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Misurarsi sui temi del lavoro in un convegno come il nostro*, che intende mettere a confronto posizioni e punti di vista diversi, vuol dire affrontare la questione centrale di una crisi generale, lunga e persistente, di cui l'Italia in Europa, e l'Europa nel mondo, sono oggi tra i principali epicentri. Si tratta di una questione che riguarda la prospettiva di vita di milioni e milioni di donne e di uomini, di coloro che potremmo chiamare i nuovi lavoratori del XXI secolo. Da questo punto di vista, sia pure con molto ritardo e gravi sottovalutazioni, una più ampia consapevolezza ha cominciato a farsi strada. E noi stessi, con questo convegno, vorremmo contribuire ad accrescerla.
Ma non si può sottovalutare il fatto che, in conseguenza di una rivoluzione scientifica e tecnologica che ha cambiato il modo di lavorare; della frantumazione dei processi lavorativi su scala globale; e anche della teorizzazione della fine del lavoro cui si è accompagnata una spietata lotta di classe dall'alto verso il basso (magistralmente illustrata da Luciano Gallino e confermata preventivamente dal magnate Warren Buffett): insomma, per effetto di concomitanti fattori culturali, politici e sociali – oltre che economici – è venuta affievolendosi fino all'evanescenza la categoria stessa del lavoro come visione unitaria, come principale forza produttiva insieme alla natura e al tempo stesso fattore costitutivo della persona umana.
Perciò ritengo che sia di una qualche utilità interrogarsi su cosa sia oggi il lavoro. E su cosa comporti aver cancellato la sua centralità: non solo nell'economia, ma nella società, nella cultura e nella politica. E proprio da questi interrogativi vorrei muovere, per poi soffermarmi, con poche battute, su alcune condizioni di una possibile ripresa.
Comincio allora dalla domanda: cos'è oggi il lavoro? Se il lavoro non è morto ma è cambiato il modo di lavorare, possiamo rispondere con le parole di un grande giuslavorista, Umberto Romagnoli, tenendo gli occhi ben aperti sulla nostra Costituzione: il lavoro è «l'unica risorsa di cui dispone la stragrande maggioranza della popolazione per guadagnarsi onestamente da vivere» ed è, al tempo stesso, «il passaporto per la cittadinanza». Possiamo anche aggiungere per chiarezza che il lavoro non è però un bene comune. Infatti, aggiunge Romagnoli, esso è entrato nel costituzionalismo e nel diritto «per invocare una speciale protezione contro la voracità del profitto».
Ma cosa accade quando, come oggi possiamo verificare ogni giorno a occhio nudo, e come il caso Fiat insegna, il lavoro viene svalorizzato e offeso nella sua dignità, mentre si diffondono precarietà e disoccupazione? Accade, banalmente, che vengono limitati e ridotti i mezzi per vivere, e che di conseguenza cresce la povertà. Accade, inoltre, che i cittadini vengono amputati di diritti basilari, essendo il lavoro il fondamento della libertà e dell'uguaglianza tra gli esseri umani. Un'aberrazione, alla quale sembra ci stiamo adattando senza troppi imbarazzi.
Se dunque il lavoro non è più una risorsa che garantisce futuro ai giovani e sicurezza ai vecchi, e pertanto neanche un passaporto per la cittadinanza, è l'intero assetto economico-sociale che va in crisi. E va in crisi anche l'impianto costituzionale-democratico, giacché la parte maggioritaria della popolazione, i lavoratori dipendenti ed eterodiretti – dall'operaio di Pomigliano all'operatrice del call center, al ricercatore nei rami più sofisticati (circa 17 milioni di persone su 22 milioni 915 mila occupati all'inizio del 2010) - non ha più nel Parlamento rappresentanza né rappresentazione, e non dispone di un'autonoma e libera organizzazione politica. E questa – sarebbe opportuno tenerlo ben presente – non è una causa secondaria della degenerazione della politica e del sistema dei partiti.
«Oggi più che mai – osserva un acuto analista come Guido Rossi – i sistemi democratici si confondono con il governo dei ricchi. E il governo dei ricchi ha adottato uno strumento di pericoloso sovvertimento dei valori della democrazia: il denaro». Uno stato delle cose – osserva ancora Rossi – che porta alla «equiparazione tra le regole dello Stato e quelle dell'impresa», e quindi all'abbandono «in tutte le democrazie occidentali della teoria della divisione dei poteri». Con la conseguenza del «radicamento legale dell'illegalità», inteso «non solo come rottura della legge esistente, ma anche come inosservanza dei principi fondamentali della democrazia costituzionale».
