bancarottadelcapitale_130quUscire dal capitalismo in crisi - Come si evince già dal titolo e dal sottotitolo, La bancarotta del capitale e la nuova società. Nel laboratorio di Marx per uscire dalla crisi (Roma, Editori Riuniti university press, pp.182), l'ultimo libro di Paolo Ciofi ha l'ambizione di spiegare l'attuale crisi del sistema capitalistico richiamandosi alle categorie dell'autore del Capitale. E affermando la convinzione che da tale crisi sistemica non si uscirà realmente se non iniziando a uscire – con modi e forme su cui tornerò più avanti – dal capitalismo stesso.

Il libro di Ciofi dunque, in primo luogo, afferma che la crisi finanziaria odierna affonda le radici nei meccanismi fondamentali del capitalismo. E ribadisce con Marx che esso è un rapporto sociale fondato sullo "sfruttamento", sull'appropriazione di una quota di ciò che è prodotto dal lavoro da parte di coloro che detengono i mezzi di produzione. Il problema dunque non è "distributivo", come sempre ha sostenuto ogni tipo di riformismo. Ma affonda le proprie radici nel cuore della accumulazione capitalistica, nel meccanismo che oggi – nutrito dall'enorme forza produttiva della moderna tecnologia – provoca uno squilibrio crescente tra i pochi che hanno molto e i moltissimi che hanno poco: «9-10 milioni di persone nel pianeta, poco più dello 0,1 per cento della popolazione globale», ricorda Ciofi, possedeva nel 2007 oltre «40.000 miliardi di dollari, di fronte ai 54.000 miliardi dell'intero prodotto globale» (pp. 75-76). Inoltre, lo squilibrio crescente nella «composizione organica del capitale», ovvero l'aumento della quota di investimenti riservata ai macchinari rispetto a quella necessaria per la retribuzione dei lavoratori (sempre di meno), provoca – con la «diminuzione tendenziale del saggio di profitto» di marxiana memoria – disoccupazione e impoverimento.

È da questi fenomeni di fondo che nasce la crisi, rispetto a cui i processi di finanziarizzazione («il denaro che figlia denaro») hanno mostrato negli ultimi anni tutta la loro vacuità. Come del resto i tanti discorsi sul superamento e sulla fine delle classi. Discorsi sulla base dei quali in Italia si sciolse un partito di grandi tradizioni per dare espressione politica al rinnovato mito liberale di una "cittadinanza" slegata da ogni appartenenza sociale: il passaggio dal Pci al Pds fu anche questo. Mentre dal lato di "lor signori" si avevano idee più chiare: «Confermo che la lotta di classe esiste – dichiarava pochi anni orsono uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett, al New York Times –. Ma a fare la guerra è la mia classe. E la stiamo vincendo» (cit. a p. 77). Il capitale – osserva giustamente Ciofi – ha avuto il suo massimo successo proprio nel convincere anche parte delle classi subalterne che le classi e la lotta di classe non esistono più, togliendo ai subalterni memoria, identità, strumenti politici.

Perché ovviamente, certificato lo stato di crisi e individuate le sue cause, resta l'immenso compito di cercare una soluzione che permetta di fuoriuscire dal capitalismo in crisi e approdare a un diverso sistema economico-sociale. La crisi per il capitalismo – scriveva già Gramsci – è ormai endemica, «continua», un modo d'essere di cui pagano lo scotto le masse dei subalterni, non il capitale in quanto tale. La strada della fuoriuscita da tale situazione, per Ciofi, è indicata oggi dalla Costituzione italiana, che contiene un'alternativa concreta anche ai processi di statalizzazione che – da Kautsky in poi – hanno fatto tutt'uno con l'idea di socialismo, fino a trovare la propria massima realizzazione (fallimentare, o comunque fallita) nei paesi del cosiddetto "socialismo reale".

La Costituzione repubblicana infatti, ricorda Ciofi, negli articoli del Titolo III, postula «una visione indiscutibilmente pluralistica della proprietà dei mezzi di produzione e di comunicazione» (p. 149). La ricerca dell'autore è non solo economico-sociale, ma ovviamente anche politica, nasce sia dal «rifiuto del modello autoritario del "socialismo reale"», sia dalla «ribellione contro la dittatura del capitale» (p. 140). Vi è qui la ripresa di una "ricerca interrotta", teorica e politica, quella della "terza via" tra socialdemocrazia e regimi dell'Est, condotta dal Pci soprattutto dopo la fine del "compromesso storico" e in relazione con alcuni aspetti dell'"eurocomunismo". E che aveva alle spalle la riflessione gramsciana sulla "guerra di posizione" e la sua riformulazione del concetto di rivoluzione in senso processuale, come evento di lunga durata fatto di tappe intermedie, concezione tradotta almeno in parte da Togliatti nelle parole d'ordine della "democrazia progressiva" prima e delle "riforme di struttura" poi.

La questione della «democrazia economica», con la copresenza di diverse tipologie di impresa (pubblica, privata, cooperativistica), tutte però orientate a fini sociali, è centrale in questa tradizione e anche nel discorso di Ciofi. Alcuni aspetti restano da approfondire. Ad esempio, come sarebbe possibile una preminenza del valore d'uso sul valore di scambio, che il libro propone (p. 142), in una situazione in cui sussisterebbero ancora e anzi verrebbero riconosciuti legittimi («a lungo continueranno a esistere in una società di tipo nuovo», p. 141) il mercato e l'impresa? Come evitare che una "nuova Nep" conduca nuovamente al bivio tra stretta statalistica e ritorno al capitalismo? Bisogna quanto meno, in quest'ottica, tornare a studiare esperienze e teorie di "mercato socialista" sperimentate qui e là nella seconda metà del Novecento, con risultati non so quanto convincenti.

Certo, la Costituzione italiana pone all'impresa limiti precisi, la vuole coerente con la sua utilità sociale, arriva in caso contrario a prevederne l'esproprio. Ma l'applicazione di questa parte della Carta (non a caso mai raggiunta) è legata a rapporti di forza inauditi a favore delle classi subalterne, richiederebbe uno sviluppo enorme della loro coscienza, della loro unità, delle loro capacità intellettuali più creative. Vi è dunque «una frattura che al momento appare insanabile tra mezzo e fine [...] il tragico paradosso di una Repubblica fondata sul lavoro nella quale il lavoro è stato cancellato dal sistema politico» (p. 167).

Torna dunque il problema dell'organizzazione politica dei subalterni e della messa in campo effettiva di una contro-egemonia. L'enorme divario tra il bisogno di fuoriuscire da un sistema sempre più portatore di problemi piuttosto che di soluzioni, da una parte, e la capacità delle forze politiche che si propongono il cambiamento radicale di tale sistema, dall'altra, appare sbilanciato e richiede nuove forme di iniziativa soggettiva. Resta il fatto che la "vecchia talpa" continua inesorabile a scavare.

di Guido Liguori dal numero 2-3 2012 di Critica Marxista, bimestrale di analisi e contributi per ripensare la sinistra, diretto da Aldo Tortorella.