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Diritti del lavorodi Paolo Ciofi - Non si tratta solo del soldato Brunetta, sempre sull'attenti di fronte al Supermanager soddisfatto di sentirsi dire che gli interessi della Casa torinese sono quelli dell'Italia. Sulla sentenza della Corte costituzionale, che ha dato ragione alla Fiom e torto alla Fiat, è necessario fare chiarezza respingendo ogni interpretazione riduttiva. E smontando la sperimentata tecnica del «sopire troncare, troncare sopire» in vista di nuovi misfatti farisaicamente onesti, che il manzoniano Conte zio oggi impersonato dai poteri dominanti si appresta ad apparecchiare con la copertura della "libera stampa" e dei camerieri di turno. Come dimostra il trattamento a dir poco scomposto cui è stata sottoposta la presidente della Camera Laura Boldrini per aver declinato l'invito di Marchionne. E per aver detto con parole di verità che «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa», bensì percorrendo la via «della ricerca, della cultura, dell'innovazione».
La sentenza della Corte non è affatto equivoca su una questione di fondo, che ci riguarda direttamente come cittadini di questa Repubblica fondata sul lavoro. Semplicemente, ha dichiarato incostituzionale, né più né meno, quel comma dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori strumentalmente usato da Marchionne per cacciare dagli stabilimenti Fiat i rappresentanti della Fiom perché il sindacato di Landini, respingendone i contenuti, non aveva sottoscritto il contratto: instaurando così il principio che nelle fabbriche e negli uffici dei rispettosissimi e ben educati eredi Agnelli possono operare solo i sindacati che condividono il punto di vista dei padroni. Gli altri sono out, non esistono. Di conseguenza, gli operai, gli impiegati, i tecnici perdono la possibilità di organizzarsi e rappresentarsi secondo un punto di vista critico e autonomo, e quindi di orientare liberamente il proprio destino di lavoratori e cittadini. Un modernizzante comportamento medievale, padronale e antidemocratico, che fa a pezzi il principio di uguaglianza e di libertà.
Ma proprio qui sta il grande valore e il significato generale del pronunciamento della Consulta ben al di là dei pur fondamentali profili contrattuali, giacché ripristina, in questa fase di crisi generale e di trasformazioni profonde del capitale e del lavoro, i principi costituzionali di libertà e uguaglianza dentro il perimetro delle attività d'impresa. Per l'appunto, una questione di fondo che riguarda i lavoratori in quanto «prestatori d'opera», e i cittadini in quanto lavoratori. In sintesi, un pronunciamento che appare perfettamente in linea non solo con l'articolo 1 e 39 («l'organizzazione sindacale è libera» ), ma anche con l'articolo 3 (superamento degli ostacoli economici e sociali che impediscono ai lavoratori di partecipare a tutti gli aspetti della vita del Paese) e con l'intero titolo III della parte prima della Costituzione, relativo ai rapporti economici. In altre parole, un pronunciamento che scioglie positivamente un nodo stringente che sta soffocando le democrazie moderne.
Dunque, un risultato di grande rilievo e di portata generale, ottenuto in controtendenza grazie alla determinazione della Fiom e al coraggio degli operai, che hanno lottato in condizioni materiali e psicologiche estremamente difficili, spesso isolati dal resto della società e nel silenzio colpevole dei media. Ha ragione Maurizio Landini: si tratta di una vittoria di tutti i lavoratori perché la Costituzione rientra in fabbrica. E con la Costituzione riconquistano libertà, uguaglianza e dignità gli operai e tutte le persone che lavorano. È penoso che questa fondamentale conquista costituzionale non venga riconosciuta dai dirigenti della Cisl e della Fim, che nella loro miopia hanno puntato sull'isolamento della Fiom piuttosto che sull'affermazione di un principio universale di libertà e uguaglianza. E su una concezione retrograda dell'impresa, piuttosto che su una reale innovazione delle relazioni industriali, causa non ultima del decadimento del nostro apparato produttivo. Bisognerebbe avere il coraggio non dico di ringraziare la Fiom, ma per lo meno di dare una mano per approvare una legge che garantisca a tutti i lavoratori la libertà di scegliere i propri rappresentanti sindacali. Un principio elementare di democrazia, che all'intero movimento sindacale darebbe una spinta poderosa verso la sburocratizzazione degli apparati e la vera autonomia dai padroni e dai partiti.