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Categoria: Politica e Istituzioni

Il punto chiave su cui l’intera sinistra è chiamata a riflettere, e a compiere una svolta dopo la manifestazione del 20 ottobre, riguarda a mio parere l’assenza dei lavoratori dipendenti e degli operai come forza sociale organizzata nel sistema politico. E chiarisco perché.

Innanzitutto, si dovrebbe prendere atto che la sinistra, indipendentemente dalla sua collocazione al governo o all’opposizione, se vuole avere un presente e un futuro, se vuole essere davvero unita e nuova, non può non stabilire prioritariamente un circuito virtuoso con la società in via diretta rinunciando alle mediazioni sindacali e/o dei movimenti, per aprirsi senza esclusivismi al mondo operaio e dei lavoratori dipendenti, a tutte le figure del lavoro intellettuale e della ricerca indotte dalla rivoluzione tecnologica in atto. Si tratta di costruire insieme a loro, rendendoli tutti partecipi e protagonisti, il nuovo soggetto politico della trasformazione, capace di dare forma, nella pratica politica concreta, nei principi etici di riferimento, negli ideali di libertà e di uguaglianza, al socialismo del XXI secolo.
Perciò bisogna calarsi nella società e fornire risposte concrete giorno dopo giorno: per costruire una sinistra nuova è indispensabile chiamare in campo nuovi protagonisti. E non si può pensare un nuovo socialismo lungo il percorso di un cambio di società senza la partecipazione dei lavoratori del XXI secolo. Questo mi sembra il punto dirimente, giacché una critica al capitalismo moderno e allo stato delle cose presente che non sia basata sopra una forza sociale organizzata in forma politica rimarrebbe un’illusione, un gioco intellettuale senza sbocchi, nella migliore delle ipotesi un filo di fumo sospeso sulle nostre teste.

In secondo luogo, una sinistra unita e nuova che sia profondamente e stabilmente impiantata tra i lavoratori dipendenti darebbe un contributo decisivo al consolidamento e rinnovamento della democrazia, la cui crisi non più latente, che si manifesta peraltro come fenomeno globale e non solo italiano, dipende soprattutto dal fatto che una parte fondamentale e maggioritaria della società, appunto il lavoro dipendente, è stata espropriata della rappresentanza di se medesima. Dovrebbe comunque essere chiaro che il declassamento del lavoro a puro accessorio dell’impresa equivale in Italia al declino del Paese, e che l’Italia, priva di un’autonoma e libera rappresentanza politica dei lavoratori, diventa un Paese senza storia e senza identità.
I dati quantitativi sono noti, ma non è inutile ricordarli, anche perché confutano testardamente le fantasiose costruzioni di una società immaginaria, funzionale al dominio del capitale e della finanza. In questo Paese, oltre che consumatori, siamo tutti risparmiatori, investitori, imprenditori e lavoratori autonomi. Gli operai erano dati per scomparsi nella civiltà della conoscenza, inghiottiti dal buco nero dell’ideologia neoliberista, ma poi si scopre che in Italia abbiamo il primato delle morti sul lavoro a livello europeo. “Andiamo verso una società che non ha più operai”, si legge nel libro di Gaggi e Narduzzi, ampiamente lodato dal professor Giavazzi, autorevole editorialista del Corsera, ma poi lo stesso Corsera scopre che gli operai in Italia sono otto milioni, con un aumento del 13 per cento tra il 2000 e il 2006. I lavoratori dipendenti sono anch’essi in aumento secondo gli ultimi dati Istat, fino a raggiungere la cifra record di 17 milioni, mentre i lavoratori autonomi sono sei milioni sul totale degli occupati.

I lavoratori dipendenti aumentano, ma il loro peso nell’economia e nella società, nella politica e nella cultura diminuisce. E’ una contraddizione sempre più lacerante. Il liberale Alvi ha calcolato che la quota di reddito attribuita al lavoro dipendente nel 2003 è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom, “e non troppo distante da quel 46,6 per cento che era la povera quota del 1881”. Sempre secondo Alvi, tra il 1993 e il 2003, il saggio del plusvalore - che misura lo sfruttamento del lavoro - è cresciuto notevolmente insieme con la produttività. “Risultato finale: i salari reali pro capite nel 2003 sono del 3,5 per cento inferiori a quelli del 1993. Mentre il tasso del profitto è dell’11,3 superiore”.
Ora anche il governatore Draghi richiama l’attenzione sui salari italiani, che sono tra i più bassi d’Europa. Ma la sola “risposta fiscale” non sarebbe sufficiente, anche perché i bassi salari, come dimostra a contrario la Germania e come dovrebbe essere noto ai più, sono un formidabile disincentivo all’innovazione. Resta comunque il fatto che l’aumento delle disuguaglianze e l‘intensificazione dello sfruttamento si manifestano come fenomeno globale, come contenuto della globalizzazione capitalistica del XXI secolo per effetto di un gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale.

