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Stefano Fassina ha sostenuto di recente che papa Bergoglio «solleva una critica al capitalismo estranea da decenni alla sinistra. E che lascia quasi senza parole». Certo è che dopo Berlinguer la sinistra comunque denominata, in presenza dell'emergenza climatico-ambientale ma anche del moltiplicarsi delle guerre in seguito al crollo dell'Urss, non è stata in grado di mettere in campo un pensiero critico all'altezza delle nuove configurazioni e delle continue mutazioni del capitale e del lavoro. E dunque di definire una propria visione strategica alternativa al neoliberismo, l'arma di combattimento che il capitalismo moderno adopera in modo spregiudicato sul terreno economico-sociale e su quello politico-culturale.
Da una parte, la sinistra alternativista si è dispersa in mille rivoli, alla ricerca di un'identità peraltro sempre incerta. Dall'altra, quella riformista di stampo socialdemocratico è stata sterilizzata e resa impotente dalle troppe dosi di neoliberismo. Al punto tale che oggi il socialismo del Vecchio Continente, posto di fronte a un colpo di Stato tecnico-finanziario in Grecia e a un'Europa blindata contro i disperati della terra mentre i pericoli di guerra crescono alle frontiere, non si distingue dai partiti conservatori di centrodestra, in generale e in particolare sui temi del lavoro e dei diritti. E anzi è corresponsabile delle scelte politiche di fondo, che in nome di un'austerità a senso unico producono una depressione endemica, tagliando fuori dal lavoro intere generazioni di donne e di uomini.
Aveva ragione Enrico Berlinguer quando sosteneva che nel pensiero e nella pratica politica del movimento operaio, e quindi della sinistra e dello stesso Pci, occorreva aprire una fase nuova, una «terza fase», essendo già allora, secondo la sua analisi, ormai concluse e irripetibili sia la fase sovietica che quella socialdemocratica. Certo, in questo tempo di smarrimento, in cui il "socialista" Renzi fa ciò che il "liberale" Berlusconi non era riuscito a fare, e non sembrano esserci più confini tra sinistra e destra nel generale degrado della politica che alimenta spinte razzistiche e fascistiche, l'alta visione di Francesco, sostenuta da comportamenti esemplarmente coerenti con i principi enunciati, aiuta a fare chiarezza e alimenta una speranza di cambiamento.
Ma senza il recupero critico e creativo di quell'originale filone del pensiero marxista che da Gramsci e Togliatti attraverso Longo si dipana fino a Berlinguer, e che è stato decisivo nella conquista democratica e civile più alta del popolo italiano - la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro - ben difficilmente si potrà costruire in Italia e in Europa una forza politica capace di aprire la strada a un civiltà più avanzata, in cui la disponibilità comunitaria dei beni prevalga sull'appropriazione privata dei frutti del lavoro sociale. Rimuovendo a questo scopo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È tempo di ricostruire i fondamenti di un pensiero critico se si intende agire per trasformare la realtà. Con papa Bergoglio la Chiesa di Roma, per potersi misurare efficacemente con la modernità dello sfruttamento degli esseri umani e dell'intera natura, è tornata ai fondamenti del vangelo secondo l'interpretazione di San Francesco d'Assisi. All'apice dello sfruttamento capitalistico globale che ci sta riportando alle origini del conflitto capitale-lavoro, sul fronte del movimento dei lavoratori e di una sinistra laica non arruolata dalla finanza, non si può fare a meno di Carlo Marx, il pensatore e il rivoluzionario che ha messo a nudo il meccanismo di funzionamento del capitale in quanto rapporto sociale. E che perciò resta il critico più penetrante e più acuto della società dominata dal capitale.
Non serve il Marx imbalsamato dalle varie ortodossie, ma la forza del suo pensiero critico in divenire, aperto alle continue innovazioni della scienza e della tecnica, che considera il capitale un movimento «perenne» seppure storicamente determinato. Al contrario di quanto comunemente si ritiene, anche sul rapporto uomo-natura si trovano nel pensiero di Marx valutazioni e analisi di grande interesse e di straordinaria attualità. Muovendo dalla osservazione che tra l'ambiente naturale e gli esseri umani si instaura un rapporto molto complesso perché nel processo lavorativo gli uomini e le donne trasformano in continuazione la natura di cui sono parte, Marx sostiene che nella prospettiva di una civiltà più elevata «la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo».
«Anche un'intera società - prosegue -, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alla generazioni successive». Polemizzando con i dirigenti del partito socialdemocratico della sua epoca, i quali affermavano il contrario, egli sosteneva che «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d'uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che, a sua volta, è solo la manifestazione di una forza naturale, la forza di lavoro umana».
Di conseguenza, scindere nella sua visione la questione ambientale dalla questione antropologica e sociale è una missione impossibile. E se nel modo di produzione capitalistico il capitalista detentore dei mezzi di produzione per ottenere un profitto sfrutta congiuntamente la persona umana e la natura, ritenere che si possa salvaguardare la natura, e tramandarla migliorata ai successori senza rovesciare i rapporti sociali di produzione che la distruggono, è una missione altrettanto impossibile. Serve dunque una visione complessiva del cambiamento, sostenuta da una forza politica capace di praticarlo. Questa acquisizione di Marx si presenta oggi come una necessità dalla quale non si può prescindere. Ma per trasformare una necessità storica in un movimento politico reale sono necessarie le condizioni soggettive. E queste Carlo Marx non ce le può dare.
Paolo Ciofi
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