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Categoria: Partiti e Movimenti

DS e Unipol. L'Opa di Unipol su Bnl, con le conseguenze che ne derivano, costituisce ormai il dato politicamente più rilevante di questa fase, e viene usata senza sottintesi con l'obiettivo di cambiare il sistema politico del Paese. Perciò non basta chiedere di fissare i confini tra affari e politica, di definire nuove regole, di ripristinare l'etica negli affari e nella vita pubblica. L'aspirazione è lodevole ma inadeguata, giacché in gioco sono gli equilibri e la natura del capitalismo italiano, la funzione stessa della politica, e dunque l'assetto della società e della nostra democrazia oltre il berlusconismo. Questa chiave interpretativa, che intendo qui proporre, emerge con grande nitidezza dall'analisi del modo con cui il Corriere della sera, portavoce della cosiddetta "borghesia illuminata", tratta l'intera vicenda. Ma occorre ricordare, anche al Corriere e al suo direttore, che quello della scalata alla Bnl, seppure di particolare rilevanza in quanto fa riferimento al principale partito di opposizione, non è che l'ultimo episodio di una sequenza che comincia con la privatizzazione del sistema bancario e la scalata di Telecom; procede attraverso i casi Cirio, Parmalat, bond argentini; raggiunge il punto di massima tensione con il tentativo di assalto al cielo di Fiorani e dei campioni dell'immobiliarismo cafone; e si conclude con la vittoria dell'aristocrazia della finanza, che recupera il pieno controllo sul Corriere e su Fiat (con un'operazione definita diversa dalla altre solo perché "formalmente e tecnicamente elegante", di cui però il Corriere medesimo non parla). In tale contesto è assai istruttiva la rilettura dell'editoriale "Quel passato che non torna", firmato del direttore del quotidiano di via Solferino. Un vero e proprio manifesto politico, in cui si sostiene che a differenza di Tangentopoli oggi "ad essere toccati dalle inchieste sono, in egual misura degli altri, personaggi e formazioni politiche che all'epoca furono soltanto sfiorati". In "egual misura"? Dunque, Berlusconi come Fassino e D'Alema? E questa la tesi che si vuole sostenere? Poi viene la precisazione: qui non s'intende parlare di Fiorani né di Fazio, tanto più che "ciò che c'era da dire sul loro conto lo abbiamo scritto mesi fa". E' la conferma che nel mirino ci sono loro, i nuovi arrivati. Pagine e pagine in cui i Ds vengono implacabilmente arrostiti a fuoco lento sulla base di intercettazioni telefoniche che allo stato degli atti, secondo gli stessi inquirenti, non hanno rilevanza per le indagini. I liberali garanti dello Stato di diritto sono diventati improvvisamente dei guastatori giustizialisti a senso unico? Il direttore chiarisce che è in corso una "grande innovazione", soprattutto se si realizzasse in "uno o due anni, non di più": la costruzione nei due schieramenti di "formazioni unitarie di profilo europeo, moderne, lontane dal Novecento", capaci di raccogliere ciascuna un 35% dei voti, ciò che consentirebbe di emarginare "le estreme", rafforzando "il modello di alternanza introdotto nel 1994" e assicurando nel contempo "maggiore stabilità per il sistema". Ma per conseguire questo obiettivo i nemici da combattere sono due: "l'anomalia berlusconiana da una parte e dall'altra alcune evidenti degenerazioni dei collateralismi". E se nel passato qualcuno si è salvato, adesso non ci saranno sconti per nessuno. Chi resiste a questa prospettiva, ammonisce laicamente il direttore, deve fare i conti con "l'effetto combinato di 'banche pulite' e dei fantomatici 'poteri forti'". Certo, concede dall'alto della sua cattedra mediatico-finanziaria, oggi "alle porte (ed meglio che sia così) non c'è nessuna stagione delle manette". Perciò, conclude, "tocca a voi, che avete in mano ciò che resta dei vecchi apparati o ciò che dei nuovi è già degenerato, cambiare. Se volete. Oppure potete continuare a farvi danno come avete fatto sin qui. Potete scegliere. Senza cercare alibi nel passato". L'avvertimento è minaccioso e molto netto: la politica stia al suo posto, faccia il suo mestiere di "servizio", e non si immischi nelle faccende dell'economia. Se lo fa, sappia che sarà ferocemente contrastata e combattuta. Quando Mieli, in altra sede, sostiene che non è normale né moderna una condizione come quella del partito dei Ds nel quale comandano i