LotteoperaieC’è vita a sinistra? Ancora non siamo tutti morti, e per chi non è morto finché c’è vita c’è speranza. Anche se la fatica sta diventando insostenibile. Ma, al di là dei desideri e delle aspettative di ciascuno, il dato di fatto inoppugnabile è che la sinistra oggi politicamente non esiste. Da qui bisognerebbe muovere, chiarendo perché si è arrivati a questo punto. Senza di che costruire una sinistra con caratteristiche popolari e di massa, in grado di incidere sulla vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, diventa una missione impossibile.
Nel dibattitto aperto da Norma Rangeri sul manifesto, l’intervento di Bia Sarasini è risuonato come un brusco e necessario richiamo alla realtà, quando ha sottolineato che la (presunta) sinistra non ha avuto, e non ha, nulla da dire alle braccianti come Paola che muoiono di fatica in Puglia o ai dipendenti dell’Ikea che fanno scioperi in tutta Italia. E a milioni di uomini e donne oppresse dallo sfruttamento del capitale. Si domanda Sarasini: «Pensa, la sinistra, immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili [...], ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere? La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene». E questo è il centro del problema, che dovrebbe portare a una riflessione e a una mobilitazione collettiva.
Per intravedere modi diversi di vivere, vale a dire una ci-viltà più avanzata e più giusta, da cui prendono forza la speranza di cambiare e la volontà di lottare, è necessaria una visione critica della società in cui viviamo, in grado di individuare le cause reali e più profonde del malessere dilagante e delle disuguaglianze crescenti, che mettono a rischio la vita umana e la sicurezza del pianeta. Non viviamo sulla luna, o in un iperspazio senza nome e senza storia. Questa società ha un nome e una storia.
È il capitalismo del XXI secolo, di cui occorre mettere a nudo la vera natura, il meccanismo di funzionamento del capitale nella fase della sua globalizzazione. Se questo non avviene, e non si porta al centro dell’analisi e della lotta politica il conflitto tra il capitale e il lavoro nelle forme assunte dalla modernità, uno degli effetti maggiormente devastanti è la moltiplicazione delle guerre tra poveri, la lotta senza quartiere tra gli sfruttati, che non sanno più riconoscere il proprio avversario di classe alimentando così spinte fasciste e nazionaliste. Le ragioni che hanno portato alla cancellazione politica della sinistra sono molteplici, ma tra queste pesano come un macigno l’oscuramento del principio di realtà e la subalternità alla cultura d’impresa.
Norma Rangeri non fa chiarezza quando afferma che «oggi all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione ma un’idea di riformismo di sinistra in grado di persuadere milioni di persone». Che vuol dire? Che si rinuncia alla trasformazione della società, accettando ideologicamente il dogma che santifica il capitalismo come approdo definitivo e insuperabile della storia? Se si identifica la rivoluzione con l’insurrezione armata, o con la presa del Palazzo d’inverno come azione violenta e definitiva, è chiaro che la rivoluzione non è all’ordine del giorno - e non è praticabile – nell’Occidente capitalistico in regime di democrazia politica. Se invece, gramscianamente, per rivoluzione s’intende un processo di trasformazione della società capitalistica, delle sue strutture di base e delle sue sovrastrutture culturali, in una formazione economico-sociale superiore verso la conquista di più avanzate libertà attraverso il consenso e la lotta democratica di massa, allora questo è esattamente il nodo storico non rinviabile da mettere a tema.
Persuadere milioni di persone? Non c’è dubbio. Ma per che fare? Oggi, dopo la caduta dell’Urss e le esperienze fallimentari delle socialdemocrazie (da Blair a Schröder a Hollande) il riformismo è diventato un sottoprodotto del capitalismo, nel tentativo di fluidificarlo e renderlo più efficiente conformando le istituzioni sulle esigenze del capitale. In Italia, poi, l’espressione più compiuta del riformismo di sinistra è stato Craxi. Questo dice tutto. E spiega anche perché Renzi, praticando una politica di destra, possa farlo sotto l’etichetta del socialismo europeo e con l’appoggio incondizionato dell’ex comunista Giorgio Napolitano.
A sostegno della sua tesi Rangeri cita Carlo Marx sulla conquista della legge delle 10 ore nel 1847: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia politica del proletariato ha prevalso sull’economia politica del Capitale». Ben fatto e ben detto. Ma è altrettanto chiaro - come del resto risulta anche dalla sola lettura del Manifesto del partito comunista - che il rivoluzionario di Treviri vedeva quella conquista in Inghilterra non come approdo finale della lotta politica. Bensì come un passaggio rilevante, ma appunto un passaggio, di un processo ben più ampio in cui i subalterni, i proletari del suo tempo, superando la «concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi» e organizzandosi in partito giacché «ogni lotta di classe è lotta politica», si pongono il problema della liberazione di se medesimi dallo sfruttamento capitalistico: vale a dire della rivoluzione. E perciò lottano per la conquista del potere politico.