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La crisiRisposta a Ruffolo e Sylos Labini

 

 

I vecchi parametri, instaurati da oltre un ventennio, oggi non servono per misurare la portata e la profondità della crisi. E neanche per dare un senso alla parola "sinistra". Grande è il disordine sotto il cielo. E la situazione non è eccellente. Da questo disordine, che ha origine da una crisi di sistema e investe l'intero ambiente sociale e naturale fino a sconvolgere il comportamento dei singoli, non si diffonde una speranza per il futuro né una lotta politica per il cambiamento, con obiettivi chiari e concretamente perseguibili. Prevalgono l'inquietudine, lo smarrimento, il ripiegamento nel particolare e nel privato. E, simmetricamente, la rabbia e il ricorso ai gesti disperati. La democrazia si dimostra una scatola vuota, mentre si moltiplicano le spinte repressive di fronte alle rivolte. Il fatto è che brancoliamo nel buio di una crisi ormai entrata nel settimo anno, accecati da una cultura dominante diventata largamente senso comune che nega la possibilità di un'alternativa di società, presentata o come una catastrofe o come impraticabile per i costi proibitivi: questo è il mondo in cui viviamo, e non c'è una reale possibilità di cambiarlo.


Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che se si resta in adorazione dei vecchi dogmi liberisti, che predicano (e praticano) la totale libertà del capitale, dalla crisi non c'è via d'uscita, se non nell'esplosione delle contraddizioni interne al capitalismo e tra i capitalismi, che non esclude l'incendio della guerra. Ma, d'altra parte, non fanno luce e si dimostrano inadeguate nel mettere a nudo le cause più profonde della crisi, e quindi a individuare i percorsi del suo superamento, anche le teorie più sofisticate d'ispirazione keynesiana, che fanno asse non sul modo di produzione e sui rapporti di proprietà bensì sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.


Di recente, in un articolo significativamente intitolato "Per un capitalismo sostenibile" e pubblicato su la Repubblica, Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini hanno riproposto la seguente tesi. Poiché "il capitalismo realizza l'obiettivo mancato dal movimento operaio: una vera e propria 'internazionale capitalistica' che provoca enormi disuguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere la domanda", occorre "ridurre i divari nella distribuzione della ricchezza non solo perché disuguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili ma perché costituiscono un freno allo sviluppo dell'economia". Tanto più che "la crisi attuale è stata fronteggiata attraverso la sostituzione del debito privato con quello pubblico e con l'espansione della moneta da parte delle banche centrali". E di conseguenza gli Stati, indebitati per salvare le banche, e quindi puniti dai mercati per i loro disavanzi, "riducono le spese sociali addossando i costi della crisi ai ceti più deboli".


Proprio perché il capitalismo produce "enormi disuguaglianze tra capitale e lavoro", con gli effetti distruttivi e socialmente insostenibili da loro denunciati, a tal punto che in Italia i primi dieci patrimoni posseggono oggi tanto denaro quanto i tre milioni di italiani più poveri, e nel mondo 63 mila super ricchi concentrano un patrimonio di 39.900 miliardi di dollari (vale a dire una cifra superiore alla somma delle economie degli Usa e del Giappone), ci saremmo aspettati che Ruffolo e Sylos Labini dichiarassero alto e forte: "noi, tra il capitale e il lavoro, scegliamo il lavoro". Vale e dire, un modello sociale non più fondato sullo sfruttamento sistematico della persona umana, che finalizza l'intera costruzione della società all'ottenimento del massimo profitto e all'accumulo della rendita. Bensì una civiltà meno primitiva e più avanzata, nella quale l'economia sia al servizio degli esseri umani e non il contrario.


Loro invece si propongono di salvare il capitalismo, depurato però delle sue brutture e contraddizioni. Vogliono un "un capitalismo sostenibile". E per questo - strano destino di tanti innovatori - sono costretti a pensare (e riproporre) il passato. Non si accorgono che quando dicono di voler "tornare a un capitalismo governato", "a un nuovo compromesso storico tra capitalismo e democrazia", si collocano nella insostenibile posizione di chi non può andare avanti perché ha la faccia rivolta all'indietro. Non solo perché il capitalismo, nella sua evoluzione storica, tende oggi a distruggere le condizioni stesse della sua riproduzione, e con esse la democrazia rappresentativa. Ma perché, contro ogni ragionevole forma di pensiero critico, Ruffolo e Sylos ci stanno dicendo che il capitalismo, a differenza di ogni costruzione umana, non ha un inizio e una fine. È immortale, come lo Spirito Santo. E perciò al massimo si può pensare a un suo "riorientamento etico", come più volte ci ha ricordato Giorgio Ruffolo.