robertosperanza pierluigi bersani 350 260di Michele Prospero – 13 marzo 2016 da nuovatlantide.org - Dopo l’intervista di D’Alema la minoranza del Pd si trova dinanzi a un bivio: prendere atto del fallimento di un progetto, e preparare un altro soggetto politico con le forze residue ancora disponibili, oppure coltivare il miraggio di una rivincita attraverso una paziente e a tratti subalterna gestione dei rapporti interni all’esistente organizzazione a dominio renziano. Si tratta di due ipotesi interpretative opposte, e da esse discendono strade politiche assai diverse.
L’idea, confermata a Perugia, di un lavoro ancora con “due piedi” dentro il Pd, confida in un graduale indebolimento di Renzi. E quindi scommette nella riapertura dei giochi congressuali grazie alla capacità di resistenza di una minoranza che, differenziandosi su alcuni punti simbolici, lascia aperta una qualche ipotesi di successione al comando.
Questa tattica del logoramento lento, di un avversario ancora troppo forte per essere sfidato a viso aperto, e però in oggettiva difficoltà, legge il fenomeno Renzi come una variante, forse solo un po’ più provocatoria ma comunque riconducibile all’antico spartito. L’ipotesi della minoranza Pd è che anche quello con Renzi rientra in un gioco competitivo tradizionale. Da qui la speranza nella prova d’appello imminente e la nostalgia delle formule della mediazione interna che andrebbero riattivate in attesa del fisiologico ricambio.
Questa lettura ha però un semplice difetto: è del tutto sbagliata e consolatoria. Renzi non è l’espressione di un normale avvicendamento, ma il segnale di una mutazione-compimento che non consente più l’antico gioco. L’emendamento correttivo, la lamentela sulla collegialità calpestata e l’attesa di tempi migliori per il ritorno alla guida del Nazareno, rinviano a dialettiche intrapartitiche che si sviluppano entro formazioni omogenee, dove le differenze sono di accenti, di sfumature. Questo è impossibile per il Pd.
Quando i nodi riguardano identità, cultura istituzionale, radicamento sociale, stile della leadership, riferimenti storici, riconoscimento delle qualità stesse dei gruppi dirigenti occorre uno spiccato senso di realtà nell’interpretare ciò che è accaduto. Senza risentimenti, ma anche al riparo da rimozioni di comodo, la minoranza deve assumere un dato di inconfutabile realtà: il Pd non ha più nulla di sinistra, quei simboli apocrifi che vengono ancora conservati nei giornali o nelle sedi territoriali servono solo per operazioni di conservazione del potere. E’ difficile ricondurre a una matrice culturale comune una cricca di potere dalle origini etico-politiche inquietanti. All’angelica meraviglia di Speranza che si stupisce che Renzi preferisca Verdini a d’Alema o Prodi, sfugge che tra lo statista di Rignano e il ras di Campi Bisenzio il primato gerarchico nel dare ordini forse non spetta all’inquilino di Palazzo Chigi.
Nulla più tiene insieme culture, esperienze politiche e quindi è opportuno per la minoranza prendere atto che gli “strani amori” fanno del Pd un esperimento fallito. E, visto il suo spregiudicato impiego del plusvalore politico scaturito da una legge incostituzionale, a tratti pericoloso. Non è un argine ai populismi in agguato: il Pd ne è una variante e tra le più insidiose. Occorre procedere con disincanto nella diagnosi del nuovo Pd come malattia, non come soluzione. E da questa constatazione di verità bisogna predisporre le contromisure, con la necessaria tempestività.
Ratificare il decesso di un progetto politico male concepito e approdato nell’assalto governativo al malandato edificio repubblicano (altro che sintesi di tutti i riformismi: c’è al potere un agglomerato di tutti i sovversivismi dall’alto coltivati dalle peggiori classi dominanti) è un momento indispensabile di presa di coscienza collettiva. Questo atto di consapevolezza storico-politica è indispensabile per recuperare il tempo utile a sorreggere un’ipotesi di lavoro alternativa coerente.
