanno fatto sì che da un impianto costruito sulla prevenzione si retrocedesse, in materia di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro, verso una gestione amministrativa fondata sul criterio della riparazione del danno, che si pratica ovviamente ex post nelle circostanze del danno emergente. Una visione, a sua volta, che comporta un'attività principalmente repressiva fondata sugli apparati, piuttosto che una sollecitazione alla partecipazione consapevole e matura da parte dei lavoratori.
Si è determinata così, nei fatti, una specie di tripartizione dei compiti: sulla base della dominanza degli interessi dell'impresa, dell'efficientismo amministrativo e della verbalizzazione del danno (quando emerge), al libero lavoratore spetta il compito di erogare la sua forza-lavoro con il massimo di efficacia, al libero imprenditore la mission di realizzare il massimo del profitto, allo Stato l'obbligo della repressione a posteriori in caso di accertamento della violazione di legge. Una visione separata e corporativa, in cui ognuno dovrebbe essere competente e responsabile per la sua parte, al di fuori di una comune responsabilità.
Al centro del sistema risarcitorio, che eroga prestazioni economiche in rapporto alle menomazioni subite e un indennizzo ai familiari in caso di decesso del lavoratore, sta oggi l'Inail, l'ente pubblico di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. L'Istituto ha assunto nel sistema una posizione sempre più rilevante in ragione di un'estensione progressiva delle sue competenze, ma anche delle capacità tecniche acquisite e delle notevoli disponibilità finanziarie. Tuttavia, anche in questo caso, in analogia con le dinamiche che hanno caratterizzato l'applicazione del decreto 626, si avverte una distonia tra le accresciute potenzialità dell'Istituto e la qualità delle prestazioni garantite ai lavoratori, il cui livello in molti casi è addirittura regredito.
E' sintomatico il fatto che l'Inail, in applicazione del decreto 38/2000, abbia ridotto le prestazioni per la maggioranza dei lavoratori che subiscono menomazioni nel momento stesso in cui amplia le sue competenze alla prevenzione, alla riabilitazione e al reinserimento dei lavoratori medesimi. Infatti, la copertura del danno biologico, introdotta in via sperimentale dal decreto, e cioè una misura che in teoria avrebbe dovuto migliorare generalmente il livello delle prestazioni, ha prodotto invece miglioramenti solo per le grandi invalidità e per le invalidità permanenti. Per la stragrande maggioranza degli incidenti con conseguenze di minore gravità, invece, ha comportato – denuncia l'Anmil – un netto ridimensionamento dei risarcimenti, se non la trasformazione della rendita mensile in una liquidazione una tantum: per esempio, un lavoratore con moglie e figlio a carico che subisca l'amputazione di tutte le dita della mano destra perde 2.440 euro ogni anno.
Un effetto pauperistico, che contrasta clamorosamente con l'opulenza dei bilanci Inail. Al 31 dicembre 2006 l'avanzo di cassa dell'Istituto, depositato presso la Tesoreria dello Stato, ammontava a 10.494 miliardi di euro. Ma il fatto è che gli avanzi dell'Inail vengono utilizzati per coprire le perdite del bilancio dello Stato, non per elevare i risarcimenti dovuti ai lavoratori. Insomma: l'Ente si arricchisce, i lavoratori impoveriscono. Senza contare le difficoltà, i disagi materiali e morali che gli invalidi e le famiglie spesso debbono affrontare per vedere riconosciute le menomazioni che subiscono e ottenere i risarcimenti loro dovuti. Non ci è noto se le richieste di privatizzazione dell'Istituto, avanzate dall'associazione delle compagnie assicuratrici, siano state finora respinte allo scopo di garantire agli invalidi del lavoro prestazioni adeguate, o invece per poter continuare a disporre liberamente di adeguati surplus finanziari.
In ogni caso, nel passaggio dalla prevenzione al risarcimento, il prezzo pagato dai lavoratori è doppio: a monte, per il declassamento delle politiche di prevenzione al rango di misure amministrative volte alla riparazione del danno; a valle, perché il risarcimento economico si è a sua volta impoverito per ragioni di bilancio. Sono le conseguenze non di vincoli "tecnici", bensì di scelte politiche compiute dai governi. Perciò sarebbe necessaria una svolta.
Quando il ministro Cesare Damiano afferma che «sul tema della sicurezza dobbiamo riprendere a ragionare in termini di prevenzione, cioè intervenire prima che si verifichi l'infortunio», è auspicabile che proprio alla necessità di una svolta si riferisca. In modo tale da mettere al centro delle politiche della sicurezza le esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori, costruendo le condizioni, non solo finanziarie e strumentali di cui pure c'è bisogno, ma soprattutto sociali e politiche, perché tale svolta si realizzi.
