Raccolgo volentieri l’invito di Luciano Barca a intervenire sul tema del blocco sociale e della rappresentanza politica, giacché ritengo che intorno a questo nodo decisivo si stia avvitando oggi la crisi italiana, sia come sfibramento della democrazia che come declino della nazione. Tuttavia, la mia valutazione, e il dibattito stesso promosso da Eteco, hanno senso solo alla condizione che si riconosca al “blocco sociale”, come categoria analitica, diritto di cittadinanza nella politica italiana in questa fase. Mi pare perciò necessario affrontare preliminarmente quest’aspetto, senza di che il nostro discorso difficilmente potrebbe procedere.

La costruzione di un blocco sociale su cui impiantare la rappresentanza politica presuppone l’esistenza di una società in qualche modo strutturata, in cui classi e ceti sociali si manifestano nella loro moderna connotazione, in cui perciò vive in modo del tutto inedito e diverso dal passato la polarità lavoro-capitale: una società - lo dico in breve - in cui la persona non annega nella socialità ma si avvalora nei legami sociali, e in cui la lotta tra le classi non è stata abolita dalla sovrannaturale potenza del pensiero unico liberista. In queste condizioni, la presenza della rappresentanza politica del lavoro è naturale, e necessaria per una democrazia compiuta, come previsto - ad esempio - dalla nostra Costituzione.

Al contrario, se la società in cui viviamo è (ideologicamente) rappresentata come somma di individui spogliati di qualità sociali, liberi da vincoli di classe e di culture sedimentate, non ha alcun senso tematizzare la nozione di blocco sociale. Manca il fondamento, come c’insegna il più classico dei canoni thatcheriani, e come avevano predetto i teorici della “società complessa” e della “frantumazione dei soggetti”.

In queste condizioni, la politica non può fare altro che galleggiare sulle tendenze in atto e cogliere l’opportunità dell’attimo fuggente: il massimo della strategia consiste nell’avere una buona tattica. Da azione collettiva, fondata sul protagonismo delle donne e degli uomini tenuti insieme da un legame sociale, la politica si trasforma in un “servizio alla persona”, come ha affermato senza ironia un dirigente della sinistra. L’orizzonte si accorcia: non essendo possibile la trasformazione della società per il venir meno del soggetto, resta la gestione del presente, cioè l’amministrazione del capitale.

La visione ideologica di una società immaginaria costituita da individui privi di qualità sociale è stata largamente introiettata dalla sinistra, nel corso di un lungo processo che comincia negli anni ’80. Non mi riferisco solo a Giuliano Amato, il quale ab ovo dubitava della possibilità di costruire “un blocco sociale progressista” a causa del venir meno delle aggregazioni di classe. Ho in mente anche Giorgio Ruffolo (ormai “abbiamo una società di individui”, avendo la sinistra raggiunto il suo scopo, ovvero “la società senza classi”) al quale Claudio Napoleoni obiettava che al di sotto della “complessità” della società moderna siamo in presenza di una base unificante, costituita dallo sfruttamento e dall’alienazione della persona umana.

Non possiamo perciò sorprenderci oggi se Piero Fassino, rispondendo a De Rita il quale domandava “a quale blocco sociale” i Ds intendano fare riferimento, ha negato nella sostanza che di blocco sociale si possa parlare. E infatti questa espressione non la trovate nel documento da lui presentato per il congresso Ds: il principale partito della sinistra si rivolge a tutti, capitalisti e lavoratori, sfruttati e sfruttatori, giovani, donne, anziani, e così via. Insomma, un partito “pigliatutto”, che non ha nei lavoratori dipendenti il perno del suo blocco sociale, e che non è il partito del lavoro. I lavoratori sono scomparsi giacché siamo tutti cittadini.

