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Categoria: Voce degli altri
matteorenzi 350 260di Michele Prospero da ilmanifesto.info - Riforme. Il problema politico del referendum non va eluso. Al sovversivismo dall’alto si può rispondere solo con la mobilitazione dal basso che veda il coinvolgimento di comitati, associazioni, movimenti, cittadini
Con le cau­tele che sono neces­sa­rie prima di lan­ciare uno scon­tro dagli ele­vati costi, con l’attenzione alla più effi­cace for­mu­la­zione dei que­siti per non sca­gliarsi con­tro obiet­tivi fasulli — rischio che sta cor­rendo l’associazione Pos­si­bile — con il rispetto dovuto all’autonomia dei comi­tati e con la mas­sima atten­zione a non com­piere passi falsi destando sospetti di stru­men­ta­liz­za­zioni, il pro­blema poli­tico del refe­ren­dum non può essere eluso.
Dinanzi a un avver­sa­rio che, con il ricatto del voto di fidu­cia e senza un espli­cito man­dato demo­cra­tico, cam­bia la costi­tu­zione, mani­pola la legge elet­to­rale, mal­tratta la scuola pub­blica, altera il diritto del lavoro non è pos­si­bile rima­nere indif­fe­renti. A chi, con ecce­zio­nali for­za­ture, con­tando su appena il 25 per cento dei voti, feri­sce la costi­tu­zione e scrive regole su misura delle pro­prie con­ve­nienze, non si può che rispon­dere con mezzi estremi. Il ter­reno e l’intensità dello scon­tro lo deter­mi­nano anche gli avver­sari, e dinanzi a certe pro­vo­ca­zioni sim­bo­li­che e rot­ture sostan­ziali non si può far finta di non vedere.
A Renzi, che annun­cia in giro per l’Europa che nel 2016 pro­muo­verà un grande referendum-plebiscito sulle riforme costi­tu­zio­nali, biso­gna rispon­dere con una stra­te­gia spre­giu­di­cata, che maneggi le sue stesse armi. Alle tappe di una guerra di movi­mento, con le quali il capo dell’esecutivo spezza le regole anti­che dei sistemi rap­pre­sen­ta­tivi e impone solu­zioni di forza senza che nes­sun con­trap­peso isti­tu­zio­nale ral­lenti le sue pri­vate volontà di potenza, si rea­gi­sce con effi­ca­cia solo dise­gnando un per­corso spe­cu­lare e di segno contrario.
Al sov­ver­si­vi­smo dall’alto di chi sfrutta senza remore il plu­sva­lore poli­tico dei numeri alte­rati da una legge truf­fal­dina, si può rispon­dere solo con la mobi­li­ta­zione dal basso che veda il coin­vol­gi­mento di comi­tati, asso­cia­zioni, movi­menti, cit­ta­dini. E ciò esige il recu­pero delle stesse tec­ni­che di com­bat­ti­mento pro­prie della guerra di movi­mento adot­tate dal governo. Si tratta di tat­ti­che che vanno adot­tate anche da chi non le pre­di­lige come nor­mali moda­lità dell’agire poli­tico, ed è con­sa­pe­vole delle spro­por­zioni delle forze schie­rate nello scac­chiere bel­lico.
Al dise­gno del governo, di chie­dere un’acclamazione ple­bi­sci­ta­ria con un sì e un no alle riforme impo­ste manu mili­tari ad un par­la­mento stra­paz­zato per anni senza alcun rispetto della forma, occorre rea­gire con una prova di resi­stenza demo­cra­tica che saldi la que­stione costi­tu­zio­nale e l’emergenza sociale. Se il governo diventa sistema auto­re­fe­ren­ziale, e cal­pe­sta i resi­dui spazi di con­trollo isti­tu­zio­nale, con­tro di esso si apre una que­stione di legit­ti­mità e occorre mobi­li­tare la voce della pro­te­sta, gli spazi di cit­ta­di­nanza attiva.
Il sogno ple­bi­sci­ta­rio, di rice­vere l’unzione del popolo sulla mito­lo­gia della grande riforma che nello stesso giorno del voto regala un capo al calar della sera, deve essere con­tra­stato facendo riaf­fio­rare nello spa­zio pub­blico l’incubo delle frat­ture sociali e ter­ri­to­riali che il governo ha lasciato aperte e, con la sua fedeltà alle leggi euro­pee del rigore, fatte incancrenire.
Al refe­ren­dum dall’alto, di un governo che pro­getta un regime ple­bi­sci­ta­rio senza vitali con­trap­pesi e lo chiama demo­cra­zia deci­dente, è ine­vi­ta­bile con­trap­porre un refe­ren­dum dal basso, che misuri l’accettazione degli elet­tori di tutte le scelte costose che l’esecutivo ha impo­sto senza tre­gua, con la ghi­gliot­tina dei tempi della libera discus­sione parlamentare.
Per pre­cise respon­sa­bi­lità del governo, si spa­lanca una que­stione di legit­ti­ma­zione che in una demo­cra­zia mai dovrebbe veri­fi­carsi: una pola­rità sistema-cittadini, potere-popolo.