De te fabula narratur, direbbe il poeta. E infatti le condizioni del lavoro in Italia peggiorano, e nel tunnel non si vede alcuna luce. L'Ires Cgil, in una indagine di qualche giorno fa (Gli effetti della crisi sul lavoro in Italia), sottolinea che il tasso di disoccupazione formale ha ormai superato quello della Ue a 27, e che l'aumento dei disoccupati negli ultimi mesi in questo Paese (+ 292 mila) rappresenta un terzo dell'incremento complessivo in Europa. Ma la «sofferenza da disoccupazione», indice che considera, oltre ai disoccupati, gli scoraggiati che vogliono lavorare e i cassintegrati, è ben più ampia e preoccupante, e riguarda 4 milioni 392 mila persone (+ 77 per cento rispetto al 2007).
Poi c'è il rosario infinito delle vertenze, che mette in discussione settori portanti dell'economia, la stessa base industriale del Paese: la Fiat, l'Ilva, l'Alcoa...e così via. Solo nel 2009 sono state chiuse 30 mila aziende. Oggi giacciono presso gli uffici ministeriali 131 vertenze, che coinvolgono 160 mila lavoratori. Secondo il Centro studi della Confindustria, che stima un ribasso del 2,4 per cento del prodotto interno a fine 2012, come adesso ammette anche il governo, «l'Italia è nel pieno della peggior crisi economica in tempo di pace». In un solo anno – precisa Confindustria- le persone senza lavoro sono cresciute di 758 mila unità.
Ma se la svalorizzazione del lavoro, stretto nella morsa della disoccupazione-precarizzazione e dei bassi salari, viene da lontano e precede l'esplosione della crisi essendone a ben vedere la causa di fondo, nello svolgersi della crisi sta raggiungendo ormai livelli insostenibili. Sappiamo che la disoccupazione giovanile ha superato il 35 per cento, con punte del 50 nel Mezzogiorno. Sappiamo anche che le più penalizzate sono le donne, che nel lavoro parziale e flessibile coprono l'80 per cento della manodopera occupata.
D'altra parte, se prendiamo in considerazione il tasso di occupazione (occupati su popolazione tra 15 e 64 anni), che più di ogni altro indice misura la capacità dinamica e inclusiva di un sistema, l' Istat ci dice che era sceso nel 2010 al 57,2 per cento, il livello più basso tra i Paesi avanzati. Declinato al femminile, il tasso di occupazione si abbassa al 46,5 per cento, e addirittura al 30,5 per cento nel Mezzogiorno, dove il modo di produzione attuale è in grado di dare lavoro solo al 44 per cento della popolazione in età lavorativa. Forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo in presenza di una vera e propria catastrofe sociale, che sta portando il sistema Italia vicino alla soglia di rottura.
Sul versante dei salari le cose non vanno meglio. Un'analisi molto approfondita, sempre dell'Ires Cgil, sul decennio 2000-2010 (La crisi dei salari. Crescita, occupazione e redditi negli anni 2000) mette in luce tre dati di fatto, che non mi pare qualcuno abbia contestato. In primo luogo, che nel periodo considerato i lavoratori dipendenti hanno subìto una decurtazione netta del salario reale pari a 5.453 € pro capite; in secondo luogo, che il salario netto mensile del lavoratore dipendente standard nel 2009 era in coda tra i 34 Paesi Ocse con 1.260 €, e con significative differenze al ribasso per le donne (-12 per cento), per i giovani (- 27 per cento), per i collaboratori (-33,3 per cento), e così via; in terzo luogo, che per il costo del lavoro l'Italia occupava le medesime posizioni di coda: 27.212 € annui, contro 27.218 della Spagna, 29.999 degli Usa, 34.931 della Francia, 40.707 del Regno Unito, 41.986 della Germania.
Questi dati indicano che non ha alcun senso, anzi è una pura operazione autolesionista, continuare a sostenere che la perdita di competitività del sistema Italia dipende dall'alto costo del lavoro. La verità è che la classe dirigente del capitalismo italiano, e la grande impresa in particolare, venuta meno con l'euro la possibilità di competere sul mercato globale a colpi di svalutazione della lira, ha puntato le sue carte sulla competizione al ribasso, basata sui bassi salari e la svalorizzazione del lavoro. Affidandosi al tempo stesso alla roulette della finanza e alle sinecure delle privatizzazioni. La svalutazione del lavoro ha sostituito la svalutazione della moneta. Si è trattato di una scelta clamorosamente perdente, e i risultati si vedono adesso.
Il caso Fiat è emblematico di un processo che ha portato l'Italia a cedere posizioni in settori fondamentali, senza conquistarne in quelli maggiormente innovativi. Mentre il dominio della finanza soffoca la piccola azienda, e solo uno strato piuttosto sottile di medie imprese regge in alcuni segmenti di punta, come la robotica, le nanotecnologie, il medicale. È evidente che senza una visione strategica in queste condizioni il sistema Paese non tiene.
