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Categoria: Ciofi, scritti e interventi
Introduzione al libro Del Governo della città, bordeaux editore, 2016

 



Una crisi che viene da lontano
Il declino di Roma, deturpata e offesa dalla corruzione dilagante e dall’indecoroso spettacolo di partiti ridotti perlopiù a comitati d’affari e a larve catodiche, di cui la vicenda denominata Mafia capitale è l’espressione più cruda e vergognosa, non è un destino ineluttabile e senza vie d’uscita. A patto però che del declino si svelino le ragioni più profonde, muovendo da un’analisi critica della realtà sistematicamente mascherata dalla destra e dal partito di Renzi, nonché dalla narrazione dei media mainstream che a loro tiene bordone, permeata com’è dalla cultura del business.
Il problema, ancora una volta, sembra essere quello di cosa si fa per spolpare delle sue risorse questa città allo scopo di impinguare se stessi, il proprio clan, la propria classe di riferimento. O per occupare la poltrona di sindaco. Non quello di cosa si fa per cambiare il destino di Roma, scoperchiando le sue contraddizioni laceranti e mettendo a valore le sue straordinarie risorse a beneficio dei romani e del Paese.
«Questa è una città che sta esplodendo tra nuove povertà e disagi, che non sono legati alle tragedie migratorie ma a chi è nato e cresciuto in questa città. Altro che terza settimana, qui non inizia nemmeno il mese» (Il Messaggero, 13.3.2016). Non sono parole di un gufo, che vuole male al capo del governo e al suo candidato a sindaco. E però neanche di chi, come un pappagallo, balbetta la lezioncina mandata a memoria. A parlare è il prefetto Franco Gabrielli al congresso provinciale delle Acli il 12 marzo 2016.
La sua è una denuncia onesta della realtà contraddittoria e drammatica di una metropoli come Roma, di gran lunga la più popolosa e vasta in Italia e tra le prime in Europa, giacché nel suo territorio comunale troverebbero posto tutte insieme Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Cagliari. Una realtà nella quale i fenomeni degenerativi cui assistiamo, accompagnati dall’inefficienza dei servizi più elementari e degli apparati centrali dello Stato, sono il punto di arrivo di una doppia crisi che viene da lontano.
Non solo della crisi di Roma come metropoli dell’Occidente avanzato, che è, insieme, luogo privilegiato dell’innovazione scientifica e tecnologica e al tempo stesso espressione delle più efferate disuguaglianze della globalizzazione capitalistica, segnata dal dominio della rendita finanziaria e immobiliare: un’agglomerazione sociale che svalorizza il lavoro e distrugge l’ambiente, attizza conflitti di classe e di genere contro i lavoratori e contro le donne, alimenta guerre tra poveri segnate da fondamentalismi religiosi e da esclusioni etniche.
Roma è in crisi anche come capitale dello Stato nazionale burocratico e accentratore. Un intero ciclo storico, aperto con l’unità d’Italia, ormai si sta concludendo. Ed emerge imperiosa la necessità di una svolta, in direzione di nuove forme di democrazia partecipata nel territorio metropolitano e, per altro verso, della vocazione universalistica di questa straordinaria città, che è anche centro della cristianità e depositaria di un patrimonio artistico e culturale senza uguali. Una vocazione da recuperare e da rifondare modernamente su una visione europea e mediterranea di pace e di collaborazione tra i popoli, che tuttavia la trascenda per guardare al mondo intero.
C’è bisogno però di un preciso punto di vista da cui muovere per riconoscere e rovesciare le tendenze in atto, e costruire il futuro di una metropoli a misura umana e della capitale di un Paese in cui si affermino pienamente i principi di libertà e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione. La Costituzione antifascista, che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale, ossia sulle persone che lavorano e non sui proprietari percettori di rendite e profitti, è precisamente il punto di vista da cui muovere. Giacché senza valorizzazione del lavoro non c’è centralità della persona, della sua dignità, dei suoi diritti, della sua libertà.
D’altra parte, se la valorizzazione del lavoro - attraverso salari dignitosi e l’incremento dell’occupazione - è il principale fattore di contrasto alla disgregazione della metropoli e al degrado delle periferie, la presenza di un autonomo e libero punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori politicamente organizzati è indispensabile per contrastare il disegno urbano costruito sugli interessi di rendita e profitto, e per far prevalere l’interesse pubblico e il bene comune.
«Di fronte alla crisi del Paese e alla crisi delle grandi aree metropolitane, la città è una sola. Solo se i mali di Roma saranno affrontati, solo se la parte più oppressa della società, dai poveri e dagli emarginati agli anziani, dalle borgate ai ghetti della periferia avranno un peso nuovo su tutta la città, essa potrà essere rinnovata e risanata. Solo se sarà più giusta e più umana, potrà essere ordinata, potrà essere una città capace di custodire il suo passato e di preparare un futuro» (https://unitagiubberosse.wordpress.com). Non sono parole di un candidato o di una candidata a sindaco in questo torbido 2016. Queste parole di verità, peraltro molto attuali, sono state pronunciate da Luigi Petroselli il 27 settembre 1979 nel discorso d’insediamento al Campidoglio, succedendo a Giulio Carlo Argan.

