CostituzioneerivoluzioneIn occasione della presentazione di "Costituzione e rivoluzione" all’Università di Cassino l’8 novembre prossimo, nell'aula Teresa Labriola dalle 14 alle 17, riteniamo di fare cosa utile ripubblicare l’articolo di Paolo Ciofi, uscito tra l’altro su Lavoro&Politica n. 32 2015 e sul sito della Fondazione Pintor con il titolo la “La sinistra e la vita” e contenuto nel volume Costituzione e rivoluzione.

 

C’è vita a sinistra? Ancora non siamo tutti morti, e per chi non è morto finché c’è vita c’è speranza. Anche se la fatica sta diventando insostenibile. Ma, al di là dei desideri e delle aspettative di ciascuno, il dato di fatto inoppugnabile è che la sinistra oggi politicamente non esiste. Da qui bisognerebbe muovere, chiarendo perché si è arrivati a questo punto. Senza di che costruire una sinistra con caratteristiche popolari e di massa, in grado di incidere sulla vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, diventa una missione impossibile.

Nel dibattitto aperto da Norma Rangeri sul manifesto, l’intervento di Bia Sarasini è risuonato come un brusco e necessario richiamo alla realtà, quando ha sottolineato che la (presunta) sinistra non ha avuto, e non ha, nulla da dire alle braccianti come Paola che muoiono di fatica in Puglia o ai dipendenti dell’Ikea che fanno scioperi in tutta Italia. E a milioni di uomini e donne oppresse dallo sfruttamento del capitale. Si domanda Sarasini: «Pensa, la sinistra, immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili […], ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere? La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene». E questo è il centro del problema, che dovrebbe portare a una riflessione e a una mobilitazione collettiva.
Per intravedere modi diversi di vivere, vale a dire una civiltà più avanzata e più giusta, da cui prendono forza la speranza di cambiare e la volontà di lottare, è necessaria una visione critica della società in cui viviamo, in grado di individuare le cause reali e più profonde del malessere dilagante e delle disuguaglianze crescenti, che mettono a rischio la vita umana e la sicurezza del pianeta. Non viviamo sulla luna, o in un iperspazio senza nome e senza storia. Questa società ha un nome e una storia.

È il capitalismo del XXI secolo, di cui occorre mettere a nudo la vera natura, il meccanismo di funzionamento del capitale nella fase della sua globalizzazione. Se questo non avviene, e non si porta al centro dell’analisi e della lotta politica il conflitto tra il capitale e il lavoro nelle forme assunte dalla modernità, uno degli effetti maggiormente devastanti è la moltiplicazione delle guerre tra poveri, la lotta senza quartiere tra gli sfruttati, che non sanno più riconoscere il proprio avversario di classe alimentando così spinte fasciste e nazionaliste. Le ragioni che hanno portato alla cancellazione politica della sinistra sono molteplici, ma tra queste pesano come un macigno l’oscuramento del principio di realtà e la subalternità alla cultura d’impresa.

Norma Rangeri non fa chiarezza quando afferma che «oggi all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione ma un’idea di riformismo di sinistra in grado di persuadere milioni di persone». Che vuol dire? Che si rinuncia alla trasformazione della società, accettando ideologicamente il dogma che santifica il capitalismo come approdo definitivo e insuperabile della storia? Se si identifica la rivoluzione con l’insurrezione armata, o con la presa del Palazzo d’Inverno come azione violenta e definitiva, è chiaro che la rivoluzione non è all’ordine del giorno – e non è praticabile – nell’Occidente capitalistico in regime di democrazia politica. Se invece, gramscianamente, per rivoluzione s’intende un processo di trasformazione della società capitalistica, delle sue strutture di base e delle sue sovrastrutture culturali, in una formazione economico-sociale superiore verso la conquista di più avanzate libertà attraverso il consenso e la lotta democratica di massa, allora questo è esattamente il nodo storico non rinviabile da mettere a tema.

Persuadere milioni di persone? Non c’è dubbio. Ma per che fare? Oggi, dopo la caduta dell’Urss e le esperienze fallimentari delle socialdemocrazie (da Blair a Schröder a Hollande) il riformismo è diventato un sottoprodotto del capitalismo, nel tentativo di fluidificarlo e renderlo più efficiente conformando le istituzioni sulle esigenze del capitale. In Italia, poi, l’espressione più compiuta del riformismo di sinistra è stato Craxi. Questo dice tutto. E spiega anche perché Renzi, praticando una politica di destra, possa farlo sotto l’etichetta del socialismo europeo e con l’appoggio incondizionato dell’ex comunista Giorgio Napolitano.
A sostegno della sua tesi Rangeri cita Carlo Marx sulla conquista della legge delle 10 ore nel 1847: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia politica del proletariato ha prevalso sull’economia politica del Capitale». Ben fatto e ben detto. Ma è altrettanto chiaro – come del resto risulta anche dalla sola lettura del Manifesto del partito comunista – che il rivoluzionario di Treviri vedeva quella conquista in Inghilterra non come approdo finale della lotta politica. Bensì come un passaggio rilevante, ma appunto un passaggio, di un processo ben più ampio in cui i subalterni, i proletari del suo tempo, superando la «concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi» e organizzandosi in partito giacché «ogni lotta di classe è lotta politica», si pongono il problema della liberazione di se medesimi dallo sfruttamento capitalistico: vale a dire della rivoluzione. E perciò lottano per la conquista del potere politico.