C’è una logica in questa catastrofe del Pd. Un partito dell’oltre, un organismo che ripudia il novecento, e che fa delle primarie la propria identità, non può che risultare, alla prova degli accadimenti, come un fattore tra i più insidiosi di crisi sistemica. Se il segretario è un capo assoluto nominato dall’elettore indistinto, e riceve dai gazebo l’investitura anche per conquistare il governo senza nessuna investitura elettorale, si costruisce uno sregolato veicolo di potenza personale che argini non contempla.
E’ stato progettato un mostro che, fino a quando a manovrarlo erano politici come Veltroni e Bersani, molto diversi per sensibilità ma con una certa disponibilità a conservare riti e caminetti con ospiti plurali, restava sotto traccia la carica distruttiva dell’invenzione diabolica. Ora che una scalata ostile ha portato alle estreme conseguenze le premesse di un partito del capo populista che si lascia legittimare solo dalla folla irrelata accorsa nei gazebo, si percepiscono le profonde responsabilità storiche nell’aver fabbricato un espediente micidiale ed esplosivo.
Renzi gestisce il suo potere, che ritiene legittimato solo dal trionfo nei gazebo, con momenti di esibizioni di puro arbitrio (dimissioni davanti al notaio dei consiglieri romani, defenestrazione dei dissidenti nelle commissioni parlamentari), di aperta provocazione (riforme elettorali e costituzionali approvate con le aule abbandonate dalle opposizioni), di immenso vuoto culturale (ha concluso la sua “lezione” alla scuola di formazione con queste parole: “la prossima volta De Maria farà una lezione di educazione sessuale. Mi raccomando non portate slide o video”).
Con Renzi si raggiunge l’inveramento del potenziale distruttivo onnilaterale di un modello di partito che si concede al capo che risponde solo agli evanescenti gazebo, cioè a nulla. Per questo il leader può assumere una postura padronale che gli consente di dire in pubblico vuotaggini di ogni genere: “a chi arriva a 18 anni diamo un bonus di 500 euro. Per fare cosa? Per comprare solo libri? Così il primo diciottenne si comprava il Kamasutra e lo pubblicava su Facebook dicendo Renzi grazie di tutto”. Queste frasi senza senso in realtà nascondono tutta una concezione del potere come volontà di potenza priva di ogni limite, dignità, misura.
La richiesta della minoranza dem, di superare il cumulo delle cariche di segretario e di presidente del consiglio, è per questo un’istanza comprensibile ma molto debole e tardiva: gli organi direttivi peraltro sono distribuiti secondo le percentuali ottenuti dai candidati nelle primarie e quindi accentuano la vocazione plebiscitaria del capo. Occorre per questo qualcosa in più: prendere atto della natura populistica e irresponsabile della leadership attuale, svincolata da organi collegiali e rappresentanze autorevoli, e adottare le conseguenti riposte di salute democratica.
Con la potestas absoluta accaparrata da Renzi, il Pd porta a compimento certe premesse illiberali, mascherate da una retorica iperdemocratica che accompagna l’istituzionalizzazione di un leaderismo a irresistibile traino populista. Oltre che la tenuta di un partito plurale sfigurato nelle sue radici di sinistra, la leadership di Renzi minaccia da vicino la divisione dei poteri, la funzionalità del parlamento, il controllo di legalità. Per questo non regge un atteggiamento esitante. Non è concepibile né realistica un’alternativa a Renzi nel Pd. E’ il giocattolo che è rotto. Va abbandonato.
Cosa sostituire al Pd? Intanto bisogna sostituire il Pd, prendere atto che si tratta di un soggetto che opera come polo di destrutturazione della mediazione politica e della rappresentanza. Se davvero D’Alema o Bersani si decidono a togliere il certificato ufficiale di garanzia per cui agli occhi degli elettori quello capeggiato da populisti post-democristiani alquanto di destra, e estranei persino al costituzionalismo repubblicano, è comunque “il partito”, allora si riapre il gioco politico.
La crisi ha prodotto ovunque nuove sigle di sinistra o ha ridato voce a personalità intransigenti della vecchia sinistra interna (in America o in Gran Bretagna). In Italia il baratro. Ma bisogna riprendere le danze dosando nostalgia per idee e cose perdute e radicalità per contrastare le stabili precarietà del capitalismo della postmodernità.
Michele Prospero