palmirotogliatti_130Perché nel Pd, le cui origini risalgono a un dichiarato atto di rigetto nei confronti del pensiero e della pratica politica di Togliatti, si torna oggi a pensare Togliatti e quella sua straordinaria «creatura» che si chiamava Pci, come ha scritto Michele Prospero? La domanda non è un'inutile divagazione che riguardi un passato morto e sepolto («C'era una volta Togliatti e il comunismo reale», aveva sentenziato l'intrepido filosofo già nel 1989). Ma attiene alla condizione del presente, allo svolgersi drammatico di una crisi di portata storica, che colpisce milioni di esseri umani e ripropone perciò interrogativi di fondo sul modo di organizzare l'economia e la società, sul destino della democrazia, dunque sul senso e le finalità della politica. Temi sui quali in un altro tornante di crisi, forse altrettanto impervio di quello attuale, Palmiro Togliatti si è misurato, lasciando in Italia - e non solo - una traccia indelebile.
Evidentemente - ed è questa una prima risposta alla domanda iniziale - perché la strada finora battuta dal Pd, che nel suo avventuroso viaggio non ha creato né una nuova cultura né un nuovo modo di fare politica, ed anzi cammin facendo ha perduto anche la parola sinistra, lo ha portato in una terra di nessuno esposto a tutti i venti, in un labirinto da cui si cerca una qualche via d'uscita. Dunque, si tratta di un segnale di grave difficoltà. Restano emblematiche, al riguardo, le parole di Alfredo Reichlin: «Abbiamo scambiato il liberismo per riformismo». E tuttavia, per conquistare un punto di vista autonomo, diverso dal tardoliberismo padronale dominante, non basta il richiamo a Togliatti. C'è bisogno di una rottura netta, culturale e sociale, e di una diversa pratica politica.
Togliatti è sicuramente una delle figure più misconosciute e denigrate della nostra storia repubblicana. Su di lui si è detto e scritto di tutto, nel dibattito attuale anche della sua presunta contrarietà all'intervento pubblico in economia, classificandolo come un terzinternazionalista dalle inclinazioni liberali vicino a Einaudi, addirittura come un sodale di Epicarmo Corbino, il ministro che adottò le prime misure deflazionistiche del dopoguerra. Ben venga dunque un esame critico dell'azione e del pensiero del segretario generale del Pci. Ma muovendo dai dati di fatto, a maggior ragione se si ha a che fare - e questo è un dato di fatto incontestabile - con uno dei principali costruttori della Repubblica democratica antifascista, fondata sul lavoro. In tal senso Togliatti non è solo uomo di parte: più precisamente, in quanto uomo di parte appartiene alla storia e alla tradizione di un'intera nazione, nel suo contrastato avanzamento civile verso l'uguaglianza e la libertà. E come tale andrebbe ricordato e onorato da tutti coloro che nella Repubblica democratica si riconoscono.
Il ruolo incontestabile esercitato da Togliatti è stato possibile per tre principali ragioni, che qui sommariamente richiamo. Il contributo decisivo da lui dato all'impianto costituzionale della nuova Repubblica, che ha fatto dell'Italia un Paese moderno, tra i più avanzati nel mondo. La costruzione del «partito nuovo» di massa, che fa centro sulla classe operaia e sui ceti subalterni ma aderisce a tutte le pieghe della compagine sociale, come strumento di liberazione e costruzione di una più avanzata società. L'idea che questa società più avanzata, un socialismo di tipo nuovo che si distanzia mille miglia dal modello sovietico («Non proporremo affatto un regime il quale si basi sull'esistenza o sul dominio di un solo partito») si possa e si debba costruire attraverso l'espansione massima della democrazia, una «democrazia progressiva», che proprio nella Costituzione trova i suoi principi basilari.
Il disegno strategico di Togliatti emerge in modo molto chiaro nella relazione presentata alla Costituente sui «Principii dei rapporti sociali ed economici»* nel 1946, in gran parte poi accolti nel testo finale della Costituzione. Il relatore precisa che mentre per i diritti civili e politici, la garanzia della loro attuazione si trova in una organizzazione dello Stato che annulli o per lo meno limiti l'arbitrio dei governanti, per i nuovi diritti sociali e per il diritto al lavoro l'unica garanzia sta in un determinato indirizzo dell'attività economica che li renda possibili: «Vano sarà l'aver scritto nella nostra Carta il diritto di tutti i cittadini al lavoro, al riposo, e così via, se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i principi del liberalismo, sulla base dei quali nessuno di questi diritti potrà essere garantito».
Perciò il segretario del Pci propone una serie di articoli, ispirati ad altri fondamentali principi: un piano per il coordinamento dell'attività produttiva di tutta la nazione; il riconoscimento costituzionale di forme di proprietà dei mezzi di produzione diverse da quella privata; la nazionalizzazione di imprese di interesse pubblico o a carattere monopolistico privato; la formazione di consigli di gestione da parte dei lavoratori nelle aziende per il controllo della produzione; il limite posto al diritto di proprietà dall'interesse sociale; la limitazione della proprietà della terra a vantaggio dei piccoli e medi produttori e dei coltivatori diretti. In altre parole, si tratta di mettere in moto, attraverso fondamentali principi guida fissati in Costituzione, «un profondo rivolgimento sociale attuato nella legalità», «nell'interesse del popolo e nel nome del lavoro, della libertà e della giustizia sociale»*.
Che si tratti di un percorso e di un modello completamente diversi da quelli sovietici è del tutto evidente. Giacché in Togliatti era ben chiara la distinzione tra la funzione storica dell'Ottobre rosso e la presenza dell'Unione sovietica come potenza deterrente nel rapporto di forza globale tra capitale e lavoro, da una parte, e le modalità di un possibile rivoluzionamento dei rapporti sociali nell'Occidente avanzato, dall'altra. La controprova sta nel fatto che, una volta cantato il de profundis al «comunismo reale» e al segretario del Pci, e distrutta con lui la sua «creatura», un prezzo salatissimo viene oggi pagato dagli italiani in termini di riduzione drastica del diritto al lavoro e dei diritti sociali, di amputazione della democrazia, di restringimento della libertà e dell'uguaglianza, fino al degrado della nostra vita civile e politica.
Ma se in Togliatti il tanto decantato realismo e dunque il partito di massa come intellettuale collettivo, come libera associazione di donne e di uomini che lottano quotidianamente per un ideale di uguaglianza e di libertà senza attendere l'ora x, sono funzionali a una strategia di trasformazione dell'intera società, in organica connessione tra il mezzo e il fine, che senso avrebbe tentare di recuperare il mezzo nel momento stesso in cui di fatto si abolisce il fine? Si tratterebbe solo di una (pur nobile) operazione di aggiustamento trasformistico? O nella confusione crescente non si assesterebbe un altro colpo micidiale alla credibilità della politica?

Paolo Ciofi

*Chi fosse interessato può trovare in allegato la Relazione di Togliatti La nascita della CostituzioneItaliana_Relazione del Deputato Palmiro Togliatti.pdf