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Napolitano-Renzidi Paolo Ciofi - Occorrerà tornare con attenzione sul significato e sulle conseguenze della clamorosa scalata di Matteo Renzi al vertice del Pd attraverso il plebiscito delle primarie. Intanto però una cosa è certa. Renzi è senza dubbio il prodotto del fallimento di una classe dirigente proveniente dal Pci e in parte dalla Dc, che non è stata in grado di costruire e di praticare un progetto per l'Italia e per l'Europa nella fase della globalizzazione capitalistica, e nel pieno di una crisi che scuote dai fondamenti la civiltà occidentale, modellata sul paradigma del liberismo finanziario americano.


Ma il nuovo segretario fiorentino è anche un frutto maturo della Bolognina, quando Occhetto sciolse il Pci tagliando le radici del movimento operaio e cancellando un'intera esperienza storico-politica su cui si è costruita la Repubblica democratica. Cosicché, invece di rinnovare la sinistra e di promuovere innovazione, ha prodotto subalternità alla cultura liberista e ai poteri dominanti nell'economia e nella società, separando le nuove forme della politica dalla base operaia e popolare, abbandonata alla deriva senza rappresentanza e rappresentazione.


Non è difficile vedere che tra i due fenomeni vi è un intreccio. Come un lampo che illumina la scena, Reichlin ha dato un giudizio da tenere sempre a mente, e che non mi stanco di ripetere: "abbiamo confuso il liberismo con il riformismo". È la dichiarazione esplicita della subalternità del Pd, che nella mutazione genetica che lo ha allontanato anche dalla socialdemocrazia e persino dalla sinistra - come testimonia il nome stesso - ha generato una crisi di rappresentanza oggi diventata esplosiva e un modo di fare politica, capovolto nelle sue finalità, che con il Pci nulla ha a che fare. Non per caso Occhetto ha dichiarato al Mattino che Renzi è un suo legittimo erede.


Almeno fino a Berlinguer, il Pci si proponeva di trasformare la società sulla via costituzionale della democrazia, dell'uguaglianza e della libertà, e dell'accesso della classe lavoratrice alla direzione dello Stato. Quelli che a torto si sono dichiarati suoi eredi, da Occhetto a D'Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, avevano l'obiettivo massimo di amministrare quel che passa il convento, senza alcun disegno strategico alternativo. Ma neanche questo sono stati capaci di fare, e alla fine sono apparsi come gli immobili conservatori dello statu quo. Ora, di fronte a un dato di fatto inoppugnabile, e alla cancellazione del Pci dal sistema politico da più di vent'anni, che senso ha presentare da più parti, con grande frastuono di tromboni e di trombette, la vittoria di Renzi come una resa dei conti definitiva con i comunisti?


Evidentemente, non si tratta di un semplice fraintendimento, e neppure della constatazione ovvia che il vincitore proviene dalla componente ex Dc, o che l'appeal di D'Alema è sceso sotto i tacchi. C'è qualcosa di più profondo che muove la classe dirigente del capitalismo italiano e i media ad essa connessi , di cui occorre indagare le motivazioni e le finalità. Non mi riferisco solo al fatto che le Tv e la stampa dominante - a cominciare da la Repubblica nonostante l'avverso parere di Scalfari - hanno spinto in tutti i modi il compulsivo pifferaio di Firenze. In tanti acclamano Renzi come il nuovo eroe che schiaccia l'idra del comunismo. È una novità che dà da pensare, soprattutto se viene interpretata come un'indicazione programmatica per il presente e per il futuro.


Qualche esempio ci aiuta a capire. "Il Pci non esiste più". Con le primarie del Pd "si è consumato un evento epocale per la politica italiana: finalmente è stato chiuso il Pci", annuncia trionfante in prima pagina il Giornale diretto dal condannato e graziato Salustri. Quindi, viva Berlusconi (anche lui condannato ma non graziato), che finalmente con il sindaco fiorentino ha debellato il suo nemico storico. Davvero un risultato epocale.