Istituzionalmente, il compito della prevenzione è affidato alla Regione nella figura dell'Assessorato alla Sanità, che lo esercita attraverso i Servizi di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spresal) delle 12 Asl del Lazio. Da un'indagine che abbiamo potuto direttamente condurre, risulta che la Regione Lazio ha dovuto, in primo luogo, ripristinare le condizioni basilari per poter assolvere con un minimo di efficacia alle proprie funzioni istituzionali in questo campo. Il livello della spesa per tutti gli interventi di prevenzione (dalle vaccinazioni alla sicurezza sul lavoro) sceso intorno al tre per cento del fondo sanitario regionale (sul quale peraltro grava un debito di 10 miliardi di euro); le attività ispettive fortemente ridimensionate; il Comitato di coordinamento previsto dal decreto 626 e la Commissione paritetica di fatto messi in mora: per risalire la china si è operato principalmente in tre direzioni.
L'aumento della spesa, con uno stanziamento complessivo di 14 milioni di euro nel triennio 2006-2008. La riorganizzazione e il potenziamento dei servizi, nell'Assessorato e presso le Asl, con alcune assunzioni a tempo determinato. Una più efficace coordinazione con gli altri organi di vigilanza (Direzioni provinciali del Lavoro, Inail, Inps, Vv.Ff, Carabinieri, ecc.) allo scopo di evitare sovrapposizioni e interferenze, e di rendere più frequenti ed efficaci i controlli. Lungo queste tre direttrici, e in conseguenza delle misure adottate, i controlli sui cantieri edili sono aumentati del 10 per cento tra il 2005 e il 2006, i sequestri da 140 sono cresciuti fino a 258. Nell'insieme, sono stati trasmessi all'Autorità giudiziaria 5.292 verbali.
In pari tempo, si sta operando per costruire una rete informativa efficace e un sistema di rilevamento che dal punto di vista quantitativo e qualitativo – relativo cioè alle caratteristiche dell'infortunio – copra, se non la totalità, almeno gran parte degli eventi che si verificano sul territorio. Un contributo alla sicurezza potrà venire anche dal provvedimento di legge predisposto dall'Assessorato al Lavoro, contenente disposizioni volte al contrasto e all'emersione del lavoro non regolare.
Non si può dire, quindi, che la Regione Lazio stia con le mani in mano. D'altra parte, l'ultima, recente campagna promossa dall'Assessorato alla Sanità ha messo in luce che oltre il 50 per cento dei cantieri controllati è risultato irregolare. Una marea, un'ordinaria condizione di anormalità, a fronte della quale i mezzi a disposizione, e forse anche la strategia adottata, risultano inadeguati. Gli Spresal sono sotto organico di circa 200 unità, e i 271 ispettori della prevenzione, in teoria, hanno come campo d'azione le 174.597 imprese registrate nel Lazio.
Questo vuol dire che ogni ispettore dovrebbe controllare lo stato della sicurezza in 644 imprese. Poiché una singola ispezione in una piccola azienda occupa almeno un giorno, mentre in quelle più grandi richiede diversi giorni, è stato calcolato che ogni ispettore può compiere una sola visita approfondita alla "sua" azienda ogni sei anni circa. Osserva in proposito ancora Gallino: «In qualsiasi impresa, un ispettore che non si vede significa, al minimo, uno scarso impegno dei capi delle misure di sicurezza».
Di fronte a problemi di tale entità, una prima considerazione riguarda la quantità e qualità della spesa, che dovrebbe essere programmata nel tempo e concentrata sugli snodi decisivi della prevenzione, primi fra tutti il potenziamento e la qualificazione delle strutture operative ai fini ispettivi e della formazione, e non segmentata in tante piccole voci, come sembra emergere dai dati che abbiamo potuto esaminare. In pari tempo appare evidente che una svolta qualitativa nella prevenzione non può essere affidata esclusivamente alla crescita – pur essenziale – delle attività ispettive degli Spresal e degli altri organi dell'amministrazione pubblica, e dunque all'esclusivo impegno e alla dilatazione progressiva (peraltro impossibile) dei pubblici apparati.
Decisiva, e torniamo al punto che segna un discrimine, è la partecipazione dei lavoratori e dell'opinione pubblica, oggi fortemente in ombra forse perché ritenuta inessenziale. Ma per cambiare le scelte c'è bisogno di un cambiamento di clima. Non è pensabile un rilancio del decreto 626 sul punto cruciale della prevenzione senza un rilancio del ruolo dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), che oggi appare fortemente ridimensionato e indebolito, anche per il clima di isolamento e di intimidazione in cui si trovano spesso le persone che lavorano in diverse realtà. Non abbiamo potuto accertare quanti sono gli Rls nel Lazio, mentre a livello territoriale ce ne risultano solo tre nella provincia di Roma.