L’analisi dettagliata dei dati disponibili, compiuta da Silvano Andriani, dimostra che nell’arco di sei anni la quota di reddito mondiale diretta al 10 per cento della popolazione più povera è diminuita del 27,3 per cento, mentre quella assorbita dal 10 per cento più ricco è aumentata del 10 per cento. In conclusione, l’uno per cento più ricco della popolazione del mondo guadagna quanto il 57 per cento più povero.
Osserva poi Andriani che nei Paesi avanzati la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze “è il mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro”, come è dimostrato anche dal fatto che gli incrementi di produttività sono stati assorbiti pressoché totalmente da profitti e rendite. Senza contare che la precarietà del lavoro connota ormai strutturalmente il capitalismo finanziario globale, come la parcellizzazione nella fase del fordismo. Negli Stati Uniti, infine, le ricerche più recenti hanno dimostrato che la quasi totalità dei guadagni di produttività sono andati al 10 per cento più ricco della popolazione, e dentro questa fascia l’uno per cento ha fatto la parte del leone.

Con tutta evidenza la confutazione del pensiero neoliberista (di destra e di “sinistra”) emerge dai fatti, poiché i fatti provano che la crescita delle disuguaglianze e dello sfruttamento è la risultante non già dell’arretratezza dell’Italia (che semmai, come il berlusconismo, è una variante nazionale che concorre a un processo planetario) e dei “legni storti” di cui parla Salvati, cioè il Pci e la Dc, che avrebbero impedito la rivoluzione liberale, bensì del dominio globale del capitale. Da cui discende che il problema dell’Italia e dell’Europa non è quello di adottare il modello americano, che accentuerebbe disagi sociali e povertà, portando alla completa subalternità ed emarginazione del lavoro, ma di riformare il nostro modello sulla via della trasformazione, combattendo le vere storture e inefficienze del welfare, e facendo assumere alla classe lavoratrice il ruolo di classe dirigente.
In realtà, mai come in questa fase storica i lavoratori salariati sono stati così numerosi in Italia, in Europa e nel mondo, e mai sono stati così deboli (ad eccezione forse dell’America latina), avendo perso (o non avendo conquistato) un’autonoma e libera rappresentanza politica. E’ una contraddizione nuova, che mina la democrazia e alimenta un capitalismo particolarmente instabile e aggressivo, fino al punto da mettere a rischio la sopravvivenza del pianeta per effetto di un unico meccanismo di sfruttamento umano e ambientale: la catastrofe planetaria come possibile esito, la guerra preventiva, la cancellazione della politica come mezzo per la trasformazione del mondo, di cui il terrorismo è un’espressione aberrante, sono oggi manifestazioni drammatiche del dominio globale del capitale, liberato dai vincoli del Novecento.

La parola d’ordine perciò non può essere, come suggerisce Reichlin, “salvare il capitalismo”, ma cambiare il meccanismo di funzionamento dell’economia e della società andando oltre il capitalismo verso un socialismo nuovo, assolutamente diverso da ogni modello conosciuto in passato. Salvare l’umanità dalle catastrofi incombenti che questo capitalismo produce, trasformare la società, e - per quanto riguarda l’Italia - “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, secondo il dettato della Costituzione: questi obiettivi sarebbero irraggiungibili senza il protagonismo e la partecipazione attiva della nuova classe lavoratrice del XXI secolo.
Il fardello sta tutto sulle nostre spalle. Ed è tanto più pesante dal momento che il Pd, il principale partito dell’alleanza di centro-sinistra, si schiera apertamente dalla parte delle imprese. Non è una novità dopo il Lingotto, ma a Milano Veltroni è stato ancora più chiaro: “Il Partito democratico è a fianco delle imprese, che sono il motore della crescita del Paese”. Il quotidiano della Confindustria non nasconde la sua soddisfazione e cita altri passaggi significativi, per poi chiedere una maggiore presenza dei gestori del capitale negli organismi del Pd. Con ragione, giacché WV precisa che la “cultura imprenditoriale” “deve essere introdotta anche nella pubblica amministrazione”, e poi presenta come innovativo un luogo comune della conservazione, sempre usato per giustificare la politica dei due tempi: signori, “se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale”.
Infatti, in questi anni in cui l’economia è andata male, rendite e profitti sono cresciuti in maniera iperbolica, dando luogo al fenomeno inedito della patrimonializzazione (che è la madre di tutti i parassitismi), cioè alla formazione pressoché istantanea di enormi patrimoni immobiliari e finanziari, basati prevalentemente all’estero. Uno stato delle cose ben conosciuto, che però confuta in radice lo slogan - tanto caro LCDM e a WV - secondo cui se non c’è crescita non c’è niente da distribuire. Al contrario, l’esperienza di questi anni ha reso del tutto evidente che se non si modifica il modello distributivo il Paese decade e non è pensabile un nuovo sviluppo, che Veltroni non propone e che la sinistra dovrebbe proporre.