 


 

La svolta delle giunte rosse
Per cambiare Roma c’è una storia di cui riappropriarsi, da studiare e rielaborare con lo sguardo rivolto alle contraddizioni esplosive del presente: quella delle «giunte rosse» in Campidoglio, e anche alla Provincia e alla Regione Lazio, che hanno governato nel decennio successivo alla vittoria del Pci nelle elezioni regionali del 1975 e allo strepitoso successo ottenuto nelle politiche e comunali del 1976. Grandi avanzate dopo lo spostamento a destra dei primi anni Settanta, realizzate anche in conseguenza delle «correzioni» di Enrico Berlinguer per un prioritario impegno del Pci nel sociale, dove avanzavano l’impoverimento e la disgregazione denunciati nel 1974 dal convegno del Vicariato sui mali di Roma. La storia delle «giunte rosse» dimostra come il declino della capitale non sia un destino segnato e senza scampo; e come a Roma il malgoverno, il malcostume e la corruzione si possano sconfiggere aprendo un orizzonte di buon governo, di giustizia sociale, di solidarietà. Oltre che di trasparenza e di efficienza - sì, anche di efficienza - nell’amministrazione del Comune.
E’ stata una fase assai ricca e complessa nella vita di Roma, del Lazio e dell’intera nazione, nella quale il Pci è esondato ben al di là del tradizionale argine delle «regioni rosse» per affacciarsi al governo del Paese, oggi del tutto rimossa come se si trattasse di un inciampo da seppellire tra i detriti della storia. Resta il fatto che, dopo i successi elettorali ottenuti seguendo l’impostazione politica di Berlinguer e moltiplicando i legami con la società profonda, quando in Italia venne all’ordine del giorno la questione del governo e di una diversa qualità dello sviluppo, la controffensiva avversa al Pci diventò assai pesante in tutti campi: politico, sociale, culturale-mediatico. Senza rinunciare al terrorismo e alla «strategia della tensione», che misero a dura prova la democrazia.
A Roma, segnata dalle manifestazioni violente e dagli «espropri proletari», dai sequestri, dagli attentati e dagli omicidi, una sequenza culminata con il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse il 9 maggio 1978, si è fatto di tutto per accendere la miccia della crisi del Pci, tentando di contrapporre gli iscritti ai dirigenti e soprattutto di sradicare il partito dalla sua base sociale di massa, mettendo a rischio con ciò la stessa democrazia repubblicana. Un tentativo sostanzialmente fallito perché il Pci ha reagito e lottato, cercando di mantenere vivo il rapporto con la società, in particolare con gli sfruttati e gli oppressi delle borgate, ma anche con gli intellettuali e i ceti intermedi. Non chiudendosi nelle istituzioni, ma facendo delle istituzioni, in particolare del Comune di Roma, il centro della partecipazione democratica e della sovranità del popolo romano.
Su questo terreno l’impegno di Gigi Petroselli sindaco è stato totale, coraggioso e senza risparmio. Da un lato, l’ascolto dell’anima popolare di Roma, il rapporto intenso con gli operai e non solo, con i quali si fermava a discutere e a mangiare un panino; dall’altro, il disegno di una città diversa e di una diversa capitale, alla quale restituire dignità e prestigio internazionale, coinvolgendo le forze migliori dell’intellettualità. Da una parte, la concretezza della vita quotidiana, che ha bisogno di risposte immediate; dall’altra, una strategia di cambiamento della metropoli, che ha forza e si può realizzare solo se poggia su un blocco sociale di riferimento. Su quest’intreccio di concretezza e progettualità, e con il sostegno di un grande partito di massa quale era allora il Pci, si sono misurate e hanno operato le «giunte rosse» a Roma e nel Lazio, di cui Petroselli è stato l’esponente di punta.
Già Argan aveva posto le premesse per un radicale cambiamento dell’assetto urbano, secondo l’idea che «se non si bonifica la periferia, il centro storico morirà soffocato; se non si collegherà organicamente e funzionalmente il centro storico alla periferia, Roma diventerà veramente una megalopoli mediorientale attorno ad un ritrovo di turisti». Nella Conferenza urbanistica del luglio 1977 si gettano così le basi per il risanamento delle borgate, la salvaguardia del patrimonio archeologico e monumentale, la riqualificazione del patrimonio edilizio.
Un disegno che da Petroselli viene arricchito, precisato e in gran parte realizzato in soli due anni. Prende corpo il progetto del grande parco che dal Colosseo abbraccia il territorio dell’Appia antica, secondo un’intuizione della migliore cultura urbanistica che era già stata dei francesi al tempo dell’occupazione dello Stato pontificio nel 1798; viene portata a conclusione la variante del piano regolatore generale per il risanamento delle borgate; si definiscono i piani particolareggiati per gli insediamenti produttivi; si dà attuazione al piano per l’edilizia economica e popolare, a cui concorre il capitale privato sotto controllo pubblico; si approva il Sistema direzionale orientale (Sdo), la vera chiave di volta del nuovo assetto metropolitano di Roma capitale.
Nel 1980 viene inaugurata la linea A della metropolitana, mentre assai intensa è l’attività della giunta comunale e del sindaco per assicurare l’esercizio dei diritti sociali e civili ed elevare la qualità della vita, il livello culturale e la partecipazione civica dotando la città di scuole, spazi verdi e impianti sportivi, di centri per gli anziani e per l’infanzia, di attività economiche e di servizio volte a favorire soprattutto l’occupazione giovanile e delle donne. In tale contesto l’estate romana, invenzione cult di Renato Nicolini, è stata non solo un fattore rilevante di diffusione della cultura e di coesione tra centro e periferie, ma anche uno strumento di presenza e di partecipazione contro la paura e il ripiegamento egoistico, indotti dalla violenza e dal terrorismo.
Questi indirizzi sono stati poi portati avanti dalla giunta guidata da Ugo Vetere, sebbene il contesto politico, generale e locale, si presentasse meno favorevole. D’altra parte - è bene ricordarlo non per un’operazione di archeologia sociale, ma perché oggi la direzione di marcia muove in senso opposto - anche la giunta di sinistra alla Regione dava corso a una serie di misure indirizzate a tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori e dei cittadini, e a salvaguardare il territorio. Ricordo, in particolare, la costruzione di una rete di trasporti pubblici nel Lazio e l’istituzione della sanità pubblica, fino ad allora inesistente nella capitale di uno Stato sovrano, dove dominavano il Vicariato attraverso monsignor Angelini e le cliniche private. Rilevante, inoltre, fu la scelta del bilancio partecipato, con la consultazione preventiva degli Enti locali, e del metodo della programmazione, finalizzato al riequilibrio sociale e territoriale della regione.

