Togliatti 490Michele Prospero (Recensione) - «I comunisti italiani e la democrazia», l’ultimo libro di Gianni Ferrara, pubblicato da Editori Riuniti
Con il rigore del filologo e la documentazione dello storico, il costituzionalista Gianni Ferrara ricostruisce i fondamenti teorico-politici della concezione della democrazia maturata nella tradizione dei comunisti, nel suo libro Gianni Ferrara, I comunisti italiani e la democrazia (Editori Riuniti (pp. 212, euro 15). La rilettura critica dei testi consente di estrapolare un nucleo teorico unitario che poi si articola e si differenzia in relazione ai contesti e agli obiettivi strategici del movimento operaio.

 

PROPRIA DEL FILONE comunista è l’aspirazione a una pratica più sostanziale della democrazia che trascende il corredo puramente procedurale del parlamentarismo. Prospettare un oltrepassamento della dimensione tecnico-elettorale non significa però, come invece postulava la cultura liberaldemocratica nell’assedio degli anni ’70, escogitato per denunciare il preteso carattere totalitario della dottrina comunista, una ostilità verso le implicazioni formali della democrazia intesa anche come metodo o regola del gioco.

 

ANCHE NEL GRAMSCI più volontarista e «bergsoniano» Ferrara rintraccia una evocativa attenzione a ipotizzare un altro profilo della democrazia parlamentare con radicali iniezioni di contenuti sociali senza però con ciò demolire le istanze della rappresentanza. Proprio la rappresentanza si istituzionalizza anche quale misuratore del consenso e luogo del pluralismo che si organizza (secondo il principio di maggioranza non si può escludere che il potere «possa cadere in mano ai popolari, agli anarchici, ai riformisti»).
Dalle pagine di Gramsci è possibile concludere, secondo Ferrara, che «non è immaginabile un’egemonia, l’egemonia come tale, in un contesto gius-politico diverso da quello storicamente determinato dalla forma parlamentare di governo». In tal senso, destituite di ogni fondamento analitico sono le gracili interpretazioni del concetto gramsciano di egemonia come equivalente di quello di dittatura totalitaria.

 

SOPRATTUTTO NEL CAPITOLO dedicato a Togliatti, il libro di Ferrara demistifica le demonizzazioni del «rivoluzionario costituente» come cinico politico dalle scarpe chiodate e ne restituisce l’immagine di un raffinato fondatore del costituzionalismo repubblicano. Quanto di spiccatamente garantista è presente nella Carta del ’48 si deve alla penna del capo comunista che fu tra l’altro l’estensore formale dell’articolo 13. Mostrando persino un «esasperato giuridicismo», nei lavori della costituente rigettava ogni caduta verso il linguaggio generico o ideologico non traducibile in formule strettamente tecnico-giuridiche.
Attento ai principi dell’habeas corpus, della libertà personale e dei limiti del potere, Togliatti era ovviamente sensibile alle tematiche del soggetto socius che convive in rapporti di potere tipici della società di mercato. E fu proprio lui il suggeritore («come confidò a chi scrive lo stesso Basso») anche dell’esplosivo articolo 3 della costituzione che dipinge una nuova forma di Stato. Sfidando la separazione tra Stato e società civile la carta si richiama esplicitamente all’eguaglianza sostanziale: «era la prima volta che accadeva negli Stati d’Occidente».
Sino agli anni settanta, la parola d’ordine della attuazione dei contenuti sociali nella costituzione riesce a funzionare come un momento politico mobilitante. Berlinguer ne fece il cardine della strategia della transizione al socialismo ritenuta ormai matura. Proprio negli anni ’70 però si registrò un mutamento qualitativo dei rapporti di forza tra le classi nell’economia mondo. Secondo Ferrara, nelle sinistre europee allora «mancò uno scatto della genialità politica» capace di rispondere alla mossa della liberalizzazione dei capitali.

 

SI CONSUMÒ LA VENDETTA della struttura proprietaria che ridimensionò drasticamente le pretese di giustizia sociale scritte nelle sovrastrutture della democrazia costituzionale. Con il successivo trattato europeo, nota Ferrara, la parabola delle democrazie novecentesche è ormai completata: dal costituzionalismo (diritti per neutralizzare il capitale con obblighi alla proprietà) si passa alla concorrenza come veicolo nichilista per neutralizzare la sovranità popolare.
Che ne è del costituzionalismo senza più i soggetti collettivi e le culture fondanti del patriottismo repubblicano? Ferrara cita un brano di Togliatti che inquadra bene il problema di una costituzione che, quanto al suo regime sociale, ospita «differenti forze economiche che tendono a soverchiarsi le une con le altre». Sul terreno della costituzione si svolge cioè un conflitto di classe che rende suscettibile l’alternanza tra momenti di dominio della logica del capitale e fasi relative di prevalenza del lavoro.
I diritti della carta dipendono, secondo una antica intuizione di Spinoza, dalla potenza effettuale che ciascun soggetto riesce a organizzare nella società.