Matteo RenziIn un solo giorno, il 29 gennaio scorso, sono avvenuti tre fatti in apparenza molto distanti l'uno dall'altro e senza alcun rapporto tra di loro. Ma è davvero così? Andiamo a vedere, perché meritano una particolare attenzione.
 
Berlusconi e Renzi stringono definitivamente il patto per la "governabilità", accordandosi in "profonda sintonia" su una legge elettorale che dovrebbe escludere ogni possibile concorrente. La Fiat diventa Fca, e con un risibile acronimo pone fine alla sua storia in Italia. Un'enorme patrimonio di saperi e di capacità produttive viene trasferito all'estero, mentre sul campo restano disoccupati e capannoni vuoti. La Electrolux, multinazionale che ha le sue radici nella civilissima Svezia, fa sapere al governo che intende lasciare l'Italia se non sarà soddisfatta la sua bulimia per il profitto. Un ricatto in piena regola da parte degli onesti capitalisti svedesi. Il tutto mascherato dalla presunta "oggettività" delle "leggi" economiche, che non ammettono deroghe e non tengono in alcuna considerazione la vita delle persone.
 
Questi sono i fatti, molto diversi tra loro. A ben vedere però si scorge un filo rosso che li lega. In tutti e tre i casi, chi detiene il potere economico e politico intende usarlo - e lo usa - senza limiti né condizionamenti per massimizzarlo, travolgendo regole e diritti. Anzi, emerge con tutta evidenza che nel vasto campo della politica, non solo a destra (Berlusconi&Co) ma anche in quella che eufemisticamente ci si ostina a definire sinistra (Renzi&Co), si punta ad applicare la regola basilare che vige nell'impresa capitalistica: chi detiene il capitale di controllo (sul lavoro e sull'azionariato diffuso) comanda e decide. Tutti gli altri - i lavoratori e gli azionisti in economia come i dissidenti e gli elettori in politica - non hanno voce in capitolo. Sono out, come ci spiega su Sky quel maestro del pensiero, fondatore del Billionaire, che risponde al nome di Flavio Briatore.
 
Non si tratta però solo di regole da trasferire dall'economia alla politica con il risultato di svuotare la democrazia, sostituendo il consenso con il comando secondo una logica veteroaziendalista. I casi Fiat ed Electrolux sono emblematici della disgregazione e della paralisi cui viene condannato il nostro apparato produttivo, ma né il governo né il segretario fiorentino hanno alzato la voce e sono intervenuti a tutela della vita di migliaia di persone, dell'occupazione e del saper fare accumulato, ossia dell'interesse generale. Si è appena avvertito, nella vicenda Electrolux, il gemito flebile del ministro Zanonato rispetto al ruggito del padrone. Qual è allora l'impedimento che non ha permesso l'intervento di Letta e di due personaggi superefficienti e più veloci di Tex Willer, come Silvio il vecchio e Matteo il giovane?
 
Non certo l'impossibilità di decidere da parte del potere politico, tale da imporre un supplemento di "governabilità". Bensì, al contrario, l'assenza di volontà politica, o meglio l'adozione di precise scelte politiche. In breve, i fatti del 29 gennaio dimostrano, senza possibilità di equivoci, che prima di tutto sarebbero necessari un cambiamento di strategia e una riforma profonda della politica per rafforzare e rendere più efficiente la democrazia, non per svuotarla a vantaggio del capitale e a danno del lavoro. Da qui bisognerebbe muovere per cambiare le regole del gioco e la legge elettorale, e per promuovere una intelligente manutenzione della Costituzione. Invece si è stretto un patto su una linea modernizzante, volta a consolidare i poteri dominanti e l'individualismo proprietario nel senso comune: dalla rottamazione alla restaurazione il passo è breve.
 
Però Matteo si muove e questo è l'essenziale, ci spiegano i dottori del Corriere e gli ultimi convertiti di Repubblica (non aveva sostenuto il fondatore che trattasi di un avventuriero?). Certo, Matteo si muove. Ma per fare che e per andare dove? Il fatto è che le due maschere di questa stagione politica, il vecchio e il giovane, si muovono entrambe dentro il circuito dei poteri del denaro per regolare la competizione tra gruppi e fazioni che si contrastano, e per liberarli da qualsiasi vincolo e intralcio che ne condizionino l'operatività, a cominciare dalle "interferenze" dei dominati. A questo scopo, cioè per eliminare qualsiasi forma di conflitto, in primo luogo, ma non solo, quello di classe tra lavoro e capitale, servono le cosiddette "regole condivise" da instaurare nelle relazioni sociali e politiche, nell'economia, nella società e nello Stato. 
 
