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Categoria: Politica e Istituzioni

Il segnale dei ballottaggi, in particolare – ma non solo – di quello di Milano, è stato chiaro e forte: si è aperta la fase del dopo Berlusconi. Tuttavia l’avvenire è incerto e la prospettiva poco chiara, non solo perché il plurimiliardario, messo alle strette anche su piano patrimoniale, non vuole cedere e può scartare in ogni direzione. Pesa il fatto che non è in campo un’alternativa politica al dominio delle oligarchie del capitale e della finanza. E queste, abbandonato il cavaliere al suo destino dopo aver trescato e dilapidato con lui la ricchezza reale del Paese, non hanno alcuna intenzione di cedere il potere che in questi anni hanno conquistato.

Esattamente il contrario di ciò che i ballottaggi hanno indicato, come vie da percorrere per cambiare le cose e risollevare l’ Italia: una politica partecipata, che la faccia finita con l’interesse privato e il dominio del denaro, e spalanchi le porte a forze nuove; un programma fondato sui principi costituzionali di libertà, uguaglianza, solidarietà; una sinistra che faccia la sinistra, e perciò entri in sintonia con i nuovi lavoratori del XXI secolo. Come sta scritto nell’articolo tre della nostra Carta, si tratta di superare gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l’uguaglianza e la libertà, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, e quindi l’effettiva partecipazione dei lavoratori stessi all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E’ dimostrato che solo se la sinistra fa la sinistra, e raccoglie un consenso popolare e di massa, è possibile spostare settori moderati e della borghesia imprenditoriale su posizioni democratiche che riconoscano la dualità lavoro-capitale, e perciò un effettivo pluralismo politico-sociale. Come è evidente che non è pensabile di poter arrestare la disgregazione sociale nelle città e il declino del Paese se le disuguaglianze aumentano, gli operai e gli insegnanti hanno stipendi di fame, metà delle donne non trova occupazione e la precarietà è la cifra della vita. La fase del post berlusconismo è aperta, ma la via d’uscita non è la dittatura del capitale in altre forme, che equivale all’amputazione della democrazia.

A questo esito tuttavia si perverrebbe se nell’alternanza al governo del Paese dovesse prevalere quella parte dell’oligarchia economica e finanziaria, che con Marchionne e con la Confindustria condivide l’idea del partito unico del capitale, il cui potere è indiscusso e indiscutibile. E che perciò punta sulla totale flessibilità del lavoro, sulla cancellazione dei diritti, sull’abolizione della contrattazione nazionale. In una parola, sull’uomo meccanizzato, soldato semplice che combatte nella trincea del capitale, incatenato alla legge ferrea del profitto. Ma nessuno si faccia illusioni. Se si camminerà su questa strada, l’Italia non uscirà dalla crisi e dal declino, perché non c’è prospettiva quando si offende la dignità del lavoro e della persona, si espropriano del futuro i giovani, non si dà sicurezza ai vecchi.

La via d’uscita sta nel protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI, di tutto quel variegato mondo del lavoro dipendente ed etero diretto, intermittente, instabile e precario, che è esondato dalla fabbrica fordista dilagando a macchia d’olio nella rete, nel territorio e nelle periferie urbane. E’ più che mai urgente, in questa fase in cui cominciano a cedere i muri maestri del berlusconismo, che i nuovi lavoratori del XXI secolo si coalizzino politicamente, per costruire un punto di vista alternativo stabile, e una forza politica alternativa alla borghesia di comando, dedita più che altro alla patrimonializzazione di se stessa

Dalle indagini di Ilvo Diamanti risulta che il 47 per cento degli italiani considera la mancanza di lavoro la prima preoccupazione; che il 49 per cento dei nostri concittadini e concittadine sostiene di appartenere ai ceti popolari e alla classe operaia; che negli ultimi cinque anni due italiani su tre ritengono che la loro condizione sociale è peggiorata, un destino che riguarda il 72 per cento di coloro che si definiscono classe operaia[1]. Non c’è avvenire per il Paese se questa deriva non viene arrestata e rovesciata nel suo contrario. Ma un tale rovesciamento non può realizzarsi se non scendono in campo sul terreno politico le forze del lavoro e dell’ingegno, della cultura e della scienza, che sono l’unica vera ricchezza di cui disponiamo. A questo compito prioritario dovrebbe dedicarsi una sinistra degna di questo nome, che superi la logica distruttiva delle fazioni e dei personalismi.

Paolo Ciofi



[1] Ilvo Diamanti,V. http://demos.it/a00487.php