elezioni roma 2016 350di Gennaro Lopez - A proposito della riflessione di Christian Raimo e di un recente libro di Paolo Ciofi
"Lavoro & politica" ha meritoriamente riportato (alla pag. 6 del n. 12, di recente pubblicato) il bell'articolo di Christian Raimo, comparso in precedenza sull'Internazionale, intitolato "Roma sta morendo e nessuno fa niente". La riflessione di Raimo mette in evidenza il degrado culturale della città, segnalando una lunga e inquietante serie di situazioni che hanno visto penalizzate o azzerate iniziative che nel campo della musica, del teatro, della letteratura, del cinema, dell'arte in generale, hanno tentato di supplire all'assoluta carenza di interventi pubblici.
Quella che ritengo possa legittimamente definirsi "politica dell'incultura" ha contribuito in modo significativo a deprimere la qualità della vita della capitale, appesantendo ulteriormente gli effetti negativi della crisi economica. E' davvero paradossale che l'ottusa riduzione degli spazi destinati alla cultura venga spesso motivata con l'esigenza di garantire sicurezza e legalità: quasi che si trattasse di "variabili indipendenti" dal modo in cui la città viene vissuta e fruita socialmente. Tutto questo, peraltro, accade mentre, da un lato, “agenzie immobiliari e di lavoro interinale prendono il posto di librerie, sale cinematografiche, teatri sperimentali, alla moda, i negozietti di souvenir con le statuine del gladiatore con la tunica della Lazio". Eppure, nella memoria collettiva di questa città dovrebbe ben essere presente il ricordo di un'altra stagione, in cui, a causa soprattutto del terrorismo, alle ragioni della sicurezza e della legalità si corrispose con ben altra politica, quella della cosiddetta "estate romana", che fece di ogni rione, di ogni quartiere, di ogni borgata un luogo di presenza e di iniziativa culturale e indusse i cittadini non a chiudersi in casa prigionieri della paura, ma a partecipare e ad essere presenti in massa nelle strade, nelle piazze, ovunque fosse data l'opportunità di arricchire la propria esperienza umana e intellettuale. Fonte di quella eccezionale stagione fu certo l'invenzione di una persona straordinaria: l'assessore alla Cultura del Comune, Renato Nicolini, ma soprattutto - io credo - un'idea di Roma e del suo ruolo di capitale del Paese che caratterizzò l'attività del governo locale dell'epoca. A ricordarcelo, esce proprio in questi giorni - giorni di una campagna elettorale per molti versi deprimente, quanto a idee e progetti (con l'unica eccezione, a mio avviso, del candidato sindaco Fassina), un prezioso libro di Paolo Ciofi (Del governo della città. L'esperienza delle "giunte rosse" per un'altra idea di Roma, ediz. Bordeaux).
Il lavoro di Paolo Ciofi rappresenta una risposta forte e argomentata a coloro che considerano frutti di un destino ineluttabile i fenomeni di declino e corruzione che hanno caratterizzato e caratterizzano da alcuni anni le vicende politiche e amministrative della capitale. Ricostruire un'idea di Roma, che vada oltre alcune emergenze di quotidiana amministrazione (manutenzione stradale, gestione dei rifiuti, efficienza dei servizi ecc.), per un progetto che ridia senso alla funzione nazionale ed internazionale della Capitale d'Italia, è possibile - ci dice Paolo Ciofi - se ci si ricollega a quanto di positivo fu realizzato nel periodo (il decennio 1975-1985) delle cosiddette "giunte rosse" al governo di Comune, Provincia, Regione. Si guarda al passato anche con occhio critico e non certo in chiave celebrativa, per dare prospettive credibili al futuro: preziosa e, per molti aspetti, ancora attuale l'elaborazione del Pci di Enrico Berlinguer sul ruolo di Roma capitale, "cervello politico-istituzionale del Paese che operi in connessione organica con lo sviluppo della cultura e della scienza, [...] metropoli europea cerniera tra Nord e Sud del mondo". Da quella elaborazione nacquero una mozione parlamentare del 1984, primo firmatario Berlinguer (una novità assoluta per uno Stato che per oltre un secolo non aveva mai discusso e definito ruolo e funzioni della sua capitale ...) ed una proposta di legge del 1986, primo firmatario Ciofi, intitolata Programma pluriennale di interventi connessi con le funzioni e il ruolo della capitale della Repubblica, che fondava la strategia di cambiamento della capitale sul nesso organico tra sviluppo della cultura e della scienza, tutela dell'ambiente e qualificazione delle forze produttive, dunque tra sapere e lavoro.
Si è ricordata l'esperienza della cosiddetta "estate romana", da alcuni criticata come espressione di una cultura "effimera". Ma quella critica non tiene conto del fatto che il cosiddetto "effimero" (il cui valore politico ho già cercato di chiarire) accompagnava la "concretezza" di realizzazioni ( con i sindaci, in ordine cronologico, Argan, Petroselli e Vetere), che cambiarono Roma nel suo volto e nel suo stesso modo d'essere (a cominciare dalla saldatura - tanto cara a Giulio Carlo Argan - tra centro e periferia): l'azzeramento dei doppi e tripli turni nelle scuole, il risanamento delle borgate e la demolizione dei borghetti abusivi dei "baraccati", la realizzazione di reti di servizi diffusi in tutti i quartieri (asili-nido, biblioteche comunali, centri anziani, centri sportivi ...), gestiti con criteri di partecipazione democratica. La pratica di un rapporto ravvicinato tra istituzioni locali e cittadini fu un modo efficace per rafforzare una democrazia diffusa che in quegli anni era sottoposta ad attacchi di varia natura e di diversa provenienza. E dette i suoi frutti. Ricordo, ad esempio, l'esperienza straordinaria delle consulte circoscrizionali per la scuola, per la cultura, per la sanità.
Tornando all'oggi, si deve amaramente constatare, con Paolo Ciofi, "una situazione paradossale: la spesa aumenta e i servizi pubblici si riducono, le tasse locali crescono e le prestazioni peggiorano. [...] Dietro Roma Capitale con la C maiuscola c'è il nulla, un vuoto spinto di progettualità e di prospettive"(pp. 26-27). A maggior ragione, va recuperata una visione politica, anche perché "la stessa buona amministrazione, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti con decisione le disuguaglianze e le ingiustizie, non basta. Senza la costruzione di un blocco sociale alternativo al dominio della rendita e della finanza, e senza una partecipazione democratica organizzata e duratura, che spezzi l'autoreferenzialità e la separatezza della politica, non è possibile cambiare la condizione di Roma. Una comunità urbana per tutte le età in sintonia con l'ambiente naturale, multietnica e solidale, centro di cultura aperto al mondo e all'innovazione; una metropoli universale autogovernata, capitale della democrazia partecipata": questa è la città per cui lottare. (Ciofi, pp. 29-30).