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Categoria: Partiti e Movimenti

Il libro che raccoglie le riflessioni in presa diretta dal 1992 al 2006 di Dino Greco (Identità, progetto, democrazia, Milano, Punto Rosso 2007, pp. 255) è senza dubbio un contributo non trascurabile per capire le ragioni di fondo che hanno portato la sinistra all’esito catastrofico del 2008. Non con il senno di poi, ma sulla base dell’analisi circostanziata dei fatti nel momento stesso in cui si producevano, e da un osservatorio privilegiato come Brescia, dove persiste una notevole presenza operaia e una Camera del lavoro robusta e combattiva, Greco aveva colto per tempo, inascoltato come qualche altro, i segnali che avrebbero portato la sinistra là dove è finita: e non per effetto di un determinismo storico inesorabile, ma per il peso che hanno avuto i fattori soggettivi e le scelte politiche compiute. La traccia che l’ex segretario della Cdl bresciana ha seguito con tenacia in tutti questi anni è stata quella delle straordinarie trasformazioni del lavoro, indagate nella base materiale e negli orientamenti culturali delle lavoratrici e dei lavoratori, e nella pratica quotidianamente sperimentate. Per poi vagliare, da questa angolazione, gli orientamenti sindacali e politici al confronto con il passaggio di secolo e con gli effetti sconvolgenti della globalizzazione. Dunque, nessuna nostalgia e nessuna apologia del bel tempo che fu, ma da Brescia uno sguardo aperto sul mondo per motivare le ragioni di un sindacato moderno e di una sinistra all’altezza dei tempi. E una visione del lavoro non come immutabile categoria ideologica, o come variabile dipendente dall’impresa, ma al contrario come elemento costitutivo della persona e fattore portante della società, su cui costruire una nuova politica e una nuova rappresentanza. Nel non aver posto a se medesima questo obiettivo centrale sta, secondo Greco, la motivazione di fondo del fallimento della sinistra. Come mai - si domandava già negli anni Novanta - alla proverbiale combattività dell’operaio bresciano iscritto alla Fiom corrisponde un voto massiccio alla Lega Nord, diventato poi addirittura straripante nelle ultime elezioni? Dalla sua analisi articolata emerge un limite evidente nella pur efficace azione sindacale, che nel bresciano strappa un’imponente contrattazione con effetti rilevanti sul terreno redistributivo, ma non è in grado di incidere sugli aspetti qualitativi del ciclo e dunque nei rapporti di potere. Convincenti sono le pagine dedicate alle politiche sindacali, alla Cgil e al ruolo delle Camere del lavoro, in cui si sottolinea la centralità della democrazia nel rapporto con i lavoratori, i quali devono essere resi protagonisti e sovrani nelle scelte che riguardano il loro destino, e la necessità di conquistare in fabbrica la capacità di contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro, come pure di costruire nel territorio vertenze sociali capaci di unificare le diverse figure di lavoratori. Ma - osserva il sindacalista - non c’è presenza sindacale che possa surrogare il vuoto della politica, la sua lontananza dagli operai e dai lavoratori dipendenti, la sua latitanza dalle sedi reali del conflitto, che «hanno reso la politica, tutta la politica, una marmellata incommestibile». Proprio il richiamo, insistito e documentato, a colmare il vuoto di rappresentanza politica che colpisce il mondo del lavoro dipendente, già presente ben prima del 13-14 aprile, è il tema che a mio parere emerge con maggiore drammaticità e originalità da queste pagine, perché portato alla luce nel suo concreto svolgersi e manifestarsi. In questo vuoto - argomenta Greco - sta avanzando, insieme alla riduzione drastica dei diritti dei lavoratori, un’offensiva volta ad abbattere la Costituzione, cioè la democrazia repubblicana nella quale è codificato il principio della centralità del lavoro. Stiamo assistendo a un vero e proprio rovesciamento della tavola dei valori, che sull’asse della dualità lavoro-capitale ha costruito la democrazia e tenuto insieme il Paese. Le osservazioni di Greco sul comportamento reale degli operai nulla concedono alla retorica e colgono nel segno. Se infatti è il denaro che, «nell’accezione comune e condivisa, stabilisce il confine tra inclusione ed esclusione», allora non c’ è da meravigliarsi quando «il giovane operaio bresciano pensa a se stesso come ad uno che è sfortunato perché non dispone di denaro sufficiente per potersi assicurare la stessa potenza del suo padrone». Da un lato, il suo rapporto con il padrone è conflittuale perché vuole strappare una parte della ricchezza che quello intende trattenere per sé, ma dall’altra è portato a considerarlo un modello da imitare perché “ce l’ha fatta”. In questa ottica non c’è nessuna contraddizione tra il comportamento sindacale e la scelta politica di quell’operaio. C’è però un evidente vuoto culturale e politico della sinistra, incapace di offrire un’alternativa, al tempo stesso concreta e di prospettiva, che non sia quella offerta dal capitale. Ed è facile, se il problema è di incamerare comunque una quota maggiore di reddito, spostare l’asse del conflitto contro lo Stato, ponendo al centro la questione fiscale ed esonerando l’impresa da ogni responsabilità sociale. Si realizza così un’alleanza tra lavoro e capitale, tra padroni e subalterni, che diffonde tutte le contraddizioni all’interno del lavoro: tra “garantiti” e precari, tra insiders e outsiders, tra italiani e stranieri. E si alimenta l’incertezza e la paura, rafforzando in ultima istanza il dominio del capitale. In una parola, i lavoratori frantumati e divisi diventano i “becchini” di se stessi. Non si esce da questa condizione se non si costruisce una moderna lettura di classe della società, che sul terreno simbolico e politico renda visibile ciò che esiste nella realtà dei rapporti di produzione: la persistenza della dualità lavoro-capitale, che ha assunto nuove e sofisticate forme di diffusa conflittualità promossa dal capitale. Come osserva Greco e come dimostra l’esperienza di questi anni, non esiste una coscienza di classe infusa né una centralità operaia e del lavoro dipendente ideologicamente presupposta, o - il che è lo stesso - vacuamente proclamata. Sia l’una che l’altra vanno continuamente costruite, risalendo dall’analisi dei rapporti di produzione alla società e alla politica. A questo scopo l’autosufficienza del sociale come pure l’autonomia del politico appaiono strumenti del tutto inadeguati.

Pubblicato su Critica Marxista, n.5 - 2008