Ciofi rivoluzione ritaglio 500 min copy copyL’ultimo libro di Paolo Ciofi (La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, Editori Riuniti, Roma 2018, pp. 96) viene concepito e steso all’indomani delle elezioni politiche di marzo. Nasce quindi dalla necessità di reagire allo scacco subito da tutta la sinistra italiana nel suo complesso, dalla consapevolezza che esse mettono fine a un intero ciclo storico-politico apertosi con la fine del Pci e indi di tutti i partiti che avevano fondato la Repubblica. Si tratta di un ciclo, durato circa un trentennio, caratterizzato da una lunga transizione incompiuta, che si è dovuta misurare con una trasformazione per certi aspetti senza precedenti del capitalismo su scala mondiale, sino alla guerra senza quartiere tra vecchie e nuove potenze economiche di cui la politica dei dazi di Trump è solo l’ultima e estrema manifestazione.
Da tutto ciò la sinistra europea, sia quella in qualche modo erede del comunismo del novecento che quella socialdemocratica, è stata travolta. In particolare in Italia le forze attualmente al governo – Lega e Cinquestelle – le hanno sottratto la rappresentanza del disagio sociale crescente dopo la crisi dell’economia mondiale apertasi nel 2007. In Italia, quindi, le elezioni di marzo sono state la pietra tombale che è calata sulla sinistra del dopo ’89. E Ciofi prende atto del fatto che se la sinistra vuole avere un futuro sono necessari un taglio netto con il passato e una forte discontinuità.
Il problema, di fronte a una sconfitta così cocente, è da dove ricominciare. Sarebbe naturalmente necessario un bilancio critico e autocritico di questi trent’anni per porre su basi più solide di quanto si sia fatto in passato l’apertura di una nuova fase. Ma di fronte a una situazione politica inedita e per tanti aspetti ancora aperta a esiti diversi vi è anche l’urgenza del fare. E tuttavia, di fronte a questo assillo, il quesito è da cosa lasciarsi guidare. La proposta di Ciofi, da questo punto di vista, è netta e radicale. Si tratta di rimettere in campo categorie e principi che le sinistre di questo trentennio hanno sostanzialmente rimosso, a partire dalla contraddizione irriducibile tra capitale e lavoro. Si badi, per Ciofi, si tratta di risalire alla radice del rapporto tra capitale e lavoro, non fermandosi alla narrazione dei conflitti che esso produce, come pure è accaduto alla stessa sinistra radicale nel corso dei decenni che abbiamo alle spalle. Perciò non basta essere contro le politiche neoliberiste che hanno dominato il mondo in questo trentennio, ma vi è la necessità che la nuova sinistra torni ad essere anticapitalista. E che concetti come rivoluzione, socialismo, transizione da un assetto sociale determinato da quella che Ciofi chiama “dittatura del capitale” a uno dominato dal ruolo egemone del mondo del lavoro tornino a indicare la strada che una sinistra all’altezza dei tempi deve necessariamente proporsi di percorrere.
Quello di Ciofi non è tuttavia un ritorno puro e semplice a categorie del passato. Esse sono, invece, sottoposte al vaglio delle trasformazioni che il capitalismo ha conosciuto dopo la svolta neoconservatrice dei primi anni Settanta del secolo scorso. L’approdo di Ciofi è frutto di una ricognizione attenta delle trasformazioni che sono intervenute nei rapporti tra capitale e lavoro, dalla fine del fordismo all’avvento del toyotismo, sino al capitalismo di oggi delle piattaforme digitali dominate dal ruolo assunto dagli algoritmi, come anche dalla fine del primato dell’Occidente e dall’avvento di una globalizzazione intesa come nuova divisione internazionale del lavoro che, dopo la crisi del 2007, ha dato vita a una competizione senza precedenti, di cui le politiche protezionistiche dell’America di Trump costituiscono l’esito estremo.
Da questo quadro analitico Ciofi trae anche alcune prime indicazioni di un programma fondamentale che hanno al centro politiche del lavoro tese a invertire la tendenza attuale a fondare l’accumulazione sulla svalorizzazione del lavoro, a cominciare da politiche economiche tese a promuovere la piena occupazione, di cui una delle leve principali torni ad essere la riduzione dell’orario di lavoro a fronte dei processi di automazione che stanno investendo la produzione e la distribuzione contemporanee delle merci.
Ciofi a questo punto ripropone una sua antica e radicata convinzione, che attraversa tutta la sua riflessione successiva all’89, secondo la quale la nostra Costituzione e i principi su cui è fondata costituiscono la piattaforma più avanzata che il secolo scorso abbia prodotto per una nuova e inedita transizione al socialismo. Ma, a differenza di quanti anche a sinistra fanno appello alla Costituzione in nome di un ritorno alla sovranità nazionale in chiave antieuropea, Ciofi pensa che i principi ispiratori della Carta debbano invece contribuire ad aprire una battaglia per la rifondazione dell’Europa che si basi su un principio di sovranità popolare sovranazionale che trovi la forza materiale per affermarsi in un processo di unificazione a livello continentale delle forze del lavoro e delle battaglie per la loro emancipazione.
Ci troviamo dunque, con questo “manifesto” che Ciofi ha voluto dare alle stampe dopo la sconfitta del 4 marzo dinnanzi a una scelta coraggiosa. Di fronte alla tendenza a cercare nei successi altrui le ragioni della propria sconfitta che ha caratterizzato il dibattito a sinistra successivo alle elezioni - diviso tra la ricerca delle ragioni del successo delle tendenze populiste e la riaffermata subalternità alle scelte neoliberiste sconfitte nelle elezioni -, Ciofi indica la strada di una riconquistata autonomia di pensiero e di prospettiva strategica su cui ricostruire la sinistra.
E questo è già un buon punto di partenza.
Piero Di Siena
5 sett. 2018

Pubblicato da Critica Marxista n° 5 del 2018