zingales_150Invece di domandarsi come sia possibile, e a quali condizioni, uscire dalla crisi, i guardiani dell'ortodossia liberista continuano a porre la domanda sbagliata: come si fa a rilanciare il libero mercato tutelando il capitalismo? È esattamente questa la questione sollevata nel suo Manifesto capitalista dal prof. Luigi Zingales, bocconiano e docente alla Booth School of Business dell'Università di Chicago, il cui volto spensieratamente pensante è apparso in diverse trasmissioni televisive.

Per sua sfortuna, nel tentativo di dare un fondamento alla sua teoria (si fa per dire) liberista, il professore inciampa in un presupposto falsificante, presentato come una strabiliante scoperta epocale. Infatti, nei panni di un novello Indiana Jones alla ricerca dell'arca perduta, L. Z. viene a sapere che «il vero e straordinario segreto insito (!) nel sistema capitalistico non è la proprietà privata né la ricerca del profitto, ma la concorrenza».
Evidentemente, dalla lontana patria dei Chicago boys il prof. non ha avuto l'opportunità di spingersi fino a Taranto, dove una proprietà parassita in nome del profitto trafuga i capitali all'estero e in Italia semina ricatti, corruzione e morte. «I proprietari siamo noi», gridavano gli operai al momento dell'occupazione degli uffici dell'Ilva. Perché no, se la Costituzione stabilisce che si possono trasferire «ad enti pubblici o a comunità di lavoratori» imprese in «situazioni di monopolio» e che «abbiano carattere di preminente interesse generale»?
D'altra parte, quando sostiene che il segreto del capitale è la concorrenza, Zingales sembra non accorgersi di cadere in un clamoroso qui pro quo. Concorrenza perché? Non c'è bisogno di Karl Marx, basta Emanuele Severino per capire che essendo la concorrenza un mezzo c'è bisogno di definire un fine. E proprio perché il fine consiste «nell'incremento indefinito del profitto privato», sottolinea il filosofo, ne deriva che il capitalismo, in assenza di anticorpi che lo contrastino, tende a depredare congiuntamente l'essere umano e la natura.
Per Zingales, invece, la crisi nasce da un eccesso di regolazione del potere pubblico, che soffocando il libero mercato ha prodotto un «capitalismo clientelare», di cui l'Italia è espressione ineguagliabile. La ricetta a questo punto è semplice: riavvolgere il nastro della storia e ritornare al liberismo duro e puro, ripulendo le stalle dalla corruzione e dal malaffare. Una retrocessione verso il passato, ossia verso il fantasma di un capitalismo "buono", che ha figliato la crisi e il capitale finanziario globale.
Dunque, libero mercato contro «capitalismo clientelare», che va rifondato su saldi principi di eticità: dai quali deriva che «le privatizzazioni non sono solo un'esigenza di bilancio, ma una necessità civile e morale». Un'impostazione che illumina non solo la corruzione della politica, ma la degenerazione di un'intera formazione economico-sociale. Nella pratica, un Manifesto capitalista a disposizione dei poteri forti della finanza, fatto proprio dal grande innovatore Matteo Renzi.
Lo mettono bene in chiaro le 36 pagine del suo programma, che tanto piacciono a Ichino, nelle quali non trovate alcun accenno alla Costituzione di questa Repubblica fondata sul lavoro. Il modello è quello degli Stati Uniti, «il miglior Paese per un povero». E pazienza se in quel Paese delle meraviglie è scoppiata la crisi che ha invaso il mondo.
L'ideologo liberista non si cura dei dettagli, si preoccupa come Monti di «efficientare» l'Italia. E in nome della superiore moralità del libero mercato, in America sta dalla parte di Mitt Romney, il candidato plurimiliardario accusato di aver eluso il fisco con un abbattimento dell'aliquota d'imposta dal 35 al 15 per cento. Parola di Zingales, pedagogo di Renzi. Il quale, con l'espediente dell'innovazione, in realtà indica ai giovani la strada di un'umiliante subalternità alla dittatura del denaro.

pubblicato anche su OmbreRosse di controlacrisi.org ne "Il Punto di Ciofi"