bancarottadelcapitale_130quRecensione di Aldo Garzia - Paolo Ciofi, ex segretario del Pci del Lazio ai tempi di Enrico Berlinguer, uno tra i tanti che dopo i traumi post '89 non è finito né nel Pd né in Rifondazione, ora animatore dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra fondata da Aldo Tortorella e presieduta da poche settimane da Alfiero Grandi, ci propone un nuovo libro come tappa della sua ricerca: "La bancarotta del capitale e la nuova società" (Editori Riuniti university press, pp. 182, euro 15,00).

Questa volta, a differenza di altri testi, mette sotto osservazione la crisi economica che ci avvolge dal 2007 ma soprattutto torna ad analizzare la formazione storica che l'ha generata: quel capitalismo contemporaneo che sembra la condizione con cui siamo condannati a convivere non disponendo di credibili alternative.

Ciofi sviluppa la sua ricerca in modo lineare e deduttivo. Si parte dalle domande su che cosa è in crisi per addentrarsi nella "lunga notte del capitalismo senile", che ha una specificità nel caso italiano, per poi chiedersi dove affondino le potenzialità di un cambiamento che ha tuttavia necessità, come in altre fasi storiche, di un soggetto politico coagulante e propositivo. L'autore non rinuncia infatti a sollecitare tra le righe la nascita di un "partito" che faccia massa critica, organizzi, gestisca e proponga.

Nel 2004, Ciofi aveva pubblicato un'altra sintesi delle sue riflessioni in "Il lavoro senza rappresentanza", Manifestolibri (da poco è in circolazione una edizione aggiornata di quel testo). Analizzando i mutamenti del lavoro e dell'organizzazione capitalistica negli anni del berlusconismo, si mettevano in evidenza in quel saggio soprattutto i tratti autoritari che ormai contraddistinguono le relazioni industriali tra capitale e lavoro dopo la controrivoluzione neoconservatrice degli ultimi tre decenni. L'ammonimento, in quel libro come in quest'ultimo, è che se la sinistra non ritrova una sua bussola di riferimento proprio a partire dalle nuove figure sociali connesse al lavoro, pur trasformato nelle tecnologie e nei suoi soggetti, la politica continuerà ad apparirci estranea, oltre che effimera, perché dibatte solo di "primarie", riforme istituzionali, improbabili conquiste del "centro" e leadership individuali mentre continuerà a restare in ombra la reale condizione sociale e salariale di chi produce. Senza chiedersi chi si rappresenta e quali interessi si vogliano contrastare appare ovvio che sinistra e centrosinistra siano destinati a scrivere le loro gesta sull'acqua.

In quest'ultimo libro, è la natura dell'attuale crisi il rovello iniziale che poi fa sviluppare la ricerca. L'autore ripropone le lenti di Marx per analizzarla e ci avverte che la crisi ha investito l'economia reale, quella fatta di disoccupazione, precarietà e stagnazione: altro che crisi solamente finanziaria. Se non si esce dagli schemi interpretativi del liberismo, sottolinea Ciofi, non ci sarà definizione di quello che è accaduto e sta accadendo. Scrive a proposito di Marx: «Non si può farne a meno per scoprire il codice genetico del capitalismo e il suo modo di essere, e quindi l'origine delle crisi che lo attraversano». Il dito è così posto efficacemente nella piaga, perché – come annota ancora Ciofi, riprendendo la lezione di Marx – il capitalismo non è solo «un accumulo inerte di merci sotto forma di mezzi finanziari, di macchine e di materie prime, bensì un rapporto sociale ben definito e storicamente determinato, che ha per scopo il profitto».

Già questa premessa, che parrebbe di assoluto buon senso, appare rivoluzionaria.