postcomunisti, intende dire proprio questo: che persiste nel sistema politico una tradizione e un gruppo dirigente non organici alla borghesia italiana e alla sua cultura. E quindi che, per assicurare una vera alternanza interna alla borghesia medesima, bisogna porre fine a questa anomalia. Nel disegno dei gruppi di comando del capitalismo italiano non c'è solo l'espulsione dal sistema politico di una sinistra che non considera il capitalismo globale l'ultima frontiera della storia, ma anche la liquidazione di ogni tradizione e cultura politica che in qualche modo si ricolleghi al movimento operaio, e alla sinistra comunista e socialista. L'obiettivo è un sistema politico imperniato su un doppio centro neoborghese nei due poli, che si alterni al governo del Paese. Una specie di modernizzazione della teoria dei due forni, della quale i gruppi dirigenti del capitalismo intendono servirsi per restare al comando e gestire l'economia secondo le loro convenienze, utilizzando il centro-destra o il centro-sinistra in relazione all'evolvere del ciclo. Socialmente, si tratterebbe di un partito unico bicefalo della classe capitalistica dominante, che per definizione escluderebbe dal governo del Paese (e da una rappresentanza politica indipendente e libera) le classi lavoratrici e i ceti subalterni. Il partito democratico, secondo questo impianto, è nel centro-sinistra l'asse portante di tale costruzione. Proprio qui sta, a mio parere, il punto di maggiore debolezza dei Ds, che li ha indotti a sostenere l'Opa di Consorte: nell'idea che tutto o quasi tutto ciò che è stato costruito dal movimento operaio in un secolo e mezzo di storia non ha più ragion d'essere. O è destinato all'estinzione, nell'epoca luminosa del mondo globale di oggi. Questo è il vero punto dirimente, non il diritto delle cooperative - che mi appare fuori discussione – di dotarsi di una propria banca. In ogni caso, se si ritiene che siano venute meno le ragioni della rappresentanza e della liberazione del lavoro, allora ha senso dislocarsi sulla nuova frontiera della finanza e dell'impresa. Allora l'impresa e la banca diventano gli strumenti attraverso i quali si ritiene di poter conquistare il governo e il potere. In fin dei conti, è una scelta obbligata se vuoi contare nel mondo di oggi: o di qua o di là, altrimenti sei condannato alla marginalità e all'irrilevanza. Deve essere però chiaro che se stai di là non sei più sinistra, ti puoi chiamare come vuoi ma inesorabilmente declini verso una variante del centrismo neoborghese. I Ds hanno scelto i "capitani coraggiosi", cioè il capitalismo d'assalto dei parvenues, ma hanno fallito l'ingresso nel salotto buono dei gruppi di comando: la Confindustria non li ha incoronati e ha fatto altre scelte. Di qui un'ulteriore spinta verso la creazione di una banca di riferimento. Tuttavia, con i rapporti di forza di oggi, la finanza in Italia può essere solo laica e cattolica. Anche in questo caso il Corriere della sera è stato sfrontato e sferzante: "La sinistra raziocinante deve liberarsi dall'ubbia della 'finanza rossa' e dall'imbarazzante codazzo di affaristi mezzo vitelloni, mezzo sbruffoni". Attenzione a non sbagliare analisi: i Ds vengono attaccati non perché rappresentino un qualche residuo di socialismo, ma al contrario perché chi ha oggi in mano le chiavi del capitalismo non tollera alcuna alterazione degli equilibri e perciò non li accetta. Allora è chiaro perché non basta distinguere e separare gli affari e dalla politica. La questione centrale è il recupero della libertà e della sovranità della politica dal dominio del capitale e del denaro. E per poterlo fare l'unica strada è reinsediare la politica medesima nella società, rompere la pratica elitaria e di potere allargando la democrazia e la partecipazione, dare voce e organizzazione alla classe lavoratrice e ai ceti subalterni. Riusciranno i Ds, posti di fronte all'assedio che li stringe, a ripensare la loro funzione politica e la loro prospettiva? E le sinistre alternative riusciranno ad uscire da uno stato di minorità per affrontare il grande tema della rappresentanza dei lavoratori salariati e subalterni? Il tema che gli effetti dell'Opa ci presentano non riguarda l'anima delle coop, ma l'anima (e il corpo) della sinistra.

Paolo Ciofi

(Articolo pubblicato dal manifesto l'8 gennaio 2006 con il titolo: "Quercia e grande finanza, un amore non corrisposto")