Anche il Corriere boccia Berlusconi. Una novità di tutto rilievo ha fatto irruzione in questa campagna elettorale: la scelta pubblica del principale quotidiano italiano a favore del centro-sinistra. Un fatto nuovo, e un segno dei tempi, che potrebbe essere addirittura determinante per il risultato del voto. E’ utile perciò analizzarne il significato e la portata.
La scesa in campo del Corriere della sera, oggi forse la punta più avanzata del capitalismo italiano nella sua versione mediatico-finanziaria e politica, contro il più ricco e potente dei capitalisti italiani è già di per sé un dato clamoroso. Ma è ancora più rilevante perché nella scelta a favore del centro-sinistra, compiuta dal direttore con l’ormai famoso editoriale dell’8 marzo, sono presenti elementi che vanno ben al di là delle elezioni prossime e configurano una nuova strategia egemonica dei “poteri forti” sulla politica e sulla società.
Intendiamoci, è vero che ci troviamo di fronte a una rilevante scelta di trasparenza che non mistifica la realtà, e che proprio perciò può avere effetti positivi sul risultato del voto. Ma a me pare che si tratti soprattutto della certificazione doc di un fallimento, da cui la parte più accorta e culturalmente attrezzata della borghesia dominante tenta di uscire attraverso il ridisegno complessivo del sistema politico.
Insomma, il mielismo ha lo sguardo lungo, non è solo una dichiarazione di voto. E al di là della tattica cerca di costruire una visione strategica, nel momento in cui il capitalismo italiano e tutto il Paese, esposti ai venti della competizione globale, rischiano il declino e la marginalità. Se l’avvocato Agnelli a suo tempo aveva riconosciuto che con Berlusconi “la libera impresa aveva ricevuto un consenso di massa”, oggi il capo del Corriere rovescia il discorso e ci comunica che la “libera impresa” farà bene a licenziare il Cavaliere per mantenere il consenso ed essere egemone.
Il gioco si fa duro tra le diverse anime del capitalismo. Anzi, assistiamo a una lotta feroce, che investe la riorganizzazione complessiva del sistema. E che dovrebbe suggerire anche alla sinistra (alle sinistre) una nuova visione strategica, adeguata a questa fase: battere Berlusconi e ridefinire in pari tempo la propria funzione politico-culturale e la propria rappresentanza sociale, pena il rischio di una subalternità/marginalità di lungo periodo.
Il capo del governo - accusa il direttore del Corriere - ha badato più alle sue sorti personali “che non a quelle del Paese”. In altri termini, ha tutelato gli interessi suoi, ma non ha rappresentato quelli generali della sua classe. Di più, li ha danneggiati e persino vilipesi. Dunque, la conclusione è chiara: via dal governo il capitalista Berlusconi per poter rilanciare su basi diverse il capitalismo e l’impresa.
E’ la stessa tesi del Financial Times e dell’Economist, che a più riprese ha giudicato il Cavaliere “inadatto”. E siccome loro sono i numi tutelari del capitale, che è una cosa seria, vogliono impedire che Silvio il cabarettista lo sfregi e lo trasformi alternativamente in reato o in barzelletta. E il lavoro? La domanda è legittima ma mal posta, direbbero gli esperti. Del resto, gli interlocutori non sono quelli giusti, giacché la loro missione è quella di progettare il futuro del capitalismo e di farlo vincere nella dimensione globale. Dunque, occorre bussare a un’altra porta, quella della sinistra.
Nel disegno strategico di Mieli compare un nuovo centrismo neoborghese che vince in tre mosse, mentre la sinistra è ridotta a un simulacro marginale, forse stimolante e molto queer, ma nella realtà senza alcun peso. Primo tempo: Berlusconi fuori dal governo e vittoria di Prodi come condizione per il rilancio a tutto campo dell’egemonia dell’impresa. Secondo tempo: costruzione di un doppio centro neoborghese nei due poli, sollecitando da una parte la crescita dei partiti guidati da Fini e da Casini e dall’altra la costruzione del partito democratico, in cui convergano Rutelli e Fassino affratellati dai valori della liberaldemocrazia. Terzo tempo: alternanza di governo tra i due centri, in modo da garantire ai gruppi dirigenti del capitalismo il bastone del comando utilizzando alternativamente il centro-sinistra e il centro-destra secondo l’evolvere del ciclo.
In sintesi, la predisposizione di due forni ben attrezzati a disposizione dei “poteri forti”, costituiti in una rappresentanza partitica bicefala che per definizione escluderebbe dal governo le classi lavoratrici e subalterne. Un disegno complesso ma chiaro, la cui realizzazione dovrebbe essere assicurata da una nuova legge elettorale maggioritaria, in grado di stimolare la dinamicità di un capitalismo pigro e declinante mediante il conflitto tra diversi segmenti di esso e non più tra capitale e lavoro.
Un’operazione che trova i suoi limiti nella stessa cultura d’impresa, dimostratasi inidonea come cultura di governo e della trasformazione, e che però può tracimare in una microconflittualità endemica e senza sbocchi, logorante e senza prospettive per il Paese. Parliamoci chiaro: solo la costruzione di un’autonoma e libera rappresentanza politica del lavoro può dar luogo a un contrappeso reale al dominio del capitale, sia nella versione farsesca e criminale del berlusconismo, sia in quella anglosassone e perbenista del mielismo. E solo su questa base si potrà costruire una democrazia dinamica e moderna che riconosca pienamente il valore del pluralismo e del conflitto.
La sinistra può anche vincere le elezioni, ma nella sua attuale conformazione, e tanto più nella prospettiva del partito democratico, non è in grado di reggere l’urto dei “poteri forti”. Perciò c’è bisogno di un nuovo pensiero e di un’adeguata strategia.

Paolo Ciofi