Stampa
Categoria: Partiti e Movimenti

La sinistra e il ritorno del centro. Il dibattito estivo sul centrismo è la dimostrazione che, dopo quasi cinque anni di fallimentare governo berlusconiano, e dopo una lunga transizione che ha cancellato la rappresentanza del lavoro, in discussione è l'intero sistema politico, in pari tempo causa ed effetto della decadenza dell'Italia. La borghesia dominante, bipartita tra il centro-destra e il centro-sinistra, ha ottenuto in questa fase ogni beneficio, ha incamerato enormi profitti e rendite, ma si è palesemente mostrata non all'altezza nella competizione globale.
Il bilancio è fallimentare. Il sistema politico soffre di un'evidente crisi di rappresentatività e di efficienza, ma il capitalismo italiano, dopo aver svalorizzato in ogni modo il lavoro penalizzzando con ciò l'intero Paese, oggi rischia addirittura la marginalità. Per questo sta cercando affannosamente nuovi equilibri e nuovi assetti, nel pieno di una lotta feroce. Tale è il senso dei ripetuti richiami di Monti: attenzione, il punto di crisi è grave, occorre una nuova configurazione del sistema politico per assicurare l'egemonia del mercato. E tra destra e sinistra, forse è più conveniente a questo punto fare asse sul centro.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con il trasformismo, e neanche con il ritorno della vecchia Dc. Oggetto del desiderio è un grande partito della borghesia liberale, che mai c'è stato in Italia e che si pensava potesse essere costituito con la scesa in campo e la vittoria elettorale di Berlusconi, quando l'impresa - come osservò l'avvocato Agnelli - ottenne per la prima volta un consenso di massa. Fallito questo disegno, e non risultando abbastanza affidabili sul versante opposto i Ds, che nella vicenda Unipol hanno scelto di appoggiare una specifica cordata piuttosto che tenersi a distanza per garantire l' "interesse generale" dei gruppi dominanti, il tema viene ora riproposto.
Osserva Mario Monti che, su "rilevanti questioni economiche", "è frequente che vi siano impostazioni più simili tra i due poli che entro ciascun polo". Per cui sarebbe logico che i "simili" dei due poli si mettessero insieme, o agissero insieme (come ardentemente i grandi patrioti Berlusconi e De Benedetti desideravano fare nell'interesse dell'Italia), per vincere le resistenze dei "diversi". Il modello di riferimento è quello classico, inglese (maggioritario) o tedesco (proporzionale): si raggruppino da una parte i rappresentanti del capitale, dall'altra quelli del lavoro. Questa è la sostanza.
Ma l'analisi non è completa se non si aggiunge che, di fronte a un "eccesso di rappresentanza" della borghesia dominante, che mena le danze in entrambi i poli, oggi sta una "rappresentanza zero" dei lavoratori. Come scrive il Riformista tredici anni dopo il giornale della Confindustria, "la fase suprema del bipolarismo è composta da due centri". In altre parole, la borghesia si contenda al suo interno il potere con l'alternanza, la rappresentanza del lavoro per principio sia out. Così, la sinistra verrebbe sterilizzata e la democrazia ridotta a un simulacro
Questo "nuovo riformismo" padronale ci conferma che la crisi del sistema politico, prima ancora che dalle forme della rappresentanza, deriva dal fatto che una parte fondamentale della società, quella che in questi anni ha portato sulle spalle l'Italia, non ha rappresentanza. Non c'è oggi in Italia un partito che intenda rappresentare il lavoro, o che effettivamente lo rappresenti: come hanno dimostrato, tra l'altro, anche la stagione dei movimenti e l' ottusa chiusura del sistema politico che ne è seguita.
Di fronte ai tentativi di riorganizzazione del capitalismo italiano, che vuole un sistema politico più adatto a perpetuare il suo comando, la sinistra - al di là delle sue diverse conformazioni - dovrebbe preoccuparsi di dare rappresentanza al lavoro, ripensando se stessa in un rapporto originale e dinamico con i movimenti. Anche perché la cultura d'impresa, come si è visto, è inidonea a governare il Paese. Se essa è utile per incrementare i profitti, è tuttavia evidente che la politica non può essere ridotta alla semplice arte del profitto. E non giochiamo con i dadi truccati: il vecchio "lavorismo", di cui si sente dire, ormai sta diventando un alibi.
La verità è che il lavoro, come del resto il capitale, è stato coinvolto nelle più straordinarie trasformazioni, ma la sinistra politica ha pensato ad altro e ha cessato di rappresentarlo. Questo è il nodo centrale della politica italiana. Se la sinistra non recupera un rapporto elettorale e politico con i lavoratori e i disoccupati, giovani e vecchi, uomini e donne, che nelle elezioni del 2001 hanno votato in massa per Berlusconi, la vittoria non è certa. E in caso di vittoria si rischia una sorta di consociativismo sociale, che ancora una volta penalizzerà le classi subalterne e l'intero Paese.
Perciò è necessario spostare l'asse del dibattito e dell'iniziativa politica a sinistra, costruendo un intenso rapporto con la società profonda. "Bisognerebbe che almeno i Ds la smettessero di correre al centro", invoca Valentino Parlato. Effettivamente la situazione ha qualcosa di farsesco. Tutti ripudiano il centro, ma nello stesso tempo tutti lo rincorrono. Tutti danno la caccia alla "gloriosa classe media", cioè al "benestante appagato", e non si accorgono che la classe media è in via di estinzione sotto i colpi della globalizzazione, che accresce disuguaglianze e povertà.
Nel turbine di questa contraddizione si trovano soprattutto i Ds, che hanno abbandonato la storica rappresentanza del lavoro. Socialmente essi sono oggi un partito moderato, elettoralmente di centro, ma politicamente non riescono ad accreditarsi come punto di riferimento della borghesia "illuminata" e "riformista". Non basta però dire ai Ds che il capitalismo "produttivo" è meglio di quello finanziario, giacché i fenomeni cui assistiamo sono l'effetto dei processi globali, da cui emerge un ceto capitalistico particolarmente rapace, che destabilizza e distrugge le vecchie regole, come del resto ha fatto Berlusconi. Bisogna aggiungere che occorre costruire un nuovo movimento dei lavoratori, dare rappresentanza al lavoro, farlo pesare nella società, nella cultura, nella politica. Altrimenti l'alternativa al vecchio capitalismo non può che essere il capitalismo globale finanziario.
Il conflitto d'interesse è il modo d'essere "normale" di questo capitalismo, "non più la malapianta estirpabile dal libero mercato" – annota Scalfari – bensì il suo "connotato principale", che "attraverso una rete inestricabile di partecipazioni incrociate" coinvolge tutti gli operatori "e, infine, pubbliche amministrazioni e governi". Un'analisi pertinente, più ampiamente sviluppata nel prezioso libretto di Galbraith "L'economia della truffa".
Il capitale senza alternativa, per sua natura aggressivo, rapinoso e destabilizzante, sta portando il mondo verso la catastrofe. E' una fase storica del tutto nuova. Perciò costruire un potere e una rappresentanza politica dei lavoratori all'altezza dei tempi è un fatto d'interesse generale, di classe e democratico, anche per regolare il mercato e colpire le rendite. Perciò la politica non può ridursi a variante del capitale e affannarsi dentro la sua logica come una serva. La sinistra, se è tale, deve avere la forza di fare un'altra scelta, fuori dallo schema. Tra rendita e profitto, scelga il lavoro.

Paolo Ciofi