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Categoria: Evidenza
Papa BergoglioL'enciclica di papa Bergoglio, ben al di là di una tradizionale e datata visione ambientalista su cui molti si sono esercitati, ci propone una diversa e umanissima concezione del mondo alternativa rispetto alle tendenze dominanti, che devastando le sorgenti della natura e i beni comuni della società sotto la spinta del capitale finanziario globale mettono a rischio l'esistenza stessa del pianeta. Un documento di straordinario interesse per tutti, credenti e non credenti, ma soprattutto per i progressisti e per quel che resta di una sinistra travolta dai processi in atto e dal tenue "riformismo" che brancola nel buio del pensiero unico. È grande merito di questo papa avere gettato un fascio di luce sulla drammatica realtà del nostro tempo.
Nell'analisi e nel progetto che si dipanano lungo le pagine dell'enciclica, Francesco tiene insieme questione ambientale e questione sociale, l'uomo e la natura, il lavoro e la proprietà, il significato del cambiamento e il valore della politica nella lotta (sì, nella lotta) per la conquista di un ordine universale improntato alla libertà e alla solidarietà, alla giustizia sociale e alla sobrietà. Il paradiso appartiene al regno dei cieli, ma - sembra dirci il papa di Roma - un po' di paradiso si può conquistare anche su questa terra, incominciando a lottare contro «la globalizzazione dell'indifferenza». Dunque, un documento che è anche una sollecitazione a impegnarsi e ad agire.
Non si tratta solo del rovesciamento del vecchio canone dominante in Occidente, che vedeva l'uomo proprietario, dominatore e saccheggiatore della natura. Francesco si pone all'altezza del nostro tempo come un vero innovatore soprattutto perché nel suo pensiero la questione ambientale e la questione sociale vanno di pari passo e sono inscindibili nella soluzione. Si supera così la scissione storica tra natura e società, tra ambiente naturale e ambiente umano, che ha caratterizzato su un versante i movimenti ambientalisti tradizionali di fatto incapaci di fuoriuscire da una visione elitaria della società, come pure, sul versante opposto, i movimenti operai, nella versione sovietica e anche in quella socialdemocratica, che al contrario, in nome del benessere sociale, hanno inferto gravi ferite a madre natura.
Oggi «l'ambiente umano e l'ambiente naturale si degradano insieme - osserva Francesco - e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale». È un'indicazione precisa, di ricerca e di azione. Poiché l'ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l'ambiente in cui si sviluppano, «essa esige anche di fermarsi [...] sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l'onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, di produzione e consumo». Si tratta di una visione ecologica integrale, come la definisce il papa, che considera «le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione - precisa infine Francesco - richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».
D'altra parte, «quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società», insiste il capo della Chiesa di Roma. «[...] L'arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell'umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto». È precisamente questa visione che occorre contrastare e sconfiggere, secondo «il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni», che respinge il dominio della «proprietà assoluta». In altri termini, ciò significa che non può essere riconosciuto «come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata», giacché la tradizione cristiana - sottolinea il pontefice - ha sempre «messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Ma chi si ricorda oggi, sotto il bombardamento dei luoghi comuni neoliberisti, che proprio la Costituzione di questa Repubblica fondata sul lavoro sancisce il principio della funzione sociale della proprietà, che può essere pubblica, privata o comunitaria?
Se «l'uomo è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale», allora, osserva Francesco in perfetta sintonia con la nostra Carta fondamentale, è naturale «integrare il valore del lavoro», fattore costitutivo della personalità e della dignità della persona: «la realtà del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese [...], esige che si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro per tutti». La sua visione veramente innovativa va ben oltre la beneficenza compassionevole, tipico cavallo di battaglia della destra ormai fatto proprio dal gretto buonismo veltroniano e renziano, per approdare sul terreno fertile dei diritti costituzionalmente garantiti: «aiutare i poveri con il denaro deve essere sempre un rimedio provvisorio [...]. Il vero obiettivo dovrebbe essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro».
E qui entra in gioco la politica, che Francesco concepisce come mezzo di liberazione umana, se e in quanto è in grado di dare soluzione ai problemi del nostro tempo. Il suo punto di vista è netto: «la semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l'accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica». Per converso, «la grandezza della politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine».
Di conseguenza, «la politica non deve sottomettersi all'economia». Al contrario, politica ed economia devono mettersi «al servizio della vita, specialmente della vita umana». Poiché «è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità con la propria dignità umana», è indispensabile porre dei limiti non alla creatività e allo sviluppo onnilaterale degli esseri umani, ma allo sfruttamento senza limiti delle risorse umane e naturali, riconoscendo che «l'ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere». La scelta è quella della sobrietà: nell'organizzazione dell'economia e della società, negli stili di vita collettivi, nei comportamenti individuali. «La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita [...], ma tutto il contrario».
Non è sbagliato riconoscere nell'impianto del pensiero francescano, come taluni hanno fatto, significative assonanze con l'austerità di Enrico Berlinguer. Che non era una scelta pauperista, bensì il mezzo di contrasto «al dissennato gonfiamento» dei consumi privati, «fonte di parassitismi e privilegi», per affermare il «godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l'istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura». Una scelta obbligata, aggiungeva il segretario del Pci, di fronte al declino dell'Occidente, e al tempo stesso una chiave di volta per aprire in Occidente il passaggio verso una civiltà superiore, oltre le colonne d'Ercole del dominio del capitale. Un nuovo socialismo lo definiva Berlinguer, fondato su una diversa gerarchia di valori, che abbia al centro l'essere umano nel suo rapporto con la natura e che esalti «le virtù più alte dell'uomo»: la libertà e l'uguaglianza, la solidarietà e la giustizia sociale.
