bancarottadelcapitale_130qudi Tonino Bucci - La crisi gira per il mondo dal 2007. Agli inizi l'establishment economico ritenne la vicenda dei mutui subprime e il crack di Lehman Brother negli Usa un malessere passeggero delle banche, provocato dagli spiriti animali della finanza. Nulla di più. Il panico però si diffuse anche in altri paesi. Per evitare fallimenti a catena nel sistema globale finanziario i governi nazionali si precipitarono a soccorrere le banche in pericolo attingendo al denaro pubblico dei contribuenti – che per la maggior parte sono lavoratori dipendenti. Ma anziché arrestarsi, la crisi si riversò sull'economia reale, dapprima con effetti di rallentamento della produzione e, in seguito, di stagnazione e recessione. Tra il 2010 e il 2011 le banche e gli operatori finanziari, appena miracolati dall'intervento pubblico, contraccambiano il favore con l'attacco speculativo agli Stati nazionali. Il resto è storia recente. La speculazione ha preso di mira soprattutto Grecia e Italia, ma l'obiettivo è l'euro. Dietro i giochi voluttuosi dello spread va in scena un conflitto che vede gli Stati o, per meglio dire, le macro-aree dell'economia mondiale in competizione tra loro per accaparrarsi sui mercati i capitali necessari a finanziare le proprie spese. Alla fine della fiera gli Stati si sono indebitati per salvare le banche; a loro volta le banche, intascato il denaro pubblico, si sono messe a

speculare sui tassi d'interesse dei titoli di stato (complice nella zona euro la decisione "politica" della Bce di non intervenire); infine, gli Stati indebitati sono intervenuti con massicci tagli al welfare per realizzare il pareggio di bilancio. L'effetto recessivo di queste politiche non ha tardato a farsi sentire sull'economia reale. Secondo cifre fornite dall'Ilo (Internazional Labor Organization) i disoccupati nel mondo ammontano a oltre duecento milioni, dei quali 22 nella sola Europa. Per quanto riguarda l'Italia la disoccupazione si attesta al dodici per cento, ma fra i giovani tocca punte record del trenta per cento.

La crisi, materialmente parlando, è tutta qui. Sennonché ciò che ne rende complicata la narrazione e, talvolta, incomprensibile l'architettura di fondo, sono le lenti ideologiche attraverso cui si guarda alla realtà. È difficile distinguere il piano oggettivo della crisi economica dai modelli culturali che ne hanno ispirato le interpretazioni correnti. Se non altro perché le manifestazioni reali della crisi non sono l'esito di un destino già scritto, quanto piuttosto l'effetto di scelte politiche ispirate dall'ideologia neoliberista dominante. Le narrazioni ideologiche sono così poco distinguibili dal corso degli eventi in questione da esserne piuttosto tra le cause prossime. La crisi non avrebbe potuto dispiegare i suoi effetti, come nei fatti è accaduto, se a dominare nelle politiche economiche non fosse stato il dogma del mercato capace di autoregolarsi e di allocare al meglio le risorse. In linea con questa narrazione la crisi è stata sottovalutata nelle sue prime manifestazioni, salvo poi ricorrere alle sovvenzioni pubbliche degli Stati, in barba al neoliberismo. Al contempo, le classi dirigenti hanno sollecitato ai governi misure drastiche di tagli e di contenimento della spesa sociale, con tanto di lacrime e sangue per i ceti medio-bassi. Insomma, nella sua stessa materialità oggettiva la crisi è in buona parte effetto delle lenti ideologiche con le quali la si è interpretata e, di conseguenza, affrontata. Il compito di decifrare la crisi del capitalismo non può quindi prescindere da un lavoro di decostruzione delle narrazioni ideologiche dominanti, che riporta alla memoria la critica marxiana dell'economia politica. E al pensiero di Marx si ispira non a caso il nuovo saggio di Paolo Ciofi, La bancarotta del capitale e la nuova società (Editori Riuniti, pp. 184, euro 15). Nessuna delle letture prevalenti della crisi, neppure «quelle più critiche», rompono il «velo mistico» e si avventurano «nell'analisi dei rapporti di produzione e della natura del capitale». Non lo fanno gli «incalliti apologeti del libero mercato» e quel che resta degli ideologi del pensiero liberista, come è ovvio, ma neppure le più diffuse «interpretazioni postkeynesiane». Nessuno dei due indirizzi prevalenti tra i neokeynesiani, l'uno liberaldemocratico, l'altro liberalsocialista, sarebbe in grado di fornire una spiegazione adeguata. Il primo si limita a una lettura finanziaria del fenomeno e se la prende con «l'avidità dei banchieri», "belve moderne" – secondo una formula di Guido Rossi – che avrebbero infranto le regole della concorrenza e spinto l'economia mondiale sull'orlo del baratro. «In verità l'avidità dei banchieri – scrive Ciofi – è stata denunciata da quando sono state inventate le banche, e ciò non è bastato a evitare le ricorrenti crisi del capitale». La domanda