Ponendosi l’obiettivo di andare oltre il modo capitalistico di appropriazione delle forze produttive, necessario per asservire il lavoro altrui, «il movimento proletario è il movimento indipendente dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza». Constatazione quanto mai attuale e pertinente, anche nelle mutate condizioni storiche. Con una delle sue espressioni illuminanti, Marx precisa che le classi lavoratrici «debbono prendere il potere politico per fondare la nuova organizzazione del lavoro», altrimenti non vedranno mai «l’avvento del regno dei cieli su questa terra». Dunque, è del tutto evidente che nella sua visione teorica e nella sua pratica politica si stabilisce un nesso organico tra obiettivi parziali e immediati nell’interesse delle classi subalterne e l’obiettivo generale di superamento della società capitalistica.
Un nesso che la socialdemocrazia ha irrimediabilmente spezzato. Cancellata la rappresentanza politica dei lavoratori, il vecchio compromesso tra capitale e lavoro non è ripetibile nelle condizioni di crisi organica in cui versa un capitalismo declinante verso il parassitismo della finanza, che grava su strati sociali sempre più ampi. D’altra parte, le continue mutazioni del capitale, come del lavoro, non hanno attenuato le forme di sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani. Al contrario, le hanno rese più sofisticate e anche più dure, al punto tale da occupare l’intero tempo di vita e ogni ambito di attività umana dentro la camicia di forza della proprietà capitalistica, troppo primitiva e ormai inadeguata.

Uno stato delle cose che richiede, seguendo Marx, il rivoluzionamento dell’insieme dei rapporti sociali. Per la semplice ragione che coloro i quali lavorando, donne e uomini, producono la ricchezza e costituiscono il tessuto connettivo della società, o che non lavorando dalla ricchezza sono strutturalmente esclusi, possono conquistare i presupposti della libertà e la possibilità di liberare ogni loro capacità solo se dispongono essi stessi dei mezzi di produzione materiali e immateriali, e di tutte le condizioni di formazione della cultura. Uno scenario che la nostra Costituzione del 1948 non esclude. E anzi delinea come un progetto in divenire, ben al di là della tutela dei beni comuni esistenti.
Qui emerge un altro nodo storico-politico su cui è necessario fare chiarezza, contrastando un’interpretazione da più parti diffusa con malcelati intenti salvifici, secondo cui l’assenza della sinistra oggi deriverebbe in ultima analisi dalla presenza storica del Pci, non dalla sua cancellazione. Tuttavia, se non si analizza e non si comprende il ruolo del Pci, che nella storia di questo Paese è stato di gran lunga il principale interprete della sinistra, e se non se ne riscoprono le motivazioni profonde che hanno consentito conquiste fondamentali di democrazia e di libertà a cominciare proprio dalla Costituzione più avanzata del mondo, una sinistra nuova, all’altezza dei compiti del nostro tempo, ben difficilmente avrà vita.

Il discorso sul Pci non va eluso, ma non si può negare che nella sua ispirazione di fondo, da Gramsci e Togliatti fino a Longo e Berlinguer, il Pci si proponesse di trasformare la società in senso socialista per una via del tutto originale. Vale a dire, per via costituzionale, attraverso le riforme previste dalla Costituzione del 1948, generando consenso ed espansione della democrazia, dando a questa un profondo contenuto sociale, che deriva dai limiti imposti alla proprietà privata piegata all’esigenza superiore della funzione sociale e al riconoscimento di forme diverse da quella privata. […].
In altre parole, il rivoluzionamento della società e dello Stato attraverso riforme della struttura economico-sociale e della sovrastruttura culturale, che si compie attraverso un processo di trasformazione guidato dalla politica concepita come partecipazione e protagonismo di massa, in grado di costruire un blocco storico egemone. Un percorso reso praticabile proprio dalla Costituzione, in particolare dal titolo III, laddove il pluralismo nelle forme di proprietà rende bene l’idea di un progetto di cambiamento in progress, fino al possibile superamento dei rapporti di produzione capitalistici.
Abbandonare questa impostazione e con essa la conquista storica della Costituzione equivarrebbe alla sepoltura tombale della sinistra, in una fase in cui si tratta di stabilire se la società debba essere definitivamente conformata sugli interessi del capitale, vale a dire del profitto e dell’impresa, o – al contrario – se debba prevalere la centralità del lavoro, come è necessario. Considerando il lavoro non solo come interscambio permanente tra uomo e natura, e quindi forza produttiva fondamentale della ricchezza, che comporta una visione unitaria e inscindibile dello sfruttamento umano e ambientale, ma anche come fattore costitutivo della personalità e della libertà degli umani.

Invece di andare alla ricerca della pietra filosofale nascosta in qualche parte del mondo, è tempo di riconoscere che con la Costituzione, che fonda sul lavoro un nuovo ordine economico, politico e sociale, in Italia disponiamo di una straordinaria piattaforma per il cambiamento. Su cui realizzare il massimo di unità e di mobilitazione.

Paolo Ciofi

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