grillo_130Il fiume di parole che ha inondato l'Italia a proposito dell'antipolitica si è ingrossato dopo il successo elettorale del movimento di Beppe Grillo. In realtà, di fronte al crollo del Pdl e alla pesante sconfitta della Lega (non compensata dall'eccezione di Verona), cui non corrispondono né un'ascesa del Pd e neanche l'emergere di una chiara alternativa di sinistra, non si può dire che si sia trattato di un successo così clamoroso. Mentre la crescita dell'astensionismo, che si situa ben oltre il 30 per cento, conferma una tendenza di fondo normalmente oscurata dagli ideologismi dell'antipolitica, come se questa non fosse l'interfaccia della politica.

La questione di fondo normalmente oscurata è che una parte decisiva del Paese, peraltro maggioritaria, non solo non si sente rappresentata dai partiti esistenti, ma non ha, nella conformazione del sistema politico, né rappresentanza né rappresentazione. Parlo di coloro che subiscono le conseguenze più distruttive della crisi, soprattutto dei lavoratori dipendenti ed eterodiretti a cominciare dagli operai, nonché dell'insieme dei ceti subalterni e dei lavoratori autonomi, delle donne e dei giovani esclusi da una prospettiva di lavoro, che vivono nella precarietà e nella paura dell'avvenire.

In queste condizioni, la politica, da spazio pubblico e strumento di lotta per l'uguaglianza e la libertà, e dunque per la trasformazione della società, è tornata ad essere un privilegio delle élite che esclude grandi masse. In altre parole, la politica è stata privatizzata a beneficio di una ristretta oligarchia di proprietari universali. Da strumento di liberazione è stata convertita in mezzo di oppressione e di arricchimento, e il sistema politico, invece di rispecchiare la società nella dialettica e nel conflitto delle diverse classi sociali, si è conformato come un sistema di potere privilegiato, chiuso e autoreferenziale. Perché meravigliarsi se, in queste condizioni, il movimento 5 stelle riscuote consenso?

D'altra parte il governo Monti, con le sue misure che diffondono nel Paese un crescente sentimento di iniquità e di ingiustizia, e che portano un chiaro segno di classe sempre più avvertito come tale, sta producendo l'effetto esattamente opposto a quello che era stato annunciato. Invece di praticare un indirizzo ispirato al tanto conclamato «interesse generale», che altro non può essere se non un onorevole compromesso tra le classi, in primo luogo tra lavoro e capitale, colpisce solo una sola parte, quella che vive del proprio lavoro.

Di fronte al malessere sociale crescente, drammaticamente testimoniato da un suicido al giorno per motivi economici, è naturale che tutto l'arco delle forze politiche sia entrato in fibrillazione. E che siano venute allo scoperto, per ragioni diverse e anche opposte, l'inadeguatezza e la scarsa credibilità dei loro comportamenti, nei casi estremi anche comportamenti criminali che dei partiti squalificano la parola stessa. Da sinistra a destra nascono o sono in gestazione nuove formazioni politiche, che secondo il linguaggio attenuante oggi in uso, per cui il cieco è non vendente e il sordo un non udente, vengono denominate movimenti o non partiti. Tuttavia la sostanza non cambia.

Gli appelli contro l'antipolitica si moltiplicano. Ma qual è la vera materia del contendere? Su un versante, quello di chi subisce le conseguenze della crisi, si manifesta un distacco dalla politica e dai partiti perché larga parte dell'opinione pubblica, soprattutto le classi subalterne, non condivide la politica che praticano i partiti esistenti, inefficace e iniqua, ma non trova un partito in grado di raccoglierne e rappresentarne le aspirazioni e i bisogni. Al contrario, sul versante di chi la promuove, la cosiddetta antipolitica non è altro che una forma di lotta politica contro i partiti per raccoglierne l'elettorato, sostituirne le funzioni e occupare lo Stato. Così è avvenuto con Berlusconi e con Bossi. E prima ancora con Mussolini.

Si trascura che la più alta forma di antipolitica è quella di chi sostiene che si possa governare il Paese e uscire dalla crisi senza la partecipazione popolare. E, in una Repubblica fondata sul lavoro, senza e contro i lavoratori. In questo senso, giacché in assenza dei partiti un governo alla lunga non può sopravvivere, la forma partito deve corrispondere al supremo interesse di chi detiene il potere economico. Come scrive il "terzista" Corriere della sera per la penna dello stimato professore Panebianco, siccome i partiti sono per loro natura «parassitari», il modello da preferire è quello del partito personale, che non si perde in chiacchiere e garantisce l'unicità di comando.

Si tratta dell'interpretazione più compiuta del partito politico come braccio armato del potere economico dominante. Il partito personale, o leaderistico, che anche a sinistra ha trovato più di un estimatore, è infatti una forma molto congeniale ai processi di privatizzazione e di commercializzazione della politica: la massima espressione politica dell'antipolitica. Tutto ciò ha molto a che fare con la democrazia, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo.

