Il voto del 245 e 25 febbraioQuelle che seguono sono solo prime considerazioni. Ma bisogna subito dire che il risultato elettorale viene da lontano. E la riflessione, accompagnata dalla necessaria azione dentro la società, dovrà essere profonda. Perché è da oltre un ventennio che le classi lavoratrici, le persone che vivono del loro lavoro, o che del loro lavoro vorrebbero dignitosamente vivere - dall'operaio di fabbrica alle nuove figure professionali e scientifiche indotte dalla rivoluzione digitale, dal disoccupato e precario permanente a gran parte dell'universo femminile e giovanile - sono state espulse dal sistema politico. E sono state espropriate del loro presente e del loro futuro. Pure e semplici vittime sacrificali, che la drammaticità della crisi ha portato all'impoverimento e all'esasperazione. Non avendo altre vie di comunicazione e di presenza politicamente rilevante, il fiume carsico della protesta e del malcontento, dell'insoddisfazione e della paura della perdita di sé, è esondato con Grillo e il Movimento 5 stelle. In una condizione nella quale la sinistra è risultata ininfluente e marginale, il governo Monti ha fatto da detonatore. La strategia del Presidente della Repubblica e il pensiero corto di Bersani, ingabbiato nella politica ferocemente classista di Monti, hanno compiuto il capolavoro di moltiplicare la spinta propulsiva di Grillo e del grillismo, e anche il miracolo di richiamare in vita Berlusconi, che un anno fa era solo il fantasma di se stesso. Emblematica è stata la chiusura della campagna elettorale a Roma, con Bersani rinchiuso nel teatrino dei comici, e il comico a piazza S. Giovanni che arringava 100 mila persone. Adesso tutti temono l'ingovernabilità. Ma se si va un poco oltre le barzellette di Scalfari, che della mancata vittoria di Bersani incolpa Ingroia e il carattere degli italiani, ci si dovrebbe accorgere, al di là dei dati contingenti e della mostruosità della legge elettorale, che la crisi del sistema politico affonda le sue radici più profonde nel fallimento della borghesia capitalista come classe dirigente: di cui la cosiddetta società civile raggruppata attorno al rettore bocconiano ha dato un'altra prova inconfutabile dopo Berlusconi. E al tempo stesso nella incapacità delle classi subalterne di darsi, in forme nuove, rappresentanza e organizzazione politica all'altezza dei tempi: cosa su cui dovrebbe esercitarsi la sinistra. Il grillismo non è antipolitica, ma una diversa forma della politica di fronte al fallimento dei partiti tradizionali. Altro che «laboratorio politico della minchiata», come ha scritto con eleganza l'organo politico dei grandi capitalisti di "sinistra". Il comico genovese, a dispetto dell'indubbio autoritarismo e del linguaggio violento, in realtà ha rovesciato il canone di Berlusconi e del berlusconismo, un fenomeno che in vario modo ha contaminato tutti i partiti: la politica non come espressione del potere del denaro e come tecnicismo degli esperti, ma come autorganizzazione sul territorio, come espressione delle donne e degli uomini associati che si uniscono per il perseguimento di determinati obiettivi. Insomma, non spettatori che chiedono favori, delegano a un'entità sovrastante e magari votano per scegliere il leader, ma cittadini, elettori, lavoratori che si impegnano e lottano in quanto titolari di diritti. E il capo sta in mezzo a loro, va nelle piazze d'Italia con la pioggia e con la neve, ma non andrà in Parlamento: come a dire che per sé non vuole alcun privilegio né prebenda. Di questi tempi non è poco, e questo abbiamo visto. In Sicilia come a piazza S. Giovanni, dove la gente, dopo ore e ore di presenza, finito il comizio e impugnati sacchi e ramazze, ha cominciato a pulire la piazza. Demagogia? Populismo? Forse, ma comunque segnali forti di cambiamento che gli altri non sono stati in grado di dare. La politica serve per cambiare il mondo, e cambiare il mondo è necessario per uscire dalla crisi. È evidente che per questo compito Grillo non è attrezzato. Ci sarebbe bisogno di una sinistra all'altezza dei tempi, ma non c'è. È possibile riprendere il cammino? Dico di sì, ma a una condizione. Che si sgombri la strada, attraverso un serio esame critico, dai detriti accumulati in anni di sconfitte. E che si muova dal punto più alto conquistato dai lavoratori e dal popolo italiano nel loro contrastato cammino verso l'incivilimento: la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Paolo Ciofi