mai formulata, piuttosto, è perché mai i capitali si spostino verso la speculazione e la rendita finanziaria, anziché verso l'economia reale.

I postkeynesiani di stampo liberalsocialista, come Giorgio Ruffolo per esempio, ammettono invece che «l'origine della crisi non è finanziaria, ma reale» e «consiste in una squilibrata distribuzione dei redditi». E non c'è dubbio che in America la crisi del credito sia stata preceduta da un indebitamento di massa e dalla crescita dell'ineguaglianza sociale. È nell'individuare la causa della distribuzione asimmetrica della ricchezza che però la scuola liberalsocialista fallisce. Immaginare che il problema si risolva con un semplice «riorientamento etico del capitalismo», come propone Giorgio Ruffolo, è segno di una comprensione inadeguata della realtà. «Se le crisi si ripetono, al punto da costituire una componente organica del capitalismo e non un semplice incidente di percorso, dovrebbe risultare chiaro che la risposta va cercata nella natura stessa del capitale, non nelle sue "distorsioni" o "asimmetrie etiche"».

Eccoci al cuore del problema. Le spiegazioni correnti eludono il tema della proprietà sociale o, per essere più precisi, l'analisi dei rapporti sociali di produzione. La crisi è il frutto di un gigantesco processo di espropriazione di ricchezza – o di privatizzazione – su scala planetaria, reso possibile dal dominio-dittatura di una classe di proprietari universali ai danni di una massa di non-proprietari. Il due per cento della popolazione adulta mondiale detiene oltre il cinquanta per cento della ricchezza globale, mentre la metà più povera ne possiede meno dell'uno per cento. Per quale ragione una «classe capitalista transnazionale» tiene sotto scacco milioni di abitanti? «Torna d'attualità Carlo Marx», scrive Ciofi, non si può fare a meno del suo pensiero critico se si vuole scoprire «il codice genetico del capitale» e «l'origine delle crisi che lo attraversano». La critica marxiana all'economia politica è demistificazione, spoglia il capitale dei suoi «orpelli ideologici». Senza un lavoro di decostruzione lo sguardo sulla società contemporanea è condannato a restare al di qua del velo ideologico, cioè prigioniero di un modello filosofico-politico funzionale al sistema e responsabile, esso stesso, della crisi. Marx ha messo a nudo la natura del capitale, di essere non una «cosa», «un accumulo inerte di merci sotto forma di mezzi finanziari, di macchine e materie prime», bensì un rapporto o, meglio, un sistema di rapporti sociali di produzione, storicamente determinato, il cui obiettivo è il profitto. La «grande discriminante» è quella che divide il mondo «tra chi compra e chi vende le proprie abilità fisiche e intellettuali». In questo rapporto la gran massa non dispone della «proprietà» dei mezzi finanziari, delle macchine e della terra, ma «è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione», cioè della forza-lavoro, scriveva Marx nella Critica al programma di Gotha. Si tratta, ribadisce Ciofi, di «una forma di proprietà costruita sullo sfruttamento di chi, essendo formalmente libero [...] può immettere nel mercato l'unica merce di cui è in possesso», la forza-lavoro appunto, «il cui uso in cambio del salario genera un valore superiore al suo costo», il plusvalore, da cui hanno origine il profitto e l'accumulazione del capitale. La distribuzione della ricchezza dipende dalla distribuzione della proprietà, dalla separazione tra i proprietari dei mezzi di produzione e la massa di espropriati. «E' una realtà scomoda e ingombrante, e perciò accuratamente occultata e ideologicamente manipolata».

