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Categoria: Recensioni

Copertina della prima edizione de "Il lavoro senza rappresentanza"di Gianni Giadresco - Un libro dalla parte del lavoro - Vivaddio, finalmente un libro dalla parte del lavoro. Dopo oltre un decennio durante il quale la politica, e il dibattito culturale, avevano fatto della società "un'azienda", e del lavoro "l'appendice" del capitale, si sentiva il bisogno di rimettere - almeno nelle pagine di un libro - le cose al loro posto. Funzione cui risponde egregiamente un libro appena uscito nelle librerie - autore Paolo Ciofi - che rappresenta un originale e importante contributo alla conoscenza delle profonde trasformazioni cui il mondo del lavoro è andato incontro, mentre si è cercato di farlo scomparire dietro lo scenario di una globalizzazione dell'economia che ha assunto i caratteri di un gigantesco processo di subordinazione dei lavoratori e di sfruttamento capitalistico. Al tempo stesso un libro che affronta la crisi e la "transizione" di oggi andando alla ricerca delle cause delle inadeguatezze della sinistra di fronte allo strapotere del denaro e delle nuove oligarchie, come risultato della privatizzazione della politica.
Da queste considerazioni parte l'autore per porre al centro dell'attenzione il lavoro e l'esigenza della sua autonoma rappresentanza politica, in un'epoca in cui i partiti perdono il ruolo dell'emancipazione sociale per diventare strumenti al servizio del leader che si propone di conquistare il potere. Incominciando con lo stabilire che non è vero che il lavoro dipendente e le sue ragioni sociali siano scomparsi, che il conflitto lavoro-capitale sia risolto, che non esista nella vita politica la necessità di una rappresentanza del lavoro e del movimento dei lavoratori.
11 libro, appunto, si intitola: "Il lavoro senza rappresentanza". E senza questa "rappresentanza" nella politica, viene meno una parte importante della società, espressione di diritti sociali che sono essenziali perché possa esistere una democrazia vera e moderna, senza i quali la politica è peggio che dimezzata.
Infatti, oggi, nel mondo cosiddetto globale, e nel bel mezzo della transizione italiana - ove nemmeno la sinistra di governo si definisce "rappresentante" del lavoro, dopo essere stata in tutta la sua storia l'espressione del movimento dei lavoratori - lo strabordante potere del denaro e, via via la perdita di autonomia politica da parte del lavoro, hanno portato a una condizione di grave rischio democratico.
Che l'autore di un libro come questo sia stato un dirigente del Pci, segretario della Federazione romana ai tempi di Enrico Berlinguer, non è indifferente. L'impianto della sua opera è quello tipico di una cultura critica che pone le ragioni del lavoro a fondamento della politica e l'affermazione dei diritti sociali come cardine di uno Stato democratico, quale è stato disegnato dalla nostra Costituzione. Se un diritto inalienabile come il lavoro, che è il fondamento della moderna cittadinanza, non lo si vuole ridurre a una merce, è difficile contraddire la tesi del libro di Ciofi senza mortificare la democrazia e aggiungere nuove contraddizioni e maggiori ingiustizie sociali.
Del resto il libro non solleva questioni corporative. In quanto accendere i riflettori sulla centralità del lavoro, non solo per i suoi aspetti sindacali, economici e sociali, quanto per la dimensione culturale e politica, significa affrontare i problemi della vita nazionale, delle libertà che stanno a fondamento delle conquiste democratiche, che sono inalienabile - seppure insidiato - patrimonio derivato dalle grandi lotte sociali del '900. In quanto tale il lavoro non può non essere il riferimento sociale della sinistra politica affinchè - scrive Ciofi - le lavoratrici e i lavoratori possano riappropriarsi di un'autonoma e libera rappresentanza di sè medesimi.
Il caso italiano, la storia epica gloriosa del mondo del lavoro del nostro Paese, collocata da Ciofi nell'ambito dei problemi del mondo contemporaneo, sono esemplari. Lo Stato democratico repubblicano e la Costituzione nati dalla Resistenza, non furono la riproduzione dello Stato liberale prefascista, andarono oltre la sua democrazia formale. Sotto questo profilo le arroganti pretese del premier Berlusconi sono pienamente comprensibili. Altrettanto quanto sono "sovversive" nei confronti di una Carta costituzionale che, mentre pone limiti al dominio del capitale e stabilisce le regole e l'ambito entro cui si esercitano i diritti di proprietà, afferma, per la prima volta nella storia, i diritti del lavoro, della partecipazione sociale, dell'uguaglianza dei cittadini. Ed a questo proposito la Costituzione italiana - scrive Ciofi, riprendendo un concetto fondamentale della politica del Pci (si potrebbe anche dire della politica di quel fenomeno peculiare che è stato il "socialcomunismo italiano" prima di Craxi) - "è stata il punto più alto cui la sinistra operaia e popolare è pervenuta in Europa, in quanto pone il lavoro a fondamento della Repubblica, riconosce questo principio e non preclude la strada al superamento dei rapporti di produzione capitalistici: quindi rende concretamente praticabile, nella cornice dei suoi riferimenti fondamentali, una piattaforma di riforme antiliberiste che faccia asse sul lavoro".
L'affermazione dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è stata sostanziata in quell'art. 3 della nostra Costituzione, in cui viene stabilito, come condizione della democrazia, che la Repubblica deve "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica economica e sociale del Paese".
Ragione per cui la partecipazione dei lavoratori, non solo è un diritto che riguarda il cittadino, ma diventa il fondamento dello Stato democratico. Ed è in questa visione di una moderna e avanzata democrazia che diventa necessaria una autonoma e libera rappresentanza dei lavoratori "per garantire a tutti libertà e uguaglianza, per fare vivere i diritti e inverare lo Stato di diritto: perciò è nell'interesse generale che sia costituita".

di Gianni Giadresco da librarsi laRinascita del 7 maggio 2004