C’è sempre qualcosa di non detto, qualcosa di ambiguo e di non esplicitamente dichiarato nella pratica politica e nell’impianto concettuale dei partiti in questa fase. D’altra parte, però, Massimo D’Alema è stato esplicito, quando ha affermato senza mezzi termini che il suo non è “un riformismo fondato sul lavoro dipendente”. Ed Enrico Morando, il riformista per antonomasia che in questo congresso sostiene la mozione Fassino, esplicitamente nega che la sinistra debba riconoscersi nella “cosiddetta ‘centralità’ o ‘funzione sociale’ del lavoro”, giacché il punto di riferimento del riformismo moderno è l’individuo.

Siamo nel centro della “nuova socialdemocrazia” di Blair e di Schroeder, che ormai ha del tutto oscurato l’orizzonte socialista, e il cui scopo non è più quello di dare rappresentanza al lavoro adattando il capitalismo alla società, ma di adattare questa al nuovo capitalismo globale. La “rifondazione della socialdemocrazia” propugnata da Anthony Giddens, vero suggeritore del blairismo secondo i canoni dei New Democrats clintoniani, equivale all’abbandono di ogni pur pallida idea di trasformazione socialista della società.

Bisogna riconoscere che l’ innovazione culturale e politica dei Ds ha prodotto gli esiti desiderati, peraltro meritevoli di assoluto rilievo, come ho documentato nel saggio Il lavoro senza rappresentanza La privatizzazione della politica. Riprendo qui solo pochi dati, di cui solitamente non si discute. Nelle elezioni politiche del 2001, secondo l’Itanes (Italian national election studies), i Ds hanno ottenuto il 16,4% dei voti degli operai delle imprese private, per cui “la ‘classe operaia’ appare nettamente sottorappresentata nel principale partito della sinistra”, mentre per Rifondazione comunista ha votato l’11,5%. Nell’insieme, “la somma dei voti operai per Ds e Rc risulta inferiore al consenso ottenuto da Forza Italia”, che è del 30,6%.

Questi dati, unitamente a quelli riportati in tabella, dimostrano senza possibilità di equivoci che le sinistre non hanno più radici consistenti nella base operaia e popolare del Paese da cui traevano forza e consensi. Visto da un’altra angolazione, il quadro del sistema politico si presenta senza chiaroscuri: il lavoro non dispone più di un’autonoma e libera rappresentanza politica. In altri termini, nel passaggio dalla “prima” alla “seconda” Repubblica, il mondo del lavoro, inteso come quel vasto complesso di forze anche intellettuali, tradizionali (il lavoro dipendente) e nuove (il lavoro autonomo subalterno), ha perduto la capacità di autorappresentarsi.

In conclusione, non esiste nell’Italia moderna un blocco sociale che faccia asse sul lavoro. L’accettazione, anche a sinistra, dell’idea che il lavoro non è altro che “capitale umano”, cioè una merce nella piena disponibilità del capitale, ha distrutto l’idea fondante della sinistra storica, ovvero che i lavoratori debbano avere una loro rappresentanza politica, oltre che sindacale. Il lavoro, come il capitale, è stato coinvolto in straordinarie trasformazioni nel suo perenne movimento, ma la sinistra ha cessato di rappresentarlo.

E’ questo vuoto che bisogna colmare, e che a me appare molto più grave e rischioso delle pur vistose lacune del movimento sindacale, anche perché non si può immaginare un movimento sindacale forte e privo di tentazioni corporative in un sistema socio-politico che rifiuta la rappresentanza del lavoro. Nel momento in cui persino analisti illustri hanno capito, smentendo se stessi, che le elezioni non si vincono al centro, perché il centro è un non-luogo in via di estinzione come la vittoria di Bush ha dimostrato, rimbomba la domanda di Stanley Greenberg, già consulente del partito democratico: “Che ne è di un movimento progressista quando non aspira più rappresentare gli elettori della working-class?” E’ la domanda giusta. Hic Rhodus, hic salta.

Paolo Ciofi