La perentoria affermazione secondo cui “se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale” sta a significare - né più né meno - che i principi costitutivi della società sono un succedaneo delle fluttuazioni del capitale, ovvero che la conformazione della società viene modellata sugli interessi del capitale medesimo. In altre parole, siamo in presenza di una società di mercato, guidata dal capitale. E cos’è questa, se non una visione classista? WV nega (come Bush il vecchio) che nel mondo contemporaneo siano presenti le classi sociali, ma poi delinea il profilo di un partito classista in salsa neanche tanto buonista.
Al di là delle forme mediaticamente accattivanti e del marketing pubblicitario, questa è la sostanza del partito dei cittadini elettori, E non si può dire che questa non sia un’innovazione, giacché si va ben oltre l’interclassismo della vecchia Dc, per non parlare del Pci e del Psi. E’ vero: siamo fuori della “prima” Repubblica e forse anche della “seconda”. Finora, a parte Forza Italia, non si era mai visto un partito così esplicitamente schierato dalla parte dell’impresa. Dunque, una vera e propria cesura storica, un tentativo esplicito di chiudere definitivamente la fase della democrazia italiana incardinata sul modello europeo, che nella dualità lavoro-capitale ha riconosciuto al lavoro non solo la libertà di associazione sindacale, ma anche la dignità di autonomo soggetto politico. Un bipolarismo della politica conchiuso nei confini di una sola classe sociale, volto a rendere organico il potere di comando della borghesia, nell’alternanza tra diverse componenti della borghesia medesima.

Il partito americano che piace tanto a Giuliano Ferrara significa esattamente questo, ed è funzionale al modello democratico degli Usa. Secondo la teoria classica di Anthony Downs, le elezioni si vincono al centro perché, nella conformazione del sistema americano, repubblicani e democratici rappresentano sostanzialmente i medesimi interessi sociali. Di conseguenza, il problema diventa quello di “sottrarre voti all’altra parte”, cioè di spostare quella quota marginale (o attraverso l’astensione o attraverso il passaggio di campo) che consente il successo. Questa, come ha osservato da gran tempo il compianto liberal John K. Galbraith, è la democrazia del “benestante appagato”, nella quale i lavoratori, i subalterni e gli sfruttati “non hanno candidati che rappresentano i loro bisogni e perciò non votano”.
Del resto, come è a tutti noto, negli Stati Uniti non è storicamente esistita un’autonoma e libera rappresentanza del lavoro che si ispirasse a principi socialisti. “Chi ha la ricchezza monopolizza sostanzialmente il diritto di voto”, afferma seccamente lo stesso Galbraith, e questo vuol dire non che sono scomparse le classi, ma che oggi siamo in presenza del monopolio politico di una sola classe. D’altra parte, osserva Paul Krugman, oggi i ricchi - i veri ricchi, non i benestanti - come ai tempi del Grande Gatsby, sono in grado di comprare ben altro che beni e servizi: “il denaro permette di comprare il potere politico; usato con intelligenza, compra anche il prestigio intellettuale”.
Un simile modello può aggregare consenso e assicurare stabilità alla condizione che diffonda benessere e riduca le disuguaglianze. Quando, al contrario, lo sfruttamento del lavoro aumenta, si polarizzano ricchezza e povertà, e la mitica “classe media” si scompone al limite dell’evanescenza, la “democrazia del benestante appagato” entra in fibrillazione ed emergono le sue componenti illiberali e repressive. In altri termini, il dominio del capitale e la svalorizzazione del lavoro producono una crisi della rappresentanza che mette in discussione l’intero sistema politico. Krugman stesso si domanda se il dominio della ricchezza non finirà col “consolidare un regime nuovo e meno democratico: la plutocrazia con un altro nome”. In ogni caso, e questo è il punto d’approdo della sua analisi, “anche se le forme della democrazia rimangono, possono finire col diventare prive di senso”, e l’impegno politico inutile “perché alla fine hanno sempre la precedenza gli interessi dell’élite”.

