Intervista ad Antèo sul contratto dei metalmeccanici. A conclusione della lunga e complessa vertenza dei metalmeccanici, segnata da una straordinaria mobilitazione dei lavoratori e dall’impegno unitario di Fiom, Fim e Uilm, abbiamo intervistato Antèo (“colui che incontra”), il gigante della mitologia greca che traendo la sua forza dal tenere ben piantati i piedi per terra, ha seguito con particolare attenzione lo svolgersi dell’intera vicenda.

- Il segretario della Fiom Rinaldini ha dichiarato che si tratta di un “buon accordo”, che “parla a tutto il lavoro”principalmente per due motivi. Innanzitutto, perché è stata battuta la Federmeccanica, che “ha tentato di far passare la gestione unilaterale degli orari di lavoro riducendo la contrattazione a puro adattamento alle scelte delle aziende”. E poi perché il referendum tra i lavoratori, che dirà l’ultima parola, “è un indicazione generale per il sindacato”. Condividi questo giudizio?

- Si. Indubbiamente, si è trattato di un grande successo dei lavoratori: sia per quel che riguarda la parte economica (i 100 euro strappati a un padronato gretto e retrogrado, i 130 euro ai lavoratori privi di contrattazione aziendale); sia perché si rafforza il ruolo del contratto nazionale nella distribuzione del reddito, come pure quello delle rappresentanze sindacali nella gestione dei tempi di lavoro. Significativo anche il fatto che non viene applicata la legge 30. Insomma, per dirla in breve, una vittoria dei lavoratori e una sconfitta dei padroni che può segnare un’inversione di tendenza, un fatto di grande rilievo che non succedeva da tempo. Anche se su alcuni aspetti, come l’apprendistato, non si raggiunge l’obiettivo che il sindacato si era dato. In ogni modo tutti, e non solo io che ho un rapporto privilegiato con la concretezza della realtà, hanno potuto osservare due fatti grandi così, su cui non è opportuno sorvolare.

-. A cosa ti riferisci?

- Si è visto che il padronato si può battere, anche in una situazione economica e sociale difficile. Non è una cosa da poco. Si può battere, se i lavoratori sono uniti e se si appropriano della decisione sovrana sui loro contratti, cioè sui percorsi della loro vita. E se i sindacati stanno con piedi ben piantati per terra, cioè non perdono il contatto con i lavoratori. D’altra parte, e anche questo è un fatto visibile persino ai monocoli, la volontà di smontare il contratto nazionale non ha nulla di “oggettivo” né, tanto meno, di “innovativo”. E’ una scelta politica, che attiene ai rapporti tra capitale e lavoro, alla volontà di sottomettere il lavoro, di farne una variabile totalmente dipendente dal capitale, una merce non un diritto. Ma non è questo ciò che prescrive la Costituzione. E tuttavia questo basterebbe per constatare che la questione non è meramente sindacale, ma appunto politica, e attiene ai contenuti e alla sostanza della nostra democrazia. Troppi “innovatori” intendono farci retrocedere dalle conquiste e dai diritti del lavoro.

- E chi sarebbero questi “innovatori” che vogliono cancellare il contratto nazionale, spingendoci verso un neoliberismo retrogrado?

- Non te ne sei accorto? Eppure hai occhi per leggere e per osservare il mondo che ti circonda. La Confindustria, e Montezemolo prima di tutti. Non è un caso che gli operai della Ferrari, considerati dei privilegiati, siano stati tra i più combattivi nella lotta contrattuale.

- Ma Montezemolo non è D’Amato e neanche Berlusconi…

- Certo, sebbene una volta Berlusconi lo abbia indicato tra i suoi successori. Montezemolo è più duttile, più attento agli interessi generali della sua classe, evita gli scontri inutili che possono danneggiare le imprese. Perciò alla fine, dopo un braccio di ferro durato oltre un anno, ha preferito chiudere il contratto. Ma subito dopo è stato perentorio: “Ora non ci sono più alibi per affrontare la riforma del sistema contrattuale”. Vale a dire: il contratto nazionale è un inutile orpello, spostiamo tutto sui contratti aziendali. Una specie di devoluzione nelle relazioni industriali, con i più deboli senza alcuna tutela. E con l’idea prettamente padronale del sovrastante, per il quale il contratto, bontà sua, è una graziosa concessione. Persiste perciò con la Cgil, ma non con tutto il mondo sindacale, una diversa valutazione di fondo. Per Montezemolo – ha osservato Epifani – il declino dell’Italia “è dovuto alle rigidità contrattuali, per noi all’assenza di investimenti”. E ha aggiunto: “La difesa del livello nazionale è una scelta strategica, su questo punto non torniamo indietro”.