La crisi appartiene alla fisiologia del capitalismo. Qui il saggio di Ciofi diventa un compendio popolare della teoria marxiana sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Il capitale è preda delle sue stesse «contraddizioni organiche», «vive sullo sfruttamento del lavoro e ha bisogno di contenere i salari per alzare i profitti, ma i bassi salari comprimono il potere d'acquisto e ostruiscono gli sbocchi impedendo la realizzazione dei profitti». Un cane che si morde la coda. Già Marx aveva notato che le crisi si manifestano inizialmente nella sfera del credito poiché la speculazione finanziaria è la via di scampo per i capitali quando gli investimenti nell'economia reale non sono più remunerativi. C'è una spinta, in altri termini, verso la diminuzione relativa del capitale investito in forza-lavoro – il fattore generatore di plusvalore – rispetto al capitale investito in macchine e materie prime. «Decresce non la massa dei profitti, ma il livello di remunerazione del capitale rispetto alla massa degli investimenti, che segnala la perdita di efficienza del sistema». La speculazione offre un riparo temporaneo, ma in realtà accelera l'esplosione della crisi.

Con ciò si ripropone una classica questione. Siamo di fronte alla crisi del capitalismo o di una sua particolare configurazione storica? Le «contraddizioni organiche» sono insanabili o il sistema è in grado di governarle? Ciofi è tutt'altro che ignaro della differenza che passa tra la contraddizione e il crollo. «Nessuna visione "crollista" di un capitale destinato a crollare ineluttabilmente su se stesso, ma un'analisi circostanziata delle contraddizioni organiche al capitale, che variamente e temporaneamente si compongono in un processo di continue mutazioni». Non esiste automatismo tra crisi e crollo del sistema. La senescenza del capitalismo, che pure Ciofi enuncia apertis verbis, è solo un problema "aperto". Se il sistema economico attuale distrugge diritti, democrazia, ambiente e non garantisce più benessere, è vero anche che, almeno finora, le classi dirigenti sono riuscite a governare la crisi e a scongiurare gli effetti del '29. E ci stanno riuscendo utilizzando proprio la crisi come strategia di governo, legittimando in nome dell'emergenza quelle stesse politiche economiche che hanno causato la crisi. Quale bancarotta può mai essere, quella del capitale, se all'interno del sistema, oltre alle contraddizioni, non si manifesta anche un reale movimento che lo abolisca? È davvero incapace il capitalismo di proseguire oltre oppure siamo ancora di fronte a un avversario di smisurata potenza? L'impressione che si ricava dalla lettura del saggio di Paolo Ciofi è che non c'è nessun criterio interno al sistema per stabilire se esso sia in una crisi definitiva o in una crisi soltanto relativa alle forme e ai modi in cui è attualmente organizzato. L'unico discrimine in grado di stabilire se esso sia giunto o no al capolinea è l'esistenza di una forza organizzata che si ponga deliberatamente l'obiettivo politico di superare il capitale come forma del nostro tempo. Il superamento del capitalismo o è una deliberazione politica o non è affatto, o poggia sulla forza materiale di un soggetto consapevole dei propri compiti o rimane utopia e anelito. Di quale soggetto si parla? Ciofi non ha dubbi: è il lavoro il fattore antagonista.

«La proclamazione della fine della lotta di classe è stato il principale strumento ideologico usato dalla nuova classe dei proprietari universali al fine di completare la vittoria del capitale con la distruzione dell'identità degli sconfitti». Ma «i fatti hanno la testa dura» e la crisi ha reso palese l'infondatezza di due narrazioni ideologiche. L'una, appunto, è la tesi della fine del lavoro, l'altra, collegata alla prima, è la leggenda del «denaro che figlia denaro». Il lavoro non è affatto scomparso e se, per ipotesi, si dovesse estinguere nella sua attuale forma di lavoro salariato, verrebbe a cadere anche il capitale, poiché non ci sarebbe valorizzazione. In realtà, la teoria della fine del lavoro e del conflitto tra le classi è stato un potente argomento ideologico. «Ridotta all'impotenza la classe lavoratrice, non solo si azzera la distinzione fondamentale tra destra e sinistra. Si annulla anche la contraddizione di fondo tra lavoro e capitale, e così si rende incomprensibile il meccanismo di funzionamento del capitalismo come formazione economica-sociale». Che il lavoro sia molto più frantumato che in passato e che la sua organizzazione non sia più quella della concentrazione della grande fabbrica non significa affatto che sia scomparso il comando capitalistico sui lavoratori. Per di più, nel momento in cui è stata occultata la funzione del lavoro nel generare ricchezza si è fatta strada la leggenda del denaro che crea denaro e di una facile ricchezza a portata di tutti grazie ai sofisticati strumenti della finanza.

