CostituzioneerivoluzioneRecensione di Piero Di Siena al libro di Paolo Ciofi Costituzione e rivoluzione. La crisi, il lavoro, la sinistra, Editori Riuniti, Roma 2017. Pubblicata sul numero 3/2017 di Critica Marxista
Dopo la sconfitta del 4 dicembre dello scorso anno del progetto di revisione della Costituzione voluto da Renzi sono cresciute le voci di coloro che individuano nella Carta, e soprattutto nell’attuazione dei principi contenuti nella prima parte, la base su cui ricostruire un progetto e una forza di sinistra sostanzialmente cancellati dall’evoluzione del quadro politico degli ultimi dieci anni. E’ in questo contesto infatti che nasce il fatto che coloro che hanno abbandonato da sinistra il Pd abbiano deciso di includere nella denominazione della nuova formazione politica a cui hanno dato vita un riferimento all’Articolo 1 del testo costituzionale. E che a promuovere il tentativo di far convergere le membra sparse di ciò che resta della sinistra italiana in un’unica lista per le prossime elezioni politiche sia un appello sottoscritto da Anna Falcone e Tomaso Montanari, i quali fanno esplicito riferimento alla battaglia referendaria del 4 dicembre quale punto di partenza per aprire un capitolo nuovo nella vita della sinistra italiana.
Ma in verità a sinistra c’è chi non ha atteso l’ultima battaglia referendaria per proporre la Costituzione repubblicana come punto di riferimento per un progetto di trasformazione della società italiana. L’attuazione della prima parte della Carta è stato il tema su cui, ad esempio, si è concentrata l’attenzione di Beppe Chiarante negli ultimi anni della sua vita. E questo è il tema su cui da tempo, con determinazione e tenacia, insiste Paolo Ciofi. Ne è testimonianza il suo ultimo libro (Costituzione e rivoluzione. La crisi, il lavoro, la sinistra, Editori Riuniti, Roma 2017) in cui Ciofi raccoglie scritti di battaglia politica di circa un decennio, per lo più pubblicati sul blog da lui curato (“Dalla parte del lavoro”), il cui filo conduttore è netto nell’assunto e chiaro nei propositi: la Costituzione repubblicana è la base programmatica per un progetto di trasformazione della società teso a superare gli assetti sociali e economici attuali in senso socialista. Scrive infatti l’autore: “Invece di andare alla ricerca della pietra filosofale nascosta in qualche parte del mondo, è tempo di riconoscere che con la Costituzione, che fonda sul lavoro un nuovo ordine economico, politico e sociale, in Italia disponiamo di una straordinaria piattaforma per il cambiamento. Su cui realizzare il massimo di unità e di mobilitazione” (ivi, p. 172).
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L’idea di assumere la Costituzione italiana come base di riferimento per un progetto di trasformazione socialista che, come abbiamo visto, da tempo Ciofi coltiva viene da lontano. Per sua esplicita ammissione essa fa riferimento all’impianto che con il suo VIII Congresso il Pci nel 1956 dà alla sua strategia delle “riforme di struttura” e alla “via italiana al socialismo”. E’ questo del resto che rende differente il riferimento alla Costituzione da parte di Ciofi dalle più recenti posizioni nate in seno all’esperienza referendaria. Mentre, ad esempio, l’appello di Falcone e Montanari si limita a insistere su un’iniziativa politica che punti all’attuazione dell’Articolo 3 che impone l’eliminazione degli ostacoli che si frappongono all’effettiva realizzazione dell’eguaglianza tra i cittadini, Ciofi va alla radice delle diseguaglianze e sostiene che l’Articolo 3 medesimo rischia di rimanere inattuabile se la sua realizzazione non viene perseguita insieme a quella del Titolo III della Carta che pone “dei limiti alla proprietà, che, o pubblica o privata, deve assolvere a una funzione sociale” (ivi, p.20).
Riprendendo concetti mutuati da Marx e più ampiamente sviluppati in un suo precedente libro del 2012, La bancarotta del capitale e la nuova società, Ciofi sottolinea come il capitale stesso sia un “rapporto sociale”. Il conflitto tra capitale e lavoro non assume quindi i caratteri di una soppressione del primo dei contendenti ma di una lotta che si potrebbe definire, gramscianamente, per l’egemonia. E’ questa la base teorica che colloca la lotta per il superamento del capitalismo su basi democratiche e nel quadro di un sistema fondato sul pluralismo politico, lungo la linea avviata dai comunisti italiani. E la Costituzione italiana, secondo Ciofi, costituisce l’elaborazione matura e condivisa, nel periodo storico in cui fu elaborata, di tale prospettiva.
Che in effetti la nostra Costituzione costituisca una felice eccezione rispetto al panorama delle costituzioni democratiche postfasciste europee del secondo dopoguerra è indubbio. I suoi dettami programmatici vanno ben oltre il disegno della cornice istituzionale atta a realizzare quel compromesso sociale che ha caratterizzato in Europa i Trenta anni gloriosi seguiti al secondo conflitto mondiale. Il fatto che ad essa contribuirono in maniera rilevante componenti politiche e culturali, quali il comunismo e il cattolicesimo sociale, estranee alla tradizione liberaldemocratica entro cui si erano costituite le nazioni europee, ne fa un progetto che proietta le aspettative sugli assetti del Paese ben oltre i rapporti di forza intervenuti alla fine del conflitto, ben ricostruiti da Franco De Felice entro le categorie della “doppia lealtà” e del “doppio Stato”. Queste sono, del resto, le ragioni per cui la Carta è in gran parte inattuata.
Resta il problema se assumere la Costituzione a programma strategico di una parte politica, per altro allo stato attuale ampiamente minoritaria nel Paese, come Ciofi propone con nettezza e come sta prendendo corpo nel dibattito politico post-referendario, non sia una conferma indiretta delle posizioni di coloro che, più o meno esplicitamente, sostengono che essa non possa più essere la “casa comune” di tutti gli italiani. D’altra parte, però una ragione ci deve pur essere se nessuno ha mai osato mettere mano alla sua prima parte e tutti i tentativi di manometterla hanno incontrato la contrarietà della maggioranza degli elettori. E tuttavia forse è un bene lasciare che questa obiettiva contraddizione siano gli sviluppi della crisi organica in atto a scioglierla, nel pieno di una lotta politica che – come Ciofi accenna – può trovare una sua prospettiva in una nuova dimensione europea, nella quale la nostra Costituzione diventa il contributo del nostro Paese per costruire le linee del processo costituente di un’Europa che si collochi oltre le contraddizioni insanabili prodotte dall’attuale fase della globalizzazione.
Piero Di Siena