Prima ha impoverito l’Italia e gli italiani, adesso promette di arricchirci tutti abolendo l’Ici a una settimana dalle elezioni e dopo averci governato per cinque anni: per il Cavaliere il voto è solo un mercato di convenienza tra la furbizia di un venditore di promesse (mancate) e la credulità dei sudditi-elettori (che lui, da vero democratico, chiama “coglioni”). E’ un peccato che la campagna elettorale volga al termine e che altri colpi di scena ci vengano negati, come per esempio l’abolizione dell’Irpef, o la sua quasi-abolizione, con la presenza di una sola aliquota che tanto piace ai super ricchi.
Intanto, in questi anni berlusconiani, i salari reali sono crollati: un fatto reale, appunto, e non una sensazione “percepita”; una questione centrale nella vita delle persone che non è stata al centro della campagna elettorale. Secondo le ultime statistiche dell’Ocse, nel 2005 un lavoratore italiano ha guadagnato al netto 16.242 euro l’anno, circa 1.350 euro al mese compresa la tredicesima, contro 28.095 euro dei coerani, 21.235 dei tedeschi, 19.999 degli americani. Siamo al 23° posto tra i 30 paesi industrializzati, superati anche da francesi, spagnoli e greci che nel 2003 erano dietro di noi.
Salari in caduta libera e precarietà. Ecco un aspetto caratterizzante, ma ignorato, del berlusconismo: alla svalorizzazione massima del lavoro ha corrisposto il declino del Paese e la discesa verticale della sua competitività. Non è solo una questione di cuneo fiscale e neanche di sussidi alle famiglie. Per dare benessere alle persone, slancio al Paese e stimoli all’innovazione la scelta principale è l’aumento dei salari e degli stipendi. E da qui si profila il senso di una strategia: il recupero della centralità del lavoro - l’unica vera risorsa di cui l’Italia dispone - nell’economia, nella cultura, nella politica.
Basterebbe questa motivazione per andare a votare e non astenersi. Perché la valorizzazione del lavoro e delle persone che lavorano è l’antitesi del berlusconismo. Ma la valorizzazione del lavoro, che costituisce il profilo programmatico della Costituzione, è anche la base materiale e culturale per la valorizzazione delle persone, la premessa per l’affermazione della loro dignità. E questa è un’altra motivazione forte. Infine, il rinnovamento della politica, che si ottiene attraverso la partecipazione solo se il lavoro viene considerato non una merce, ma il fondamento della cittadinanza, e quindi della libertà della persona.
Ecco tre motivazioni forti per andare a votare. Battere Berlusconi è un passaggio ineludibile per aprire una prospettiva nuova.

Paolo Ciofi