In conclusione, per combattere la cosiddetta antipolitica e dare nuovi contenuti alla democrazia nell'epoca di una straordinaria rivoluzione scientifica e tecnologica che ha cambiato il modo di lavorare, l'unica via percorribile è guadagnare alla politica sul terreno democratico i nuovi lavoratori del XX secolo, le classi subalterne che subiscono le conseguenze drammatiche della crisi e sono escluse dal sistema politico. Ma ciò comporta il riconoscimento della presenza delle classi sociali come fattore costitutivo della società contemporanea. E dunque della lotta di classe come oggi viene praticata dall'oligarchia dominante del capitale contro il lavoro, con effetti distruttivi sugli esseri umani e sull'insieme dell'ambiente naturale.

Luciano Gallino, smontando il principale dogma del pensiero unico, vera stella polare della controrivoluzione conservatrice cui si sono inchinati con la stessa osservanza conservatori e progressisti, ha documentato in modo ineccepibile nel suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe: a) che le classi esistono; b) che il fatto che «quasi nessuno le veda, le senta, le interpreti, ne rappresenti gli interessi» ha provocato danni irreversibili; c) che la condizione in cui oggi vive il pianeta è il risultato di una spietata lotta di classe dei «vincenti» contro i «perdenti». Uno stato delle cose che richiede il profondo ripensamento dei partiti, un vero e proprio rivoluzionamento dei sistemi politici. Ricominciando in Italia dall'applicazione della Costituzione fondata sul lavoro.

Per anni i trombettieri del pensiero unico hanno suonato a pieni polmoni innumerevoli varianti di un solo motivo: le classi sociali, inutile cascame ottocentesco, appartengono al passato e con esse è scomparsa la lotta di classe. Dunque, che motivo c'è di rappresentare il lavoro? I nuovisti spensierati e i tattici sopraffini, cultori di Von Clausewitz e di Sun Tzu, sono stati affatati da queste accattivanti melodie, che negando l'esistenza delle classi hanno facilitato la più spietata lotta di classe: spossessando l'avversario della sua identità, della sua memoria, della sua organizzazione. Uno spirito caustico e irriverente ha scritto addirittura che avendo abbandonato il pensiero critico di Carlo Marx si è finito per credere agli oroscopi.

L'affermazione forse è eccessiva. In ogni caso, per quelli che hanno poca dimestichezza con l'autore del Capitale, oggi basta Warren Baffett, uno dei più autorevoli plutocrati del pianeta. Il quale, in un impeto di sincerità, ha descritto così lo stato delle cose: «Confermo: la lotta di classe esiste. Ma a fare la guerra è la mia classe. E la stiamo vincendo». Ci vorrebbe altrettanta chiarezza a sinistra. E sarebbe necessario che nel Partito democratico si traessero le logiche conseguenze dalle analisi di Alfredo Reichlin, riassunte in questo sintetico giudizio: «Abbiamo preso lucciole per lanterne, abbiamo scambiato il liberismo per riformismo».

Poiché il liberismo non è altro che l'assetto di combattimento del capitalismo finanziario globale su tutti i fronti - economico, sociale e politico -, allora si dovrebbe concludere che il Pd ha bisogno di una vera e propria rifondazione culturale e di una diversa dislocazione nella società. È un'operazione possibile? E a quale prezzo? Per adesso constatiamo che questa esigenza di cambiamento non risulta coerente né con i comportamenti concreti, né con la supposta egemonia del "lavorismo" dettato da Benedetto XVI.

Anche a sinistra è necessario un profondo ripensamento critico. Non bastano le pur nobili iniziative del cosiddetto ceto medio riflessivo, se queste non s'incontrano con un movimento reale e con il pensiero critico su cui si è fondato il movimento operaio in Italia, protagonista della costruzione della democrazia. Mentre continuano a pesare schematizzazioni di vario tipo, al tempo stesso modernizzanti e molto antiche, non è maturata la comprensione - e la convinzione - che la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro è il vero progetto di cambiamento per cui lottare, il passaggio che apre le porte a una società di tipo nuovo e a una civiltà più avanzata, e quindi al superamento reale della crisi.

La questione dell'antipolitica ci riconduce dunque alla questione cruciale dell'organizzazione e della rappresentanza politica del lavoro nelle sue diverse forme e configurazioni. Uscire dalla crisi è possibile avviando un processo che metta sotto controllo i mercati e imponga dei limiti alla proprietà capitalistica secondo i principi costituzionali di libertà e uguaglianza. Una questione che non si risolve dall'oggi al domani, e che implica una lotta sociale, politica e culturale di lungo respiro, e in pari tempo la costruzione di un'ampia coalizione di coloro che sono colpiti dalla crisi, superando le divisioni, le segmentazioni, le parzialità dei diversi movimenti. Un progetto di cui dovremmo farci banditori in Europa.

La sinistra potrà svolgere una funzione e diventare egemone solo se si farà promotrice attiva ed efficace di questo processo, a sua volta superando lo spirito di scissione, i frazionismi, le rissosità paralizzanti. Il primo passo da compiere subito, nel fuoco del crisi e in vista delle prossime scadenze elettorali, dovrebbe essere quello di costruire un programma comune per mandare all'opposizione le destre e il "montismo".

Paolo Ciofi