- Dunque la stella polare anche di questa Confindustria è la flessibilità…

La flessibilità che fa rima con precarietà. E stupisce che un sindacalista come Pezzotta, il quale a quanto pare sarà candidato nelle liste dell’Unione, sostenga che il lunghissimo tempo (e la durissima lotta) impiegati dai meccanici per ottenere il contratto non dipendono dalle resistenze del padronato e dall’ignavia del governo, ma dal fatto che l’attuale modello contrattuale “non funziona più”.

- Su questo punto il professor Ichino è entrato a gamba tesa sul Corriere della sera con un articolo intitolato “E’ ora di cambiare i vecchi contratti”.

- Effettivamente la tesi di Ichino è molto semplice, ma anche incongruente e niente affatto progressiva: siccome nelle piccole e medie aziende il contratto nazionale non è applicato o è applicato parzialmente, aboliamolo del tutto e ognuno si arrangi come può nella sua azienda. Dunque, non un potenziamento della contrattazione nazionale e una più ricca contrattazione aziendale e territoriale per rafforzare l’unità e i diritti del lavoro. Al contrario, un’ulteriore frammentazione e deregolazione per conferire al capitale, sulle macerie del lavoro, l’illusoria funzione di “classe generale”. E’ la stessa logica applicata per smontare la Costituzione: siccome non è applicata, cancelliamola o rovesciamola del tutto.

- Il tema del lavoro come diritto costituzionale e pilastro della Repubblica è fortemente sottovalutato anche nel programma dell’Unione, nel momento in cui – come tu prima sottolineavi- il nodo del conflitto tra capitale e lavoro si presenta come una questione eminentemente politica. Eppure la politica, in tutta la lunga vertenza dei metalmeccanici, è stata assente e silenziosa (salvo qualche lodevole e rara eccezione che conferma la regola). Come spieghi questa contraddizione?

- C’è un problema di visibilità e di rappresentanza del mondo del lavoro, oltre che di distacco enorme della politica dalla realtà: te lo dico io, che perdo tutta la mia forza se mi distacco dalla concretezza e dalla materialità della terra. Il contratto dei metalmeccanici investe il cuore industriale del Paese e il suo futuro, la vita concreta di milioni di persone che in questi anni hanno perso potere d’acquisto e vivono in condizioni spesso difficili e senza una prospettiva certa. Ma la politica, nella sua autoreferenzialità che va a braccetto con gli interessi della borghesia dominante, non le vede, non le conosce, non le ascolta. Non si ha notizia di telefonate a Montezemolo perché si decidesse ad accogliere le giuste richieste dei metalmeccanici e perché i loro diritti fossero rispettati.

- Stavi dicendo che c’è un problema di visibilità e di rappresentanza del mondo del lavoro…

- Nel caso dei meccanici sembra quasi che il contratto sia stato una variabile dipendente dalla visibilità sui media. Gli scioperi sono stati forti e numerosi, ma non sono bastati. Non ti dice niente il fatto che il contratto si è chiuso quando loro si sono resi visibili, scendendo per le strade, occupando autostrade e stazioni? Hanno dovuto ricorrere a queste forme di lotta estreme per entrare con il loro mondo reale nel mondo delle apparenze, senza il quale la loro esistenza non esiste. Solo allora, quando sono apparsi in prima pagina o hanno bucato il video, sono esistiti come soggetti contrattuali e hanno ottenuto il contratto. La visibilità del mondo del lavoro sta diventando davvero un primario problema politico e di democrazia. Ma va al di là della semplice necessità di rompere il silenzio dei media, giacché il mutismo e la sordità della politica su un nodo cruciale per la società italiana è in ultima istanza l’effetto del dominio della borghesia capitalistica e dei suoi interessi in entrambi gli schieramenti politici. Per quel che ho potuto constatare, la vertenza dei meccanici ci dice anche questo: che prima o poi, al di là dei tatticismi del momento e dell’autoreferenzialità del ceto politico, bisognerà comunque misurarsi con un tema di fondo, per ora accuratamente evitato. Come fare per costruire in Italia e in Europa una nuova e moderna, libera e autonoma rappresentanza politica dei lavoratori?

Paolo Ciofi

* - Antèo: Rubrica di ricerche sulle lotte dei lavoratori. Antèo, “colui che incontra”, il gigante della mitologia greca che traeva la sua forza dal tenere ben piantati i piedi per terra. Quando se ne staccava s'indeboliva e poteva essere sconfitto, come capita a tutti coloro che perdono il contatto con la realtà.