mauriziolandiniIntervista Maurizio Landini di Antonio Sciotto* - Siamo già al terzo giorno di occupazione e blocchi all’Ilva di Cornigliano e non si vede ancora una schiarita. Gli operai hanno passato anche questa notte nello stabilimento, e ieri sono scesi in strada per chiedere un’azione decisa del governo: perché inserisca nel bando di vendita del siderurgico l’obbligo a rispettare l’Accordo di programma del 2005 — siglato con l’esecutivo di allora, guidato da Silvio Berlusconi — in modo che siano salvi tutti i posti. All’incontro già convocato per il 4 febbraio, i lavoratori pretendono la presenza di un ministro — Federica Guidi o Giuliano Poletti — a dimostrazione che la squadra guidata da Matteo Renzi non li ha abbandonati.
Nel corso di un’assemblea animata dai delegati di Fiom e Failms è stato proclamato per oggi lo sciopero dei metalmeccanici di Genova: confermata, anche per la notte, l’occupazione della fabbrica, mentre il corteo che attraverserà le vie del capoluogo ligure tenterà di far arrivare le voci delle tute blu dall’acciaieria fino a Roma. Abbiamo sentito il segretario Fiom Maurizio Landini.
Quindi per il momento non avete avuto nessun segnale dal governo?
No, per ora nessuno. Chiediamo una convocazione esplicita dell’esecutivo, con la presenza dei ministri e non dei semplici tecnici: e non perché Genova sia una parte distinta dell’Ilva, ma anzi proprio per mantenere l’integrità del gruppo. L’Accordo di programma del 2005 non può essere cancellato. Aggiungo che purtroppo il caso Ilva non è l’unico aperto in questi giorni: ci sono altri nodi irrisolti, come Gela, l’Alcoa in Sardegna, la Philips Saeco in Emilia. Mentre si sbandierano dati di ripresa occupazionale, vediamo che la crisi non è finita: e siamo in assenza di politica industriale.
Un’assenza da parte del governo?
Sì, da parte del governo, che non mi pare stia dimostrando di voler conservare i gioielli della nostra industria. E segnalo un ulteriore problema: sono in corso proprio in questi giorni discussioni in Europa per riconoscere la Cina come economia di mercato. Vedo la preoccupazione dei gruppi proprietari dell’acciaio, ma di più lo sono i sindacati europei: se questo accadesse, si scatenerebbe una concorrenza con prodotti che non hanno vincoli sociali, e questo potrebbe portare alla perdita di migliaia di posti nel settore siderurgico. Io spero che il nostro governo dica di no al riconoscimento.
Tornando all’acciaio italiano, cosa non va nel bando del governo?
Il bando è innanzitutto generico: entro il 10 febbraio devono arrivare delle semplici “segnalazioni di interesse”, e non viene inserito alcun obbligo di presentare un piano industriale. Si parla solo di “massima salvaguardia possibile dell’occupazione”, senza citare l’Accordo di programma di Genova e la necessità che si mantenga l’integrità del gruppo. Non vorremmo sentirci dire, tra qualche mese, che purtroppo le offerte arrivate non permettono di salvaguardare tutti i posti, e che si deve ridimensionare.
L’integrità per voi è essenziale. Perché?
Ilva è una delle industrie strategiche dell’Italia: tra diretti e indotto dà lavoro a 40 mila persone, e essere presenti nel siderurgico ci permette di poterci definire ancora un Paese industriale. Se andassimo allo “spezzatino”, tutto questo non esisterebbe più.
Temete che un’eventuale cordata italiana — si parla di Marcegaglia con timoniere Scaroni — possa non essere adeguata?
Io continuo a pensare che non ci sia un gruppo imprenditoriale italiano in grado di investire oggi 3–4 miliardi di euro, il minimo necessario per ripartire seriamente. Per questo crediamo sia utile un intervento pubblico, attraverso Cassa depositi e prestiti, e delle banche, e trovo incomprensibile che nessuno ipotizzi questa possibilità.
La Fim Cisl ha accusato alcuni delegati Fiom di «intimidire» chi voleva restare al lavoro. Sono accuse fondate?
Io non voglio fare polemiche in questo momento, mi limito a segnalare che tutte le decisioni sono state prese e continuano a venir prese nelle assemblee dei lavoratori, con procedure trasparenti di partecipazione e di voto. Oggi il problema su cui ci dobbiamo concentrare è dare risposta alle domande che vengono dal territorio, e non solo da Genova: ripeto, ci sono i casi di Gela, dell’Alcoa, della Saeco. Spero che il governo voglia dare ascolto alla voce dei lavoratori, e che in tutti quei luoghi in cui erano stati promessi investimenti e siglati accordi di programma, gli impegni siano mantenuti.
Con Fim e Uilm siete impegnati sul tavolo dei metalmeccanici. L’unità regge? E come sta andando la trattativa?
Le piattaforme sono sempre due, la nostra e quella di Fim e Uilm: e anzi direi che sono ormai tre, visto che si è aggiunta quella di Federmeccanica. Il confronto prosegue, e abbiamo in programma per il 28 (domani per chi legge, ndr) un incontro tra le segreterie, per decidere un calendario. Vorremmo verificare, nel mese di febbraio, se esistono o no le condizioni per arrivare a un accordo: siccome sono realista, non nascondo che per ora ci sono distanze con Federmeccanica su temi importanti come salario e contratto nazionale. È però positivo che Cgil, Cisl e Uil abbiano maturato una posizione comune sui contratti, quindi esploreremo le possibilità di arrivare a un accordo.

 

*da ilmanifesto.info del 27.01.2016

Nel corso di un’assemblea animata dai delegati di Fiom e Failms è stato proclamato per oggi lo sciopero dei metalmeccanici di Genova