Papa Francescodi Paolo Ciofi - Ci voleva il papa, alla viglia del primo maggio, per denunciare lo scandalo delle donne retribuite meno degli uomini a parità di lavoro. Si tratta - se ci pensate - di un'enorme ingiustizia alla quale ci siamo assuefatti, che discrimina metà del genere umano. Perciò, ha aggiunto Francesco, i cristiani debbono sostenere il diritto alla eguale retribuzione per eguale lavoro. Parole che hanno suscitato interesse insieme a sorpresa. E che hanno fatto saltare la mosca al naso al quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, noto combattente per i diritti di eguaglianza e libertà, perché pronunciate da un «monarca di uno staterello assoluto situato sulla riva destra del Tevere, un regime guidato da soli uomini dove le donne non possono fare carriera». Essendo cittadini di questa Repubblica democratica fondata sul lavoro, e non di quello staterello assoluto, si presume che Belpietro e la penna rovente al suo servizio siano a conoscenza dell'articolo 37 della Costituzione, che suona esattamente così: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Se di questo si tratta, allora signori cosa aspettate? Non vi accorgete che le parole del papa denunciano lo scandalo della lesione di un diritto costituzionalmente garantito? Cosa aspettate a pronunciare voi, noti garantisti e democratici, quelle parole? La verità è che a costoro dei diritti sociali sanciti dalla Costituzione per uomini e donne non importa un fico secco. L'articolo 37, ricordiamolo, sta dentro un dispositivo che fonda sul lavoro la libertà e l'uguaglianza degli esseri umani. Per questo l'articolo 35 sancisce che «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», e l'articolo 36 che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Più in generale, tutto il titolo III della Costituzione è un inno ai nuovi diritti sociali conquistati con la lotta di Liberazione contro il nazifascismo, che mettono sullo stesso piano di uguaglianza le donne e gli uomini di questo Paese. Una conquista storica che stanno sistematicamente demolendo, facendoci arretrare verso un moderno assolutismo, lungo un percorso che con le leggi elettorali e costituzionali di Renzi si tenta di rendere irreversibile. Non è la prima volta che il papa di Roma fa sentire la sua voce su decisivi diritti sociali. È tempo che anche la massima autorità dello Stato alzi il tono della sua voce. Ma soprattutto, superando divisioni e visioni rivolte al passato, è necessario che cresca nel Paese la consapevolezza della fase nuova in cui siamo entrati. Nella quale l'indivisibilità dei diritti sociali, civili e politici, che incardina l'intero disegno costituzionale, è la leva per rovesciare la spinta autoritaria in atto. E al tempo stesso il mezzo per aprire la strada a una civiltà di più avanzata, in cui il potere democratico delle lavoratrici e dei lavoratori associati sia in grado di mettere sotto controllo le tendenze distruttive del capitale.
Paolo Ciofi
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