Contribuire a rimuovere questo stato delle cose portandolo alla luce nella sua concreta realtà, dare fiducia alle lavoratrici e ai lavoratori, creare le condizioni per la loro partecipazione, realizzare una svolta nella nomina degli Rls e garantire la loro indipendenza, è una questione di democrazia e di uguaglianza nell'applicazione della legge cui nessuno dovrebbe sottrarsi. Non solo le parti sociali, sindacati ed imprese, come pure le istituzioni e i partiti. Ma anche i media e il sistema informativo.

4. Considerazioni finali.

Per portare nel territorio l'azione di contrasto contro le "morti bianche" e gli infortuni sul lavoro all'altezza dell'entità e complessità del fenomeno, occorrerà considerare con particolare attenzione le modalità informative e della comunicazione, e verificare nei loro effetti pratici i diversi provvedimenti adottati dal governo. In particolare il Durc (Documento unico di regolarità contributiva) nei cantieri edili, adesso esteso agli altri settori; l'obbligo della comunicazione di assunzione il giorno antecedente a quello dell'instaurazione del rapporto di lavoro, sempre nell'edilizia, come pure l'obbligo di dotare i dipendenti di una tessera di riconoscimento che essi sono tenuti a esporre; la sospensione del cantiere nel caso si riscontri un numero di lavoratori in nero superiore al 20 per cento.
Un'attenzione del tutto speciale dovrà essere rivolta ai contenuti e all'iter del disegno di legge delega predisposto dal governo «per il riassetto normativo e la riforma della salute e sicurezza sul lavoro», il famoso Testo Unico di cui si parla da trent'anni, cui dovranno seguire i decreti attuativi entro dodici mesi dall'entrata in vigore della legge. Dunque, un procedimento piuttosto lungo che si apre, nel corso del quale dovrebbero essere assicurate il massimo di trasparenza e la possibilità di dialogo con i diretti interessati, cioè i lavoratori e i loro rappresentanti.
I materiali che abbiamo potuto esaminare prima della presentazione del Testo Unico in Parlamento ci consentono di dire che il provvedimento del governo appare netto sotto un duplice profilo: l'inasprimento delle pene e il rafforzamento dell'apparato sanzionatorio e premiale, cui si accompagna l'indicazione del riordino e del coordinamento degli strumenti d'intervento per evitare «sovrapposizioni, duplicazioni e carenze». Meno netto risulta invece il profilo relativo al potenziamento degli strumenti d'intervento, in particolare per quel che riguarda un aumento adeguato del numero degli ispettori.
In verità, sembra difficile poter affrontare con efficacia un'emergenza drammatica come quella "delle morti bianche" in presenza della clausola di rito: «dalla presente legge non derivano nuovi oneri e maggiori spese a carico della finanza pubblica». Ma per una valutazione complessiva, che dovrà essere misurata durante il percorso di approvazione della legge, occorrerà tener conto del modo con cui verranno trattati alcuni aspetti che appaiono dirimenti ai fini di un'azione di contrasto efficace e concreta: l'organizzazione del lavoro nelle imprese; il nodo degli appalti; il peso assegnato ai rappresentanti dei lavoratori.
Non è compito di questo Rapporto suggerire indicazioni operative all'Amministrazione provinciale, e segnatamente all'Assessorato al Lavoro. Tuttavia, se si guarda dal punto di vista del lavoro e dei lavoratori alla drammatica realtà delle "morti bianche" e degli incidenti invalidanti, si possono mettere a fuoco con buona approssimazione - lungo l'intera catena del sistema sicurezza - tre aree di attenzione su cui concentrare interventi di diverso livello (amministrativo, politico-istituzionale, culturale, economico-solidaristico), come del resto emerge dalla nostra ricerca.
Se infatti si pensa la sicurezza sul lavoro in termini di sistema, emergono perlomeno le seguenti aree di attenzione: la condizione di svalorizzazione in cui il lavoro attualmente versa (frantumazione, precarietà, lavoro nero, lesione dei diritti), che costituisce la premessa della mortalità e delle mutilazioni, e la cui eliminazione non è altro che un'azione preventiva in senso lato; il processo lavorativo concreto, cui si applicano le misure di prevenzione in senso stretto; la fase di recupero e di reinserimento al lavoro e nella società degli invalidi e dei familiari delle vittime, una fase spesso difficile e penosa che rimane nell'ombra. Nell'ambito di un coordinamento di diverse funzioni tra Regione, Province, Comuni e Comune di Roma, sarebbe opportuno mettere in atto, su questo punto, nuove e significative iniziative di solidarietà, oltre che promuovere una vera e propria campagna contro le "morti bianche" nel territorio.
In ogni caso, sarà necessario tenere presenti i riferimenti costituzionali, che qui, in conclusione, per memoria richiamiamo. Oltre all'articolo 1, l'articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L'articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto».
E poi, ancora, l'articolo 35: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le forme ed applicazioni». L'articolo 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa». L'articolo 38: «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». L'articolo 41: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Paolo Ciofi