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Categoria: Partiti e Movimenti

Il voto politico del 9 e 10 aprile 2006. Il prof. Salvati si dichiara di sinistra, come del resto - per quanto io ne so - il prof. Ichino. Tuttavia, nella critica al congresso della Cgil, sta più a destra di Luca di Montezemolo, di cui non conosco le preferenze politiche ma che senza dubbio è il presidente della Confindustria, vale a dire del sindacato di quelli che una volta si chiamavano i padroni. Se Montezemolo si dichiara profondamente deluso soprattutto perché il principale sindacato dei lavoratori si ostina a difendere una cosa "antica" come il contratto nazionale, il professore di Cremona va più in là e accusa la Cgil di egoismo, oltre che di un'inconcludente vacuità programmatica.
"La Cgil chiede, ma che cosa dà"? Il drammatico interrogativo, brandito come una spada fiammeggiante contro quei premoderni senza patria seguaci di Epifani, non lascia scampo. E la risposta è banalmente scontata, come si conviene quando si ha che fare con chi non sa cosa sia l'interesse nazionale: la Cgil prende ma non dà. A sentire il professore, sembra quasi che i lavoratori siano i responsabili del disastro dell'Italia. E per rendere ancora più chiaro il suo pensiero cita Kennedy: "Non chiederti quanto il Paese ti può dare, chiediti quanto tu puoi dare al Paese".
Questo monito severo rivolto a chi in questi anni ha sempre dato, cioè ai lavoratori, e non a chi ha sempre preso (magari portando il malloppo all'estero), cioè ai padroni, ai grandi capitalisti e speculatori, lì per lì mi è sembrato un paradosso, figura alla quale spesso ricorrono i grandi del pensiero. Ma poi mi sono chiesto: come mai un capovolgimento cosi clamoroso della realtà? Forse il prof. ha chiesto asilo politico all'estero e oggi vive nel Paese delle meraviglie? O forse, più semplicemente, galleggiando tra l'autoreferenzialità della politica e quella dell'Accademia, non sa più come vivono le persone in carne e ossa?
Certo è che se metti "l'impresa al centro di tutto", come sostiene Montezemolo, ti puoi anche dimenticare che dagli anni 80 ad oggi, nella distribuzione della ricchezza nazionale, i salari sono scesi dal 60 al 40% mentre sono aumentati simmetricamente profitti e rendite. Puoi anche ignorare che i lavoratori dipendenti hanno sborsato migliaia di miliardi per consentire l'entrata dell'Italia in Europa mentre i padroni delle imprese hanno accresciuto a dismisura i loro patrimoni, spogliando l'Italia e penalizzandola con l'assenza di investimenti. Puoi persino lodare la precarietà del lavoro e i benefici della legge 30. E far finta di non sapere che gli alti salari, oltre ad accrescere i consumi, sono uno stimolo potente per l'innovazione.
E' certo però che penalizzando il lavoro si è portata l'Italia al disastro. Perciò ha detto bene Prodi. Dovrà finire la politica dei due tempi: prima il risanamento, poi lo sviluppo. Perché non c'è risanamento senza sviluppo, e perché la valorizzazione del lavoro è il fondamento di una diversa qualità dello sviluppo. Del resto i lavoratori hanno già dato, e solo valorizzando il lavoro si può tutelare davvero l'interesse nazionale. Anche per questo è da apprezzare la linea con cui Epifani ha chiuso il congresso, rivendicando l'autonomia del sindacato di fronte a un uomo di governo che non ha dichiarato guerra alla Cgil come Berlusconi, e anzi l'ha abbracciata.
"Verificheremo – ha detto il segretario generale – atto dopo atto, mese dopo mese, il rispetto degli impegni presi da Romano Prodi". Ma bisognerà anche verificare, e criticare, una cultura che identifica la modernità con lo sfruttamento del lavoro, e che considera l'azione di governo come tutela degli interessi esclusivi del capitale. E' una cultura che ha già fatto molti danni, e che anche nel futuro può solo penalizzare i lavoratori e il Paese.

Paolo Ciofi