Stefano Fassina ha sostenuto di recente che papa Bergoglio «solleva una critica al capitalismo estranea da decenni alla sinistra. E che lascia quasi senza parole». Certo è che dopo Berlinguer la sinistra comunque denominata, in presenza dell'emergenza climatico-ambientale ma anche del moltiplicarsi delle guerre in seguito al crollo dell'Urss, non è stata in grado di mettere in campo un pensiero critico all'altezza delle nuove configurazioni e delle continue mutazioni del capitale e del lavoro. E dunque di definire una propria visione strategica alternativa al neoliberismo, l'arma di combattimento che il capitalismo moderno adopera in modo spregiudicato sul terreno economico-sociale e su quello politico-culturale.
Da una parte, la sinistra alternativista si è dispersa in mille rivoli, alla ricerca di un'identità peraltro sempre incerta. Dall'altra, quella riformista di stampo socialdemocratico è stata sterilizzata e resa impotente dalle troppe dosi di neoliberismo. Al punto tale che oggi il socialismo del Vecchio Continente, posto di fronte a un colpo di Stato tecnico-finanziario in Grecia e a un'Europa blindata contro i disperati della terra mentre i pericoli di guerra crescono alle frontiere, non si distingue dai partiti conservatori di centrodestra, in generale e in particolare sui temi del lavoro e dei diritti. E anzi è corresponsabile delle scelte politiche di fondo, che in nome di un'austerità a senso unico producono una depressione endemica, tagliando fuori dal lavoro intere generazioni di donne e di uomini.
Aveva ragione Enrico Berlinguer quando sosteneva che nel pensiero e nella pratica politica del movimento operaio, e quindi della sinistra e dello stesso Pci, occorreva aprire una fase nuova, una «terza fase», essendo già allora, secondo la sua analisi, ormai concluse e irripetibili sia la fase sovietica che quella socialdemocratica. Certo, in questo tempo di smarrimento, in cui il "socialista" Renzi fa ciò che il "liberale" Berlusconi non era riuscito a fare, e non sembrano esserci più confini tra sinistra e destra nel generale degrado della politica che alimenta spinte razzistiche e fascistiche, l'alta visione di Francesco, sostenuta da comportamenti esemplarmente coerenti con i principi enunciati, aiuta a fare chiarezza e alimenta una speranza di cambiamento.
Ma senza il recupero critico e creativo di quell'originale filone del pensiero marxista che da Gramsci e Togliatti attraverso Longo si dipana fino a Berlinguer, e che è stato decisivo nella conquista democratica e civile più alta del popolo italiano - la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro - ben difficilmente si potrà costruire in Italia e in Europa una forza politica capace di aprire la strada a un civiltà più avanzata, in cui la disponibilità comunitaria dei beni prevalga sull'appropriazione privata dei frutti del lavoro sociale. Rimuovendo a questo scopo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È tempo di ricostruire i fondamenti di un pensiero critico se si intende agire per trasformare la realtà. Con papa Bergoglio la Chiesa di Roma, per potersi misurare efficacemente con la modernità dello sfruttamento degli esseri umani e dell'intera natura, è tornata ai fondamenti del vangelo secondo l'interpretazione di San Francesco d'Assisi. All'apice dello sfruttamento capitalistico globale che ci sta riportando alle origini del conflitto capitale-lavoro, sul fronte del movimento dei lavoratori e di una sinistra laica non arruolata dalla finanza, non si può fare a meno di Carlo Marx, il pensatore e il rivoluzionario che ha messo a nudo il meccanismo di funzionamento del capitale in quanto rapporto sociale. E che perciò resta il critico più penetrante e più acuto della società dominata dal capitale.
Non serve il Marx imbalsamato dalle varie ortodossie, ma la forza del suo pensiero critico in divenire, aperto alle continue innovazioni della scienza e della tecnica, che considera il capitale un movimento «perenne» seppure storicamente determinato. Al contrario di quanto comunemente si ritiene, anche sul rapporto uomo-natura si trovano nel pensiero di Marx valutazioni e analisi di grande interesse e di straordinaria attualità. Muovendo dalla osservazione che tra l'ambiente naturale e gli esseri umani si instaura un rapporto molto complesso perché nel processo lavorativo gli uomini e le donne trasformano in continuazione la natura di cui sono parte, Marx sostiene che nella prospettiva di una civiltà più elevata «la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo».
«Anche un'intera società - prosegue -, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alla generazioni successive». Polemizzando con i dirigenti del partito socialdemocratico della sua epoca, i quali affermavano il contrario, egli sosteneva che «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d'uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che, a sua volta, è solo la manifestazione di una forza naturale, la forza di lavoro umana».
Di conseguenza, scindere nella sua visione la questione ambientale dalla questione antropologica e sociale è una missione impossibile. E se nel modo di produzione capitalistico il capitalista detentore dei mezzi di produzione per ottenere un profitto sfrutta congiuntamente la persona umana e la natura, ritenere che si possa salvaguardare la natura, e tramandarla migliorata ai successori senza rovesciare i rapporti sociali di produzione che la distruggono, è una missione altrettanto impossibile. Serve dunque una visione complessiva del cambiamento, sostenuta da una forza politica capace di praticarlo. Questa acquisizione di Marx si presenta oggi come una necessità dalla quale non si può prescindere. Ma per trasformare una necessità storica in un movimento politico reale sono necessarie le condizioni soggettive. E queste Carlo Marx non ce le può dare.
Paolo Ciofi
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