La presa di Roma da parte della destra cambia vistosamente il quadro politico dell'Italia, e non solo per ragioni di ordine simbolico. Per la prima volta la coalizione capeggiata da Berlusconi supera il dualismo e la parzialità che l'ha connotata (Milano vs Roma, capitale economica contro capitale istituzionale) e si unifica in una dimensione veramente nazionale.
E' un salto di qualità, e se nella capitale della Repubblica riuscirà a costruire un'architettura politico-istituzionale in grado di connettere il leghismo padano-lombardo con il Mezzogiorno e l'autonomismo della Sicilia, il Cavaliere getterà le basi per una lunga fase di governo e di egemonia sull'Italia. E questa non è una prospettiva avveniristica.
Naturalmente, il Pdl poteva espugnare Roma solo con l'apporto di An e di un suo esponente di punta come Alemanno, espressione organica del fascismo e della destra sociale, oggi sostenuto da una parte consistente dei poteri economici e mediatici. Dal momento che i fascisti sono stati sdoganati nel sistema bipolare, questo esito indubbiamente traumatico per la Repubblica antifascista era da mettere nel conto, e si sarebbe dovuto lavorare per prevenirlo. Adesso versare calde lacrime sull'antifascismo tradito è troppo tardi. Bisognerebbe invece interrogarsi a fondo sulle ragioni che hanno portato al logoramento dei principi costitutivi della Repubblica, e sulle motivazioni reali della pesante sconfitta del Pd, di Rutelli e della sinistra.
Chi continua a costruire castelli in aria con l'astuta teoria del complotto che sarebbe stato ordito dall'Arcobaleno per vendicarsi di Veltroni, al quale va il merito indubbio di aver rafforzato con il «voto utile» la sinistra extraparlamentare, continua a non capire qual è l'umore e lo stato reale della metropoli. Come se oggi i partiti, che sono ridotti a poco più di larve catodiche e a comitati elettorali, possano controllare decine di migliaia di voti nelle periferie dove non hanno neanche una sede. Operazioni di questa portata potevano farle in qualche misura le sezioni del Pci fino agli anni '80 e le parrocchie.
La verità è che Rutelli è stato rifiutato da un largo voto di opinione determinato in primo luogo dalle scelte degli strateghi del Pd, che a Roma hanno contraddetto se stessi presentando un candidato (politicamente) vecchio che evocava il passato. Dopo aver impostato la strategia del Pd e tutta la campagna nazionale sull'idea del nuovismo e sul binomio nuovo/vecchio giovane/anziano, questa scelta ha messo nelle mani di Alemanno le carte vincenti. E ha fatto emergere tutte le debolezze di un candidato appesantito dal piombo di un esercizio del potere spregiudicato e eccessivo, teorico delle alleanze di «nuovo conio» che pratica per convenienza quelle di vecchio conio. Un candidato approdato alla sponda non salvifica dei teocon dopo aver frequentato assiduamente i laici, i radicali e i verdi.
Certo, un uomo di esperienza, che sarebbe dovuto diventare di nuovo sindaco in forza di quello che è apparso un passaggio di consegne tra amici, come se il governo della capitale fosse l'amministrazione di un loro condominio. Insomma, un candidato sbagliato imposto con un metodo sbagliato, senza primarie né consultazioni, che ha offeso quel che resta della militanza di base nei partiti e indispettito donne e uomini senza partito, disposti a impegnarsi in una battaglia per Roma contro la destra.
Questo è stato l'effetto catastrofico delle scelte compiute da una moderna oligarchia, da un gruppo di comando che giudicava se stesso onnipotente per aver costruito un sistema di potere originale ma - come si è visto - non invincibile. E così è finito nella polvere il cosiddetto «modello Roma», che già soffriva di evidenti debolezze, pur in presenza di iniziative di modernizzazione rilevanti soprattutto in ambito culturale. La città è cambiata, non c'è dubbio. Ma sostenere adesso, come adombra qualcuno ai vertici del Pd, che il «modello Roma» è stato travolto dallo spirito del tempo non è un'analisi, bensì una presa d'atto dell'evento.
Nell'ansia di rappresentare un ceto neoborghese speculativo e mercantile, cresciuto anche per effetto della privatizzazione di servizi pubblici e sociali, i promotori del «modello» si sono progressivamente allontanati dalla base popolare e dalle classi subalterne della metropoli, che socialmente e territorialmente si è spaccata e frantumata. Sono cresciuti rendite e profitti insieme al Pil, ma in pari tempo la svalorizzazione del lavoro e dei salari, la disuguaglianza e la precarietà, l'insicurezza e la paura.
Il carpet rosso della festa del cinema e il degrado delle periferie, la retorica del «modello Roma» e la povertà che avanza. L'autoreferenzialità della politica e la società che si disgrega sotto la spinta della globalizzazione: «una città devastata e ridotta allo stremo», dice adesso Rutelli, come se fosse un marziano piovuto dal cielo a Tor Bella Monaca. Ma la verità è che il gruppo di comando che ha governato Roma in tutti questi anni ha dato una lettura acritica della realtà e ha offerto all'opinione pubblica e a se stesso una visione
dimezzata e ideologica della metropoli, che non ha fatto e non fa i conti con le
contraddizioni esplosive indotte dal dominio della finanza globale.
Veltroni, in questa fase recessiva e di crisi, ha annunciato addirittura un «nuovo miracolo italiano». E non vede che la metropoli moderna nell'Occidente avanzato è precisamente la sede locale delle contraddizioni globali: centro dell'innovazione scientifica e tecnologica, ma in pari tempo conglomerato sociale profondamente disuguale, reso instabile dalla migrazione di massa dei poveri del mondo, lacerato da conflitti di classe e di genere, da esclusioni
etniche e da fondamentalismi religiosi, luogo privilegiato in cui esplode la questione ambientale. Roma, che non è la città dei balocchi, sta nella regola.
Perciò c'è bisogno di un cambio di paradigma e di una lotta per il ridisegno del modello metropolitano, che però non si può compiere in assenza di una visione generale del mondo e senza la capacità di dare risposte concrete alle esigenze delle donne e degli uomini in carne e ossa. Ma questa è un'operazione che si realizza a una sola condizione, e cioè che una sinistra politica si riconnetta con la società, altrimenti la metropoli sarà modellata esclusivamente sugli interessi della rendita immobiliare e finanziaria, come è avvenuto in questi anni nonostante l'iniziativa generosa di tante persone, movimenti, associazioni. E come ha documentato in modo veritiero Report.
I fatti parlano chiaro: se questi sono i risultati e se oggi, dopo lunghi anni di responsabilità negli assessorati al lavoro e alle periferie, la sinistra dispone di una rappresentanza pressoché irrilevante in consiglio comunale, vuol dire che non è stata credibile, e che la sua azione di governo non ha inciso nella realtà. Allora non basta dire che l'esperienza dell'Arcobaleno è stata fallimentare.
E' tutta l'esperienza della sinistra emersa dalla crisi dell'89 che va ripensata con coraggio per mettere mano a una sinistra nuova, con caratteristiche popolari e di massa, capace di incidere nella realtà, di conoscerla per trasformarla. O vogliamo rassegnarci a un'inconcludente e rissosa autoreferenzialità?

Paolo Ciofi

articolo di Paolo Ciofi per ilmanifesto 10 mag 2008