Qual è quel leader e qual è quella forza organizzata che hanno il coraggio nei tempi nostri di parlare di analisi e critica del capitalismo? Finanche la cultura socialdemocratica, così abituata in passato ai compromessi con il capitale dopo aspri conflitti sembra aver abbandonato la sua buona abitudine. Problema aggravatosi in Italia per l'inesistenza di forze alternative di un certo peso politico e per l'assenza di un partito socialista alla stregua di quello che con alla guida di Hollande vuole sfrattare Sarkozy dall'Eliseo. Ma qualcosa nella cultura delle idee si muove, se a questo testo di Ciofi si può affiancare in un ideale pendant il recente "La lotta di classe-Dopo la lotta di classe" di Luciano Gallino (Laterza editore). E altri esempi si potrebbero fare.

Nel secondo capitolo del libro, citando una intervista di Carla Ravaioli al filosofo Emanuele Severino apparsa sul "manifesto" lo scorso 3 luglio, Ciofi sottolinea che il capitalismo oltre allo sfruttamento della persona umana per ottenerne profitto unisce lo sfruttamento della natura. Le pagine che seguono poi sono particolarmente efficaci per il ragionamento che porta a concludere «siamo in presenza di una crisi generale di sistema» con l'avvertenza di una novità assai preoccupante «la sua dittatura sul lavoro, e dunque sull'intera società, ha messo in crisi tutta l'architettura democratica costruita dopo la seconda guerra mondiale». L'autoritarismo nelle relazioni industriali è quindi solo un tratto di un problema più vasto che colpisce tutte le società democratiche, in primis quelle europee.

Avvertimento ai lettori: non c'è nulla di old style nell'analisi di Ciofi. Anzi, una delle attrattive di questo testo sta proprio in un discorso che si dipana passo dopo passo citando le novità che affiorano dalla crisi e proponendo altrettante innovazioni nel pensiero critico di chi dovrebbe proporre un'alternativa. Per l'autore, uscire dal capitalismo non è però una "bubbola" come ha scritto Eugenio Scalfari, ma "è una necessità per uscire dalla crisi generale in cui il capitalismo ci ha precipitati". Da quell'affermazione così impegnativa, si dipana la parte finale del testo che individua nell'organizzazione politica dei nuovi lavoratori del XXI secolo la condizione di partenza.

Dopo aver analizzato ciò che è avvenuto nel capitalismo e nella politica italiani (en passant, il giudizio sul governo Monti è negativo), Ciofi propone di ripartire dalla Costituzione che definisce l'universalità del diritto al lavoro, accanto alla considerazione di ciò che sono stati definiti "beni comuni" sia dalla letteratura del diritto sia dalle esperienze di movimento più recenti per poi approdare a un'altra idea della democrazia, a iniziare da quella economica per troppo tempo sottovalutata dalla tradizione comunista anche in Italia (l'esperienza della socialdemocrazia nordica è da ristudiare sotto questo profilo, come l'inadempienza per paura di cogestione dell'articolo 46 della Costituzione italiana che recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende»).

Ciofi, da berlingueriano impenitente, ripropone perfino un leitmotiv della politica di Enrico Berlinguer: introdurre elementi di socialismo negli assetti economico-sociali (in alcune pagine si ricordano le originali intuizioni di Togliatti su "democrazia progressiva", "partito nuovo" e tutta la migliore tradizioni dei comunisti italiani che non va buttata nel cestino).

Le ultime pagine di "La bancarotta rotta del capitale e la nuova società" sono lo sviluppo di ulteriori argomentazioni per disegnare una nuova strategia della sinistra che non deve pensare di avere alle spalle una tabula rasa. L'esortazione finale è un appello: «Indigniamoci. Ribelliamoci. Ma soprattutto uniamoci e organizziamoci».

 

Recensione di Aldo Garzia pubblicata da paneacqua.eu con il titolo "Crisi e alternativa, ma è la bancarotta del capitale?" alla pagina http://www.paneacqua.info/2012/03/crisi-e-alternativa-ma-e-la-bancarotta-del-capitale/