Non si può dire che l'Italia in questi anni sia stata immobile. Al contrario, i cambiamenti sono stati profondi nella conformazione di classe della società e nei rapporti tra le classi. Il lavoro è stato in tutte le sue forme penalizzato: sia in quelle tradizionali della dipendenza, sia in quelle nuove indotte dalla rivoluzione scientifica e digitale. La precarietà, la disoccupazione, la povertà sono cresciute a dismisura. I salari italiani sono oggi in coda nelle classifiche europee e il costo del lavoro – come opportunamente ha ricordato Prodi – è più basso del 50% rispetto a quello della Germania. Siamo diventati uno dei Paesi più poveri e più disuguali dell'Occidente, se è vero che il 10 % della popolazione detiene il 50% della ricchezza, e il carico fiscale grava per oltre l'80% su lavoratori dipendenti e pensionati.
 
Da un lato, la svalorizzazione del lavoro in tutte le sue forme, e quindi l'impoverimento di massa. Dall'altro, la privatizzazione totalitaria delle banche e di fondamentali mezzi di produzione, l'assalto ai beni comuni, e quindi la concentrazione della ricchezza e della proprietà. A tutto ciò hanno corrisposto il ristagno dell'economia, la disgregazione della società, e sul versante istituzionale la crisi verticale della democrazia rappresentativa. In breve, il rafforzamento del potere economico privato è andato di pari passo con l'accentuazione della crisi del sistema politico e con la privatizzazione della politica. Ma non per un difetto di maggioritario, bensì per la ragione opposta. La moltiplicazione di partiti e partitini, come pure la migrazioni da uno schieramento ad un altro, non hanno alcun rapporto con il sistema elettorale proporzionale, al contrario trovano un terreno ben più favorevole proprio nel sistema maggioritario, che incentiva la ricerca di tutti i mezzi, leciti e illeciti, per il raggiungimento del premio di maggioranza.
 
Con il proporzionale, i partiti presenti in Parlamento erano una decina. Oggi, dopo che per anni si è andati avanti a colpi di maggioritario, fino all'ultima impresentabile legge Porcellum, si contano in Parlamento 29 partiti e raggruppamenti politici, o presunti tali, senza considerare quelli esclusi dalla rappresentanza. D'altra parte, sia il centro-destra che il centro-sinistra hanno avuto in diverse circostanze maggioranze cospicue grazie al maggioritario, ma l'Italia è oggi sull'orlo del baratro e quelle maggioranze si sono sfasciate e non hanno retto alla prova. Una dimostrazione clamorosa della impraticabilità del bipolarismo coatto, da cui si dovrebbero trarre due conclusioni: che al di là della legge elettorale non si può prescindere dai contenuti della politica e dalla natura dei partiti; che il maggioritario acuisce la crisi democratica, distorcendo il principio fondamentale della rappresentanza (una testa un voto). Ma il vecchio e il giovane ci vogliono far percorrere le stesse strade che hanno portato a così brillanti risultati.
 
Il fossato tra istituzioni e popolo si è allargato, fino a determinare un vuoto di rappresentanza. Non è il caso di illustrare qui fenomeni ben noti: di degrado della politica, trasformata da strumento per cambiare il mondo in attività lucrativa al servizio dei potenti; di degenerazione dei partiti, convertiti da libere associazioni di uomini e donne in centri di potere al servizio di un leader-proprietario (per ricchezza o per investitura plebiscitaria); di diffusione massiccia della corruzione nelle istituzioni centrali e periferiche. Siamo arrivati al punto che un signore (si fa per dire) condannato per frode fiscale, ed espulso per indegnità dal Parlamento, è stato trasformato in un costituzionalista emerito, e del Parlamento rischia di diventare il padrone. Quel che preoccupa è l'assuefazione e la cancellazione di una possibile alternativa al sistema di potere del denaro e della finanza, in assenza della quale inevitabilmente la democrazia degrada e si corrompe. 
 
