L'Italia è un Paese stanco e malato. Rischia di andare a fondo, e non sembra esserci alle viste un'ancora di salvezza. La maggioranza degli italiani dichiara di non vivere bene per i bassi salari e l'insicurezza del lavoro. Ma non trova una via d'uscita, se non quella di affidarsi alla benevolenza di un leader e alla compassione caritatevole dei ricchi. I giovani vedono buio e si spostano a destra, soprattutto i giovani che lavorano. Non è il quadro a fosche tinte di un catastrofista senza speranze, bensì quanto emerge dalla più recenti analisi condotte con rigore da Ilvo Diamanti, che ci parlano dell'Italia reale.

In particolare l'ultima indagine Demos Coop mette in luce alcuni dati rilevanti, peraltro non ignoti: tra gli italiani è fortemente diffuso - e in aumento - un sentimento di declino, legato strettamente alle condizioni materiali della vita, che oltre metà dei nostri concittadini considera peggiorate; d'altra parte, solo un terzo di coloro che si collocano nella borghesia e nella classe dirigente ritiene di aver migliorato la propria posizione. Messi insieme, e confrontati con le statistiche sui redditi e sui consumi, questi dati - osserva Diamanti - «confermano come la distanza tra le classi e i ceti sociali sia aumentata a tutto svantaggio dei lavoratori dipendenti a reddito fisso e del lavoro autonomo più marginale». E infatti la quota di gran lunga prevalente di persone che dichiarano di stare peggio si colloca «nella classe operaia e fra i ceti popolari (oltre il 60%)».

Ma se è vero che l'Italia declina perché la maggioranza degli italiani avverte un peggioramento delle proprie condizioni e non ha certezze per il futuro, allora vuol dire che ci troviamo di fronte a un fallimento clamoroso delle classi dirigenti, di cui però nessuno intende assumersi la responsabilità. E che il modello capitalistico cosiddetto neoliberista, fondato sulla retrocessione del lavoro da diritto a merce e sulla privatizzazione universale, porta l'Italia (e l'Europa) nel vicolo cieco di una decadenza che può diventare irreversibile. Ai giovani è sottratto il futuro, ai vecchi non è data sicurezza. Il malessere è profondo, e tuttavia, come ci dice ancora l'analisi Demos Coop, coloro che maggiormente ne soffrono, gli operai e i lavoratori dipendenti, non danno fiducia alla sinistra, ma orientano il loro voto in prevalenza verso Berlusconi: per esempio, il 46,5% degli operai dichiara di votare per il Cavaliere e i suoi alleati, il 31,6 sceglie Veltroni+Di Pietro, l'11,9 la Sinistra l'Arcobaleno.

La domanda è inevitabile: perché gli operai e i lavoratori dipendenti, che sono la stragrande maggioranza della popolazione attiva e che dovrebbero costituire la base sociale della sinistra, annunciano invece di votare prevalentemente a destra, come già è avvenuto nel 1996 e nel 2001? Una risposta veritiera e onesta, ma forse non banale, è questa: perché la sinistra non c'è. Non mi riferisco ovviamente al Pd, che per bocca del suo leader si è dichiarato con obiettività «non di sinistra». Parlo di una sinistra autorevole e credibile, che abbia posto al centro del suo agire politico e della sua cultura la rappresentanza del lavoro nelle sue diverse e moderne conformazioni. Riformatrice e rivoluzionaria al tempo stesso, capace di tenere insieme l'aspirazione al cambio di società con la concretezza delle risposte quotidiane. E di proporsi come soggetto politico non leaderistico ma innervato nella società, tale da sollecitare un nuovo protagonismo e una partecipazione di massa.

Una sinistra che voglia rappresentare tutte le persone che lavorano, donne e uomini, giovani e anziani, in grado perciò di riconoscere i caratteri inediti dello sfruttamento e del conflitto. E impegnata nella ricomposizione unitaria di tutto il lavoro dipendente del XXI secolo, per farlo pesare nelle scelte politiche del Paese: del lavoro industriale, agrario e dei servizi, privato e pubblico, della tecnica e della scienza, della formazione e dell'informazione, del lavoro precario e di quello stabile, di quello autoctono e migrante, di quello collettivo e individuale. Una sinistra moderna che, proprio perché sta dalla parte del lavoro, lo propone come fattore unificante della nazione ed è capace di parlare a tutto il Paese.

E' questa la sinistra che non c'è, ma che non bisogna rinunciare a costruire. Altrimenti, nel gioco al rimbalzo tra Berlusconi e Veltroni, prevarrà definitivamente l'idea che è indispensabile favorire i ricchi perché questi possano beneficiare i poveri: non più diritti, ma graziose concessioni in una società fondata sul privilegio e sul dominio del capitale. Una versione aggiornata e spettacolare del panem et circenses nell'età della globalizzazione. Ovvero, il massimo della subalternità in un Paese che su questa base diverrà sempre più disuguale e triste, sebbene in Tv tutti i leader politici ridano e non si capisce perché.

La Sinistra l'Arcobaleno non affascina? E agisce secondo i vecchi canoni della politica politicante? Non mi sento di dare torto a chi lo pensa. Ma proprio perciò non bisogna abbandonare il campo. Contribuire al successo della Sinistra l'Arcobaleno oggi è necessario per mantenere aperta la possibilità di costruire dopo il voto una sinistra in grado di incidere nella realtà per cambiare il Paese. E per aprire un confronto a tutto campo che investa la società, oltrepassando la muraglia cinese eretta dal ceto politico. Una sinistra nuova, che sia una sinistra e non un fantasma che aleggia sulla testa di tanti piccoli gruppi rissosi e autoreferenziali impartendo inutili lezioni a chi protesta, oggi si costruisce così.

Paolo Ciofi

vedi anche "Dialogo sul voto a sinistra" Paolo Ciofi-Damiano Cipriani

Articolo scritto per  Megachip 26 mar 08