Nel pieno del dibattito che investe il Partito democratico, mentre si confrontano diverse candidature per guidarlo, riteniamo di fare cosa utile ripubblicando l'aricolo di Paolo Ciofi  del 24 febbraio 2009, uscito sul qutidiano "Liberazione" con il titolo "La fallita rifondazione liberale del Pd".
Adesso, dopo l'assemblea alla Fiera di Roma, il Pd è una pagina bianca tutta da scrivere. Perché, nonostante gli sforzi di firme illustri per dimostrare che il progetto era ottimo e il suo inventore non all'altezza, le dimissioni di Veltroni sono la conseguenza e la prova provata della fragilità e del fallimento del suo progetto, annunciato come l'unica, vera operazione "riformista" con basi di massa mai tentata nella storia d'Italia. Lo dimostrano i fatti, e anche il discorso di Franceschini, molto distante dal manifesto del Lingotto dell'ottobre 2007.
In effetti, il "sogno" veltroniano non si riduceva alla pura alternanza di governo, come ha ripetuto l'ex segretario nel giorno dell'addio. Era qualcosa di più e di più complesso. Era l'idea di un "riformismo" ispirato al modello americano, orientato alla cancellazione della sinistra e incardinato sul bipartitismo rappresentativo degli interessi dominanti, che esclude per definizione dal sistema politico l'autonoma e libera rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori eterodiretti. Dunque, una «Grande riforma», «una vera e propria rifondazione democratica», ovvero una compiuta «rivoluzione liberale» come ha tradotto Bettini, volta al superamento del patto costituzionale che fonda la Repubblica sul lavoro.
Proprio nel momento in cui in America si è aperta una riflessione non effimera sulle disfunzioni di quel modello, qui si è proposta un' "innovazione" di sistema che s'incontra con quella  su cui lavora Berlusconi perché ad essa è parallela e speculare. In sostanza è l'idea di una politica fondata sulla centralità dell'impresa e tutta interna al potere di comando del capitale, nell'alternanza di quelli che lo stesso Veltroni ha definito un «capitalismo agonistico» e un «capitalismo solidale». A questo scopo dovrebbe servire un partito neoborghese, nei contenuti moderato e centrista: il Pd appunto, che è «riformista ma non di sinistra», come ha dichiarato l'ex segretario a El Pais e come abbondantemente ha dimostrato la pratica politica di questi mesi.
Non per caso il discorso del Lingotto, che doveva dare il soffio della vita al Pd, è stato esaltato dal Corriere e dal Sole-24 Ore, che ha osservato come finalmente si sia completata la «svolta borghese» dei postcomunisti: «E' stata un'operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora erano stati parte del sogno berlusconiano», ovvero del «mito del successo imperniato sul denaro». «E' come se Veltroni avesse intercettato le spore di questo mito e le avesse sistemate in un ordine diverso».
Ma è proprio questo "sogno" che non ha retto alla prova. Innanzitutto perché l'ancoraggio al liberal-liberismo (sia pure mite ma non tanto), esattamente nel momento in cui il medesimo liberal-liberismo viene additato come detonatore della crisi verticale del capitalismo, ha finito per produrre contraddizioni  laceranti dentro il Pd. Come si è visto di fronte alle iniziative di lotta e agli scioperi promossi dalla Cgil, che però non hanno trovato il sostegno ufficiale del partito. Una scelta del resto prevedibile, dal momento che l'ex segretario aveva enunciato il principio secondo cui «se l'economia va male, non ci può essere giustizia sociale».
In secondo luogo perché l'idea di un superamento delle culture fondative della Repubblica, come la comunista (del Pci, per la precisione) e la cattolico-democratica facendo ricorso a operazioni plebiscitarie che mettono il partito al servizio di un capo e non il contrario, si è dimostrata disastrosa, subalterna e distruttiva di ogni principio. Soprattutto sui temi della laicità, della libertà dell'individuo, delle scelte di fine vita, come insegna il caso Englaro. Ma se le culture di riferimento e gli ideali non sono contrattabili come i programmi e i ministeri, allora sorge il dubbio che ex democristiani ed ex comunisti forse possono stare insieme in un governo, difficilmente in un unico partito.
Inoltre perché la borghesia italiana, in assenza di una forte spinta del movimento operaio e di una adeguata rappresentanza politica delle lavoratrici e dei lavoratori, si è dimostrata nei suoi gruppi dirigenti ancora una volta miope, priva di una visione veramente nazionale ed europea, dedita al suo meschino interesse di classe e piuttosto incline a calpestare regole e contenuti della democrazia, come è avvenuto nei passaggi decisivi della storia d'Italia. Nel merito, le posizioni della Confindustria puntualmente documentate da questo giornale costituiscono oggi un'aggravante della crisi.
Ma non solo. Alla resa dei conti, i maggiori rappresentanti del capitalismo italiano convergono con Berlusconi proprio nel momento in cui il capo del governo ha cominciato l'assedio manovrato ai fondamenti della Repubblica e ai principi della Costituzione. Altro che il ritorno alla prima Repubblica perché Berlusconi si appoggerebbe allo stesso blocco sociale della vecchia DC, come ci fanno sapere fior di commentatori che pretendono di guardare avanti con la faccia rivolta all'indietro. E' invece la prova, dopo il fascismo, di un'ulteriore fallimento della borghesia come classe dirigente, che carica la sinistra di una nuova e inedita responsabilità, da esplorare fino in fondo.
Infatti, appare sempre più evidente che questo Paese è destinato a un irreversibile e doloroso declino se non si pone mano, con tempestività e determinazione, alla costruzione di una autonoma e libera rappresentanza politica del lavoro del XXI secolo: da valorizzare non solo come forza produttiva fondamentale della ricchezza della nazione, bensì anche come fattore costitutivo della personalità e dell'incivilimento sociale, oltre che come basamento dell'uguaglianza e della libertà. Ma non è certo rivangando il passato, con datate operazioni di stampo blairiano denominate socialdemocratiche nella sostanza liberiste e centriste, che si può costruire il futuro.

Paolo Ciofi