Ad una situa­zione di ecce­zione, pro­dotta da un ciclo lungo di for­za­ture dall’alto che i custodi hanno guar­dato con distacco o aval­lato salu­tan­dole come ine­vi­ta­bili, si risponde con una sce­no­gra­fia di ecce­zione che chi è costretto a subirla può solo cer­care di con­ver­tire in occa­sione di rige­ne­ra­zione poli­tica che pro­mana dal basso: pas­sare attra­verso il pro­nun­cia­mento del popolo-sovrano per rico­struire gli equi­li­bri infranti dell’ordinamento costituzionale.
Il movi­mento dei tre sì (all’abolizione del bal­lot­tag­gio e del pre­mio di mag­gio­ranza pre­vi­sti dall’Italicum, del Jobs Act e della buona scuola) deve scan­dire le tappe di una intensa fase costi­tuente per la rina­scita, nel solco della costi­tu­zione repub­bli­cana, di una sini­stra sociale e poli­tica in Ita­lia. A un governo di mino­ranza, che schiac­cia le rego­la­rità delle isti­tu­zioni demo­cra­ti­che (sacri­fi­cando il prin­ci­pio di com­pro­messo che sem­pre con­trad­di­stin­gue le demo­cra­zie moderne quando sono alle prese con le que­stioni sociali e costituzionali-elettorali), è pos­si­bile rispon­dere con un meta­fo­rico appello al cielo, cioè con uno scon­tro che affidi al popolo sovrano la parola defi­ni­tiva sul destino di leggi con­tro­verse che hanno sca­te­nato vasti movi­menti di rivolta, scio­peri generali.
La rac­colta delle firme per i refe­ren­dum deve diven­tare una com­po­nente visi­bile del pro­cesso costi­tu­tivo dal basso del nuovo costi­tu­zio­na­li­smo radi­cato nelle cre­denze dif­fuse. Una vasta mobi­li­ta­zione nei ter­ri­tori, attorno a tre grandi que­stioni dal forte impatto iden­ti­ta­rio, deve scan­dire, nel rispetto dell’autonomia dei comi­tati, anche i tempi della rina­scita di una poli­tica orga­niz­zata a sini­stra.
Un moderno sog­getto della costi­tu­zione, del lavoro e della cul­tura: que­sto è il dise­gno da per­se­guire con coe­renza, per col­mare un vuoto di offerta poli­tica che spri­giona effetti disfun­zio­nali nella vicenda repub­bli­cana. I tre que­siti refe­ren­dari sono l’asse por­tante di una rico­stru­zione della rap­pre­sen­tanza poli­tica e sociale, andata in fumo con rica­dute dram­ma­ti­che sulle con­di­zioni di vita.
Il 2016 si annun­cia come un anno costi­tuente. L’alternativa che si pro­fila è tra la rivo­lu­zione pas­siva cal­deg­giata da Renzi e la ride­fi­ni­zione di una demo­cra­zia costi­tu­zio­nale con un movi­mento di classe, di popolo e del sapere che assuma il com­pito di una rico­stru­zione del sistema poli­tico oltre lo spac­cato del lea­de­ri­smo della nar­ra­zione e del popu­li­smo arroc­cato nelle stanze del potere.
In vista del momento refe­ren­da­rio sono desti­nate ad esplo­dere le prin­ci­pali con­trad­di­zioni che per ora sono tenute sotto pres­sione da un misto di oppor­tu­ni­smo e per­ce­zione della infe­rio­rità nel rap­porto di forza con l’avversario. La mino­ranza del Pd non potrà più denun­ciare la “defor­ma­zione demo­cra­tica” e poi gio­care di rimessa e tan­gi­bile sarà la verità, sinora misco­no­sciuta, per cui l’alternativa a Renzi, oltre che alla destra, è una neces­sità poli­tica e costituzionale.
Anche il M5S dovrà scio­gliere il nodo della sua effet­tiva natura e sve­lare le radici del suo ruolo storico-politico nella demo­cra­zia repub­bli­cana. Dinanzi alla pos­si­bi­lità di un’alternativa poli­tica e cul­tu­rale al ple­bi­sci­ta­ri­smo e al libe­ri­smo ren­ziano, per la rifor­mu­la­zione dei pila­stri della demo­cra­zia costi­tu­zio­nale, il non-partito gril­lino dovrà spor­carsi le mani e cimen­tarsi con le tat­ti­che dell’intesa e del com­pro­messo, che da sem­pre sono le con­di­zioni ine­li­mi­na­bili della lotta politica.
Il trionfo ple­bi­sci­ta­rio del par­tito della nazione non è scon­tato se ad esso si con­trap­pone un movi­mento refe­ren­da­rio vasto, dalla com­po­si­zione plu­rale, che uni­fi­chi lavoro, sapere e costi­tu­zione. Entrando nell’eccezione impo­sta dall’avversario, occorre avere in testa che dopo Renzi tor­nerà la guerra di posi­zione, ora è tempo di guerra di movimento.