Questo è il passaggio stretto in cui ci troviamo. Un passaggio cruciale, inutile nasconderlo. Anche perché il Pd sembra voler praticare una forma di populismo modernista e di trasformismo proteiforme di cui è difficile afferrare il bandolo. Un partito che sta dalla parte del capitale nella sua configurazione liberal, con l’intento di renderlo amichevole e gradito a una vasta platea di fans soprattutto giovani. Un partito che non è di sinistra, ma che ai giovani può apparire tale, e che al suo interno può contenere componenti denominate di sinistra.
Un partito pigliatutto: che si situa sul versante del business e intende presentarsi anche come partito del lavoro; che nei contenuti si configura moderato e centrista ma nell’immagine si autopromuove di sinistra; che si propone di cambiare la Costituzione e tra suoi promotori chiama un padre costituente come Scalfaro. Un gioco di specchi tra fiction e realtà, tra forma e contenuto che va ben oltre il trasformismo storico, e che è reso possibile oggi dalla pervasività della comunicazione. Un trasformismo mediatico, dell’immagine e dell’immaginario, che fa apparire l’appiattimento sull’esistente come tensione verso il futuro. Una forma forte e penetrante di privatizzazione della politica, che anche attraverso strumenti di egemonia culturale di massa come il cinema, si appropria dell’immaginario e diffonde senso comune.

Per tutte queste ragioni c’è bisogno a sinistra di un deciso cambio di passo, di un ripensamento critico che investa la pratica e i contenuti della politica. In sintesi, si tratta di uscire dal minoritarismo dimostrativo e dal contrattualismo parasindacale con il fine di guadagnare la maggioranza attraverso il consenso. Un compito arduo, non c’è dubbio. Ma in regime di democrazia politica questa è la via. E questa è la posta in gioco, come di recente ha fatto notare Bertinotti. In altre parole, si tratta di ripensare non solo la pratica, ma il senso stesso della politica, come l’abbiamo conosciuta e praticata a sinistra in questi anni. E’ un passaggio ineludibile, se davvero si vuole dar vita a una nuova soggettività politica a sinistra capace di competere sul terreno del consenso.
Perciò, cioè per una necessità politica impellente, è indispensabile misurarsi con le radicali trasformazioni del lavoro indotte da una delle più rilevanti rivoluzioni tecnico-scientifiche della storia, con le caratteristiche inedite assunte dal conflitto tra le classi, con il compito arduo ma non aggirabile della ricomposizione unitaria del lavoro. Di tutto il lavoro: del lavoro precario e di quello “regolare”, industriale e agrario, dei servizi e della ricerca, della formazione e dell’informazione, del lavoro migrante come di quello autoctono, di quello individuale come di quello cooperativo. Senza di che la costruzione di un partito politico moderno, unitario e plurale, che faccia asse sul lavoro, rimarrà confinata nel mondo dei sogni.

In breve, è necessario porre mano a un nuovo impianto teorico, a una nuova teorizzazione del lavoro e della sua centralità nella civiltà del XXI secolo, che attiene non solo al processo economico-sociale ma anche alla costituzione della persona. Un’operazione politico-culturale di ampia portata dunque, per la quale alla sinistra serve una bussola, che a mio parere si trova nei principi fondamentali della Costituzione, non per caso oggi messi in discussione.
In particolare, la Costituzione italiana manifesta la sua straordinaria fecondità laddove, in presenza delle innovazioni tecnologiche del nostro tempo, sancisce una complessa visione dell’uguaglianza, non riducibile alla parità delle condizioni di partenza. Un impianto coerente, nel quale la valorizzazione del lavoro, che della Costituzione è il filo conduttore, rappresenta la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, il fondamento della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani.

Paolo Ciofi

*Questo saggio di Paolo Ciofi è stato pubblicato su Aprile, il mensile di novembre 2007.