Adesso che la crisi del centrodestra è manifesta, ed è scaduto il tempo della politica ridotta a puro tatticismo, in che termini e con quali prospettive si mette a tema la crisi reale del Paese? Giulio Tremonti ha fatto sapere al suo datore di lavoro che Luigi XVI finì sulla ghigliottina perché non aveva capito il significato rivoluzionario della presa della Bastiglia. A sua volta, il padrone di Arcore non ha smentito di aver messo sotto il controllo di chi di dovere il suo ministro, come si fa con i peggiori nemici. Sono segni inequivocabili della degenerazione di un sistema di potere, che chiede la costruzione di una chiara alternativa.

Ma all’interno del meccanismo economico che ha operato in questi anni non è possibile trovare una via d’uscita. E ritenere che la vera scelta da fare sia tra la finanza allegra del Cavaliere (che vuole i soldi per recuperare gli elettori) e il rigore di Tremonti (che tiene stretti i cordoni della borsa per evitare gli assalti della speculazione) è come dire che l’Italia non ha altra possibilità, se non quella di rimanere incatenata tra l’incudine e il martello. Se la finanza allegra ci mette nel mirino dei mercati finanziari che già hanno mandato in bancarotta interi Stati, d’altra parte il taglio della spesa uccide i germi di una possibile ripresa.

Confindustria e poteri forti dettano la linea e vogliono due cose: la crescita e la riforma fiscale. Ma che vuol dire? Quale crescita? Quale riforma fiscale? Se non si tassano le rendite e i grandi patrimoni, se non si abbatte drasticamente l’evasione, restiamo imprigionati in un dilemma che non offre soluzioni: senza crescita - ci dicono - non si può fare la riforma fiscale, ma senza riforma fiscale non c’è crescita. E allora? Si rincorrono annunci e fantastici progetti, ma l’unica cosa chiara è che dovremo tagliare la spesa di 40 miliardi l’anno, e sarà un massacro sociale.

Non si chiariscono però le ragioni per le quali in questi anni dalla crescita si è passati alla decrescita, e dal “meno tasse per tutti” si è arrivati all’oppressione fiscale. Che fine hanno fatto i profitti stratosferici incamerati dal capitale? E’ la domanda giusta, e se ne scoprono delle belle. Nella fase precedente la crisi i profitti sono cresciuti a ritmi di quattro volte superiori a quelli dei salari. E se oggi, come osserva uno studio dell’Ires Cgil, i salari netti sono sotto il valore reale del 2000, per altro verso i profitti delle maggiori imprese italiane sono aumentati del 75,4 per cento. Contemporaneamente sono crollati gli investimenti, la cui quota sugli stessi profitti è scesa di quasi il 40 per cento.

Dov’è finito allora il profitto? Semplice, è stato patrimonializzato, ossia trasformato in rendite finanziarie e immobiliari, che infatti sono cresciute di quasi il 90 per cento negli ultimi vent’anni. In altre parole, il plusvalore estorto dal capitale non è stato reimmesso nel processo produttivo, ma è andato ad accrescere i patrimoni di una ristretta classe di proprietari socialmente sterili, del tutto estranei ai problemi della società. Una conferma la abbiamo dal bassissimo livello della spesa per la ricerca delle imprese italiane, pari allo 0,6 per cento del Pil, contro l’1,15 della Ue a 27, l’1,27 della Francia e l’1,83 per cento della Germania.

Nessuno ha ancora scoperto come si possa accrescere la produttività tagliando gli investimenti e riducendo all’osso la spesa per la ricerca. La verità è che lo sciopero del capitale è una delle cause di fondo della crisi del sistema italiano. I maggiori capitalisti di casa nostra, in perfetto stile ottocentesco, hanno intensificato i ritmi di lavoro e prolungato la giornata lavorativa, ma invece di reinvestire i profitti così ricavati li hanno trasformati in rendita, impiegandoli per il proprio personale arricchimento, creando patrimoni basati all’estero, speculando, acquistando case, ville e terreni, come ha insegnato Berlusconi. In poche parole, hanno arricchito se stessi e impoverito il Paese, comportandosi da veri parassiti.

Volete una conferma? Al netto di 300 miliardi di evasione fiscale, è noto che l’80 per cento dei redditi dichiarati sono redditi da lavoro dipendente e da pensione, cui seguono con enorme distacco quelli da partecipazione (5,47 per cento), poi quelli d’impresa (5 per cento) e in fine i redditi da lavoro autonomo (4,2). Meno noto è il fatto che su un totale di circa 800 mila società di capitali il 78 per cento non versa quanto dovuto per le imposte dirette, e che il 92 per cento delle big company trasferiscono fittiziamente la tassazione nei Paesi dove di fatto non ci sono controlli.

Da una parte bassi salari, precarietà, un fisco rapinoso. Dall’altra alti profitti, rendite parassitarie, evasioni ed elusioni. Senza contare il lavoro nero, e la criminalità economica che si diffonde a macchia d’olio. E’ questo circolo infernale che occorre spezzare, reimmetendo nelle attività produttive di beni e servizi il plusvalore creato dalle persone che lavorano, restituendo dignità e peso politico alle lavoratrici e ai lavoratori, dando fiducia e mezzi adeguati ai giovani espropriati del presente e del futuro. Insomma, ci vuole una rivoluzione democratica costituzionale. Perché non basta mandare a casa il re dei parassiti, che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Occorre estirpare il parassitismo che si è annidato nelle fibre della società italiana.


Paolo Ciofi