 



Giù le mani da Petroselli
È stata una stagione segnata da una molteplicità talora febbrile di iniziative e di interventi, tutti però ben caratterizzati da una scelta di campo. Quelle giunte non erano espressione del potere del capitale, della rendita e della speculazione. Al contrario, erano schierate dalla parte del lavoro, vale a dire di coloro che per vivere dispongono solo delle proprie abilità intellettuali e fisiche, e che quindi devono vedere rimossi gli ostacoli di ordine economico, sociale e culturale per poter esercitare i diritti di uguaglianza e libertà fissati in Costituzione.
Si espressero allora anche le virtù - di solito nascoste e represse - del popolo romano, capace di grandi slanci solidali come fu evidente in occasione del terremoto dell’Irpinia. Roma, capitale di solidarietà tra gli esseri umani e di pace tra i popoli, riacquistò dignità e prestigio tra le grandi città del mondo. Aveva ragione Petroselli, quando sosteneva che solo se la parte oppressa avrà «un peso nuovo su tutta la città», questa potrà essere risanata e rinnovata.
«Io come Petroselli», abbiamo letto sul Corriere della sera dell’8 marzo 2016. Parole di Roberto Giachetti, renziano convinto - secondo quel che dice e quel che fa - e candidato del Pd a sindaco di Roma. Pronunciate in occasione della visita alla tomba di un comunista più che convinto qual era allora Gigi Petroselli, morto come un operaio sul lavoro alla fine di un discorso davanti al Comitato centrale del Pci. Siamo a questo punto: il candidato renziano, dunque come Renzi guardiano e mentore dei poteri forti, per di più senza uno straccio di programma che guardi ai drammi del sociale e alla condizione umana nella metropoli, si appropria con pessimo gusto della salma di Petroselli, in vita schierato sulla frontiera opposta.
Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto il principe De Curtis in arte Totò. Questo è uno scippo e lei, Giachetti, è un ossimoro vivente, o forse ancora peggio: è l’espressione perbenista e bene educata (fino a un certo punto) di un trasformismo senza principi. Prima rutelliano, poi renziano e insieme pannelliano, si fa fotografare sulla tomba di un comunista, persona specchiata e da tutti rispettata, con l’intenzione fin troppo scoperta di raccattare un po’ di voti: il vuoto programmatico coperto da uno scippo mediatico e da parole al vento. Non è rispetto per una tradizione politica e per la figura di un grande sindaco. È solo l’ennesima manifestazione, poco seria e molto grave, del degrado di una politica che dichiara tutto e il contrario di tutto. Disposta a tutto pur di agguantare il potere.
Proprio la pratica politica senza principi e senza programmi alternativi al dominio dei più forti, diametralmente opposta a quella del Pci nella fase delle «giunte rosse», ha prodotto la crescita abnorme dell’astensionismo e in pari tempo l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle, che oggi si presenta come possibile vincitore a Roma. Non è un caso che dopo la parentesi poco felice di Ignazio Marino la candidata a sindaco del partito di Grillo e Casaleggio, Virginia Raggi, abbia dichiarato di avere votato Pd per quasi tutta la sua vita (!) e di essersene vergognata (corriere.it. 13 marzo 2016). Ma ciò non toglie che per la definizione del programma dei 5 Stelle abbiano votato solo 2.724 persone. E che il programma per la capitale nei suoi punti fondamentali è di una tale povertà di contenuti da lasciare sbalorditi: 1-mobilità e manutenzione delle strade; 2-trasparenza e stop agli sprechi; 3-emergenza rifiuti e cura del territorio (Blog di Beppe Grillo 17 marzo 2016).