Infine, la questione più controversa: il divario tra sociale e politico. È vero che la frantumazione dei lavori non equivale alla scomparsa del lavoro e che, in qualche maniera, è il segno di una universalizzazione della categoria di lavoro salariato. La proletarizzazione di cui parlava Marx è un fenomeno reale. È vero inoltre che, riguardo alla sua base sociale e oggettiva, il lavoro è molto più diffuso nel mondo oggi che non all'epoca della gloriosa centralità operaia, quando accanto agli operai c'era un numero considerevole di contadini. Ma è vero anche che il grado di forza politica dei lavoratori è oggi ai minimi storici. Il lavoro non ha rappresentanza politica. Il maggior risultato del capitale nello scontro ideologico di classe è stato l'aver privato il lavoro della sua identità, della sua memoria e della sua organizzazione. Senza una rappresentanza politica i lavoratori sono destinati a rimanere una moltitudine dalle disiecta membra, una massa di individui semplicemente accomunati dalla loro posizione nella catena di valorizzazione del capitale, ma sprovvisti di identità e di un progetto per il futuro. La tesi di Ciofi è che la classe lavoratrice debba costituirsi in partito politico. Ma può esserci un blocco sociale dei lavoratori prima ancora che si costituisca un soggetto politico? Pare di no. Il passaggio dalla massa alla classe è già di per sé un'operazione politica e simbolica, nient'affatto scontata. Non esiste alcun automatismo nei lavoratori a costituirsi in soggetto politico e a superare quel che Gramsci definiva lo stato economico-corporativo degli interessi immediati, né tantomeno a dotarsi di un progetto di superamento del capitalismo. E come può la politica, si chiede lo stesso Ciofi, dare spazio al lavoro ed esercitare un controllo sul capitale, se i portatori di interessi offesi e contrapposti a quelli del capitale, in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori salariati, sono privi degli strumenti della politica? Se le cose stanno così, la costituzione di un soggetto politico deve precedere, non seguire il formarsi di un blocco sociale del lavoro. «Se manca un soggetto politico che si proponga tali finalità, il disegno di un modello alternativo resta solo un castello in aria». Resta implicita in queste affermazioni una teoria della centralità del partito. Non è che Ciofi ignori la crisi di credibilità nella quale sono precipitati i partiti, trasformatisi in strumenti di occupazione del potere e in macchine elettorali. Ma questo fenomeno, a ben vedere, è il frutto di una privatizzazione della politica, di un'espropriazione dello spazio pubblico, sottratto all'agire collettivo. La via d'uscita non è l'antipolitica, che porta diritto al populismo o alla tecnocrazia, ma la riorganizzazione dei partiti o, se si vuole, delle forme della politica e della democrazia. Nel caso dell'Italia la frattura tra sociale e politico, tra il lavoro e la sua rappresentanza, diventa drammatico. E in quest'atto di denuncia non viene risparmiato nessuno, né il Pd, colpevole d'aver relegato il conflitto tra le classi nella spazzatura della storia e introiettato l'idea della centralità dell'impresa; né la «sinistra alternativista», incapace di portare con sé «il consenso e la rappresentanza della classe».

Recensione di Tonino Bucci (giornalista) pubblicata su Essere Comunisti n.28, maggio 2012 con il titolo "Paolo Ciofi e La bancarotta del capitale"

OCCHIELLI

- Le spiegazioni correnti eludono il tema della proprietà sociale o, per essere più precisi, l'analisi dei rapporti sociali di produzione. La crisi è il frutto di un gigantesco processo di espropriazione di ricchezza – o di privatizzazione – su scala planetaria

- La distribuzione della ricchezza dipende dalla distribuzione della proprietà, dalla separazione tra i proprietari dei mezzi di produzione e la massa di espropriati. «E' una realtà scomoda e ingombrante, e perciò accuratamente occultata e ideologicamente manipolata