«Somos reformistas, no de izquierdas». Può capitare anche ai più "grandi comunicatori" - i quali, come sostiene Noam Chomsky linguista di fama mondiale, sono spesso «tutta immagine e niente sostanza» - di svelare con una battuta la natura vera di un progetto, che si vuole in qualche modo nascondere per indurre l'elettore a scegliere in base all'apparenza e alla confezione dell'offerta. «Siamo riformisti, non di sinistra»: con queste semplici parole, che si leggono nell'intervista allo spagnolo El Pais, WV ha messo a nudo il corpo (e anche l'anima) del Pd, ottenendo il massimo dei risultati, un effetto-verità da diffondere e far conoscere a tutti. Ci ha trasmesso, per la precisione, due messaggi. Il primo: che il Pd non è di sinistra (e su questo a qualcuno era già venuto più di un dubbio). Quindi, non partito del lavoro bensì dell'impresa, dal momento che il lavoro (il lavoro dipendente) dovrebbe essere il fondamento di qualsivoglia sinistra. Il secondo: che se sei "riformista" non sei di sinistra. E qui qualche spiegazione è necessaria.

Una volta si sapeva che la sinistra di matrice operaia e popolare si divideva in rivoluzionari (che volevano trasformare la società con la rivoluzione) e riformisti (che volevano trasformarla con le riforme). Se però si assume che la presente società non può essere trasformata, ma soltanto "gestita" giacché questa fase del capitalismo - a quanto pare - corrisponde alla fine storia, null'altro resta da fare se non trasformarsi, appunto, in gestori dell'esistente. Le parole cambiano senso, ma in questo caso il significato è chiaro. La parola d'ordine è salvare il capitalismo, non cambiare questa società ingiusta che sta portando il pianeta al collasso. Un'operazione tutta ideologica che prescinde dalla realtà, e per la quale - bisogna riconoscerlo – è necessaria una buona dose di fantasia e una notevole capacità affabulatoria.

Ecco allora un partito che non è di sinistra ma che ai giovani viene fatto apparire di sinistra, e che al suo interno contiene componenti denominate di sinistra. Un partito, per altro verso, temuto dalla destra perché, ponendosi sul suo stesso terreno, esplicitamente intende sottrarre ad essa argomenti e programmi, secondo lo schema classico della democrazia americana. In altre parole, un partito pigliatutto: che sta dalla parte del business e intende presentarsi anche come partito del lavoro; che nei contenuti si configura centrista ma nell'immagine si autopromuove di sinistra; che si propone di cambiare la Costituzione e tra suoi promotori annovera un padre costituente come Scalfaro. Un gioco di specchi tra fiction e realtà, tra forma e contenuto che va ben oltre il trasformismo storico, e che è reso possibile oggi dalla pervasività della comunicazione. Un trasformismo mediatico, dell'immagine e dell'immaginario, che fa apparire l'appiattimento sull'esistente come trasformazione della realtà.

Nella sostanza, però, in queste condizioni il moderno "riformista" sarebbe solo un operatore incaricato di sostituire qualche pezzo negli ingranaggi usurati del sistema che produce sfruttamento umano e distruzione dell'ambiente, per tentare di farlo funzionare evitando conseguenze troppo distruttive, ma senza rimuovere le cause che producono gli effetti. Ora WV ha rotto con le sue mani lo specchio, e non era necessario che entrasse nelle liste Calearo, presidente di Federmeccanica, per dimostrare che il Pd è una forza centrista orientata a rafforzare il potere del capitale nell'economia, nella politica e nella cultura, con ricadute pesantemente negative sugli assetti democratici e istituzionali del Paese. Uno degli ultimi acquisti, il generale Del Vecchio, non si smentisce quando dichiara che ha sempre votato per il centro. Come volevasi dimostrare: Somos reformistas, no de izquierdas. Somos todos caballeros.