Dunque, nessun progetto che guardi al futuro e nessuna strategia di cambiamento per una metropoli-capitale che rischia il collasso e un’involuzione storica. Dalla crisi della politica siamo approdati ai prerequisiti della normale amministrazione e all’annullamento della politica, che viene assorbita nella gestione amministrativa e rinuncia perciò a qualsiasi scenario di trasformazione dello stato delle cose presente. C’è qualcuno in qualunque partito e in qualsiasi città del mondo che vuole le strade sporche, intasate e dissestate? Che aspira ad avere un Comune opaco e sprecone? Che applaude se il territorio non è curato ed è invaso dei rifiuti? Siamo seri, il programma dei 5 Stelle per Roma è un banale catalogo di buone intenzioni, che tutti i passanti firmerebbero.
Ma se le cose stanno così, questa è un’ulteriore manifestazione della crisi verticale della classe dirigente, della funzione dirigente di chi ha detenuto e detiene il potere politico. Siamo persone normali con il pallino per l’onestà, precisa la Raggi. E l’onestà, occorre riconoscerlo, non è cosa da poco nel mondo in cui viviamo. Anch’essa è però un prerequisito, e un’attitudine della maggioranza degli elettori sequestrata dalla minoranza degli eletti. L’onestà è necessaria, ma non è sufficiente per governare una metropoli così complessa.
L’onestà era anche la nostra divisa quando governavamo Roma e la Regione. Ed essendo stato in quel tempo segretario regionale e romano del Pci, adesso, senza un filo di boria di partito ma constatando un’evidenza, posso dire di andare orgoglioso del fatto che nessuno dei miei compagni e compagne impegnati nelle «giunte rosse» abbia avuto a che fare con la giustizia. Ma per la verità devo anche aggiungere che se fossimo stati solo onesti, e non avessimo avuto qualche idea a proposito di Roma, oltre che un forte slancio ideale e politico, non avremmo resistito più di qualche mese nel governo della capitale del Paese, una delle città più significative e difficili d ’Europa e del mondo.

 


 

Una risorsa da valorizzare, non una preda da spolpare
Abbiamo preso le mosse dal rovesciamento di un luogo comune con il quale le vecchie classi dirigenti hanno sempre coperto le loro responsabilità storiche. Roma come risorsa da valorizzare a beneficio dei romani e di tutti gli italiani, non come patrimonio da sfruttare e città da assistere con qualche soccorso improvvisato, il più delle volte clientelare: questo è stato il punto di riferimento che ha guidato il Pci nel governo della capitale e della Regione, nel tentativo di superare il paradosso storico che ha conformato la città capitale.
La borghesia settentrionale, che secondo un’osservazione acuta di Togliatti solo qui avrebbe acquisito «la nozione esatta della sua funzione dirigente in modo che non avrebbe potuto se fosse rimasta chiusa nei fondachi di Milano e di Torino o nei campi lombardo-emiliani», ha trasferito a Roma la capitale dello Stato unitario in seguito al compromesso con gli agrari del Mezzogiorno. Ma lo Stato unitario per più di un secolo non ha mai discusso e definito il ruolo e le funzioni della sua capitale. Non lo ha fatto lo Stato liberale, neanche nei cinque anni in cui fu sindaco Ernesto Nathan. Non lo ha fatto lo Stato fascