bce_trichet-draghi_130Bisognerebbe costruire una mappa delle proteste, delle rivolte, dei movimenti che in vario modo stanno attraversando il mondo, e farne un'analisi ragionata. Ma non c'è dubbio che dal Medio Oriente all'India, dall'Egitto a Israele, dalla Spagna alla Gran Bretagna, dalle periferie dell'impero al cuore dell'Europa stia dilagando la contestazione a un modello sociale: il capitalismo globale finanziarizzato dei "liberi mercati" fondato sull'ingiustizia e sulla discriminazione tra gli esseri umani, che produce disuguaglianze e impoverimento, genera malessere, degrada a pura merce la persona e la natura. La grande, indicibile, novità di questi giorni è che la contestazione ha invaso la piazza di Wall Street, il centro dell'impero, e va diffondendosi in diverse città americane.

Uno stato delle cose di fronte al quale risalta in tutta la sua meschina miopia e inconcludente arroganza la lettera ("segreta") che la Banca centrale europea ha recapitato agli italiani. Se ne è già parlato, ma non a sufficienza. E perciò ricapitoliamo. Cosa bisogna fare per salvare l'Italia? La risposta - scrive la Bce - sono le "riforme strutturali": «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali» e «privatizzazioni su vasta scala»; eliminazione della contrattazione collettiva «in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro sulle esigenze delle aziende»; interventi ulteriori sulle pensioni, innalzando l'età pensionabile delle donne nell'amministrazione pubblica; «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego», «se necessario riducendo gli stipendi»; costituzionalizzazione del pareggio di bilancio; uso generalizzato del criterio costi-benefici «soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione». Arriveremo di questo passo al ripristino della pena di morte, perché sopprimere un condannato costa meno del suo mantenimento in vita?

Se avevate qualche dubbio, mettetelo da parte: qui si dice chiaro e tondo che a pagare devono essere coloro i quali la crisi l'hanno subita, non quelli che l'anno fatta esplodere. Ma la cosa che maggiormente sconcerta è che la ricetta consiste, sic et simpliciter, nel potenziamento dei "liberi mercati", cioè degli agenti del disastro. Non nel mettere in moto controtendenze, iniziative e provvedimenti che ne contrastino e ne limitino la potenza distruttiva. A prima vista, sembra di avere a che fare con degli incompetenti e addirittura con degli autolesionisti che combattono contro i loro stessi interessi, nei confronti dei quali anche uno come Tremonti può fare bella figura. Ma la verità è che i portatori degli interessi del capitale finanziario globale sono mossi da uno spirito di classe talmente forte e totalizzante da renderli ciechi e sordi di fronte ai bisogni della società. Se lo scopo è il profitto a tutti i costi, tutto il resto è cenere. E la lettera trasuda disprezzo per i lavoratori e per la persona umana.

Mettiamoci d'accordo su un punto. I "liberi mercati" non sono un'entità astratta come lo Spirito Santo. Sono proprietari universali, diventati ormai padroni della nostra vita. Lo hanno detto senza perifrasi gli attivisti americani, hippy, sindacalisti, operai licenziati e studenti del movimento Occupy Wall Street: «Noi siamo il 99 per cento. Ci sbattono fuori dalle nostre case. Ci costringono a scegliere tra comprarci da mangiare e pagare l'affitto. Ci negano un'assistenza sanitaria di qualità. Soffriamo per l'inquinamento. Chi ha un lavoro fa orari massacranti in cambio di un salario basso e zero diritti. L'uno per cento si prende tutto e a noi non resta niente. Il 99 per cento siamo noi!».

Avendo nelle loro mani il debito pubblico (dicesi sovrano), i proprietari universali, non dispongono più soltanto dei mezzi della produzione, della comunicazione e della finanza. Di fatto, sono diventati padroni di interi Stati. Quantomeno, dei Parlamenti e della politica. In larga misura, ormai è così negli Usa e in Europa. Eppure, del «presupposto tacito» della proprietà non si discute. Ma questa è la questione di fondo che sta di fronte alle proteste e alle rivolte, alle lotte e ai movimenti: intanto il primo punto è riappropriarsi della politica, vale a dire del potere di decisione sulla propria di vita. O conoscete un'altra strada?

Paolo Ciofi

8 ottobre 2011