Non spetta a me dire, in questa sede, se i sindacati abbiano fatto fino in fondo il loro mestiere per difendere e portare in primo piano il fattore umano nelle relazioni produttive e di servizio. Resta il fatto, come già aveva dimostrato Paolo Sylos Labini nel suo saggio Oligopolio e progresso tecnico e come oggi riconosce anche Cesare Romiti, che quando il padronato non viene incalzato dall'iniziativa e dalla lotta dei lavoratori, perde interesse per l'innovazione e la ricerca ripiegando sui bassi salari. Ciò che si è verificato in questi anni è la controprova fattuale della validità di questa tesi, che viene in pieno confermata dal recentissimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro (Rapporto sul mercato del lavoro 2011-12).
Bisogna aggiungere che a fronte del contenimento dei salari sono cresciuti i profitti: +75,4 per cento secondo l'indagine Mediobanca sulle maggiori imprese a cavallo del secolo. Domanda: dove sono finiti questi profitti? Evidentemente, non sono stati reinvestiti nella produzione (materiale e immateriale, cioè nell'accrescimento della ricchezza reale) né redistribuiti attraverso il bilancio dello Stato, le cui entrate per l'80 per cento gravano su lavoratori dipendenti e pensionati, e perciò non sono in grado di sostenere un moderno sistema di welfare. Semplicemente, i profitti sono stati patrimonializzati, vale a dire trasformati in rendita. Una rendita finanziaria e immobiliare che sta soffocando il Paese.
Certo bisogna colpire a fondo sperperi e sprechi, ruberie e corruzione che allignano nella società e nelle istituzioni. Ma non si può perdere di vista l'attuale meccanismo di riproduzione del capitale. Sembra che nessuno si sia accorto del gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti e alle rendite avvenuto a cominciare dagli anni 80. Eppure, secondo uno studioso liberale come Geminello Alvi, alla metà del nostro decennio la quota attribuita al lavoro dipendente sul prodotto nazionale è scesa al punto tale da collocarsi non troppo distante dal 46,6 per cento, che era la povera quota del 1881. Altri studi mettono in evidenza come a partire dagli anni 90 si sia verificata una vera e propria slavina, con una perdita secca di ben 11 punti di pil da parte dei redditi da lavoro. E un punto di pil equivale a circa 16 miliardi.
L'effetto complessivo è stato un aumento enorme delle disuguaglianze e una forte concentrazione della ricchezza. Secondo i dati della Banca d'Italia, il 10 per cento delle famiglie più ricche detiene quasi il 50 per cento della ricchezza nazionale: siamo diventati uno dei Paesi più disuguali d'Europa. Se si legge con attenzione l'ultimo rapporto del Cnel, si vede benissimo che il problema dell'Italia non sono gli alti salari e il costo del lavoro, ma è la produttività. E la produttività dipende fondamentalmente dagli investimenti e dall'innovazione scientifica e tecnologica. Ma si dà il caso che gli investimenti siano crollati, scendendo del 40 per cento sull'ammontare dei profitti, mentre la spesa per ricerca e sviluppo delle imprese italiane raggiunge l'esile quota dello 0,6 per cento del pil, contro l'1,5 dell'Ue e l'1,8 della Germania. C'è qualcuno che può spiegare come si possa accrescere la produttività tagliando gli investimenti e riducendo all'osso la spesa per la ricerca?
Il cavallo non beve, si diceva una volta. Adesso qualcuno parla di sciopero del capitale. Comunque, uno stato delle cose che confuta in radice il luogo comune secondo cui se non c'è crescita non c'è niente da distribuire. Al contrario, l'esperienza di questi anni ha reso evidente che se non si modifica il modello distributivo della ricchezza, il Paese decade e non è pensabile un nuovo sviluppo. Dunque, è su questo punto cardinale che occorre incidere per aprire una nuova prospettiva. Certo è che le cause della condizione penosa in cui versa l'Italia non risiedono nelle eccesive pretese delle lavoratrici e dei lavoratori, bensì – al contrario – proprio nella svalorizzazione del lavoro, e perciò nella responsabilità delle classi dirigenti, economiche e politiche.
Se questa analisi ha un fondamento bisognerebbe trarne qualche conclusione, guardando al futuro e non reiterando le scelte imposte dai mercati, che hanno innescato l'esplosione della crisi. Bisognerebbe per esempio, in Italia e in Europa, dare più potere ai sindacati, più fiducia ai lavoratori accrescendone il potere d'acquisto e i diritti, secondo la visione che ispirò il presidente Roosevelt ai tempi del New Deal. E sarebbe necessario, per aprire una fase davvero nuova, stabilire comuni standard europei non solo in materia fiscale, ma anche in materia di diritti sociali e di livelli salariali per evitare il dumping sul lavoro. Insomma, ci sarebbe bisogno di un cambio di paradigma, che sposti la costruzione europea dalla gabbia senza uscita dei vincoli tipo fiscal compact alle azioni positive volte alla valorizzazione e liberazione del fattore umano. Come la nostra Costituzione prescrive.

 

Paolo Ciofi

*Intervento al convegno dell'Associazione ex Parlamentari sui temi del lavoro Roma, 26 settembre 2012