Il grillismo, anch'esso padronale e modernamente autoritario, e percorso da aggressive e violente pulsioni prepolitiche, non è la causa della crisi, bensì l'effetto della distanza siderale che si è prodotta tra istituzioni e popolo, tra oligarchie economico-politiche e base della società, tra i partiti e il lavoro, espulso dal sistema politico, privato di rappresentazione e di rappresentanza. In questo vuoto è cresciuto il M5S, fino a diventare il maggiore partito operaio nelle ultime elezioni. E sebbene il partito di Grillo non rappresenti la soluzione per uscire dalla crisi, è un macroscopico e pericoloso errore costruire una legge elettorale in funzione antigrillina e di tutti coloro che non si riconoscono nell'asse Renzi-Berlusconi. Ci sarebbe bisogno di includere per dare slancio al Paese, e non di arroccarsi in un fortino tirando su i ponti levatoi. Perciò è debole e contraddittoria un'opposizione condotta sulla questione marginale delle preferenze. Così non si esce dalla subalternità, prima di tutto culturale.
 
Per delineare una strategia di rinascita dell'Italia con respiro europeo c'è bisogno di rimuovere il dogma della non trasformabilità del sistema. È logico che, se il sistema è dichiarato non trasformabile, non c'è alcuna necessità di organizzare e di rappresentare politicamente coloro che sono vittime del sistema. Non solo gli operai, ma l'enorme massa delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti ed eterodiretti, tutti coloro che vivono del proprio lavoro, immiseriti ed esasperati dalla crisi. E infatti, dichiarato non trasformabile il sistema, considerato il conflitto capitale-lavoro un marginale cascame ottocentesco di cui liberarsi, riconosciuto il capitalismo come culmine della civiltà umana dal quale si può solo precipitare in un buco nero della storia, e quindi assicurato il primato globale della cultura d'impresa, le lavoratrici e i lavoratori del XXI secolo sono stati spinti verso la totale subalternità nella società e nell'impresa. E sono stati cancellati dal sistema politico, dove non hanno voce né alcun peso.
 
Proprio in questo deficit organico di rappresentanza sta la radice più profonda della crisi democratica. Spenta ogni speranza di cambiamento, resta la rabbia e l'impotenza: per gli sfruttati e i subalterni vale la categoria dell'antipolitica, mentre la politica è diventata monopolio dei proprietari sovrastanti, dei detentori del capitale e della finanza, che pensano di coprire il vuoto di rappresentanza con i premi maggioritari. E così ritengono di poter dare stabilità al sistema. È un'illusione foriera di pericolose avventure. Ma deve essere chiaro che da questa situazione non si esce se il mondo del lavoro e le classi subalterne non riconquistano una loro autonomia culturale e una loro unità, costituendosi in un soggetto politico libero e indipendente, in grado di lottare per il cambiamento della società e per il governo del Paese. Questo è il problema centrale della democrazia italiana nella sua proiezione europea. Ma bisogna riconoscerlo per quello che è, se lo si vuole affrontare con qualche probabilità di successo.
 
Il primo passo è opporsi con forza e determinazione al patto scellerato tra Renzi e Berlusconi. I quali, come ha scritto il Foglio (che se ne intende), «giocano nello stesso campo», «soprattutto nella stessa categoria» e «hanno lo stesso decisionismo monocratico, lo stesso stilema aziendalista». Insomma, per dirla tutta, «il renzismo è il proseguimento del berlusconismo con altri mezzi». Ossia: la governabilità è il contrario della trasformazione (copyright Craxi) e il maggioritario equivale all'amputazione della rappresentanza. Con il 37%, la minoranza assoluta dei votanti, per non parlare dell'intero corpo elettorale, si ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Una dittatura della minoranza che ostracizza la maggioranza degli italiani, e finirà per acuire tutte le contraddizioni.
 
È da queste forche caudine che bisogna uscire. Per questo è importante compiere un altro passo: la costruzione di un'ampia coalizione di sinistra e democratica intorno alla candidatura innovativa di Alexis Tsipras per un'altra Europa. Una costruzione che faccia piazza pulita dell'autolesionismo minoritario e dello splendido isolamento delle mosche cocchiere, e sia in grado di aprire una nuova fase di unità e di speranza. La lotta per un'altra Italia e per un'altra Europa vanno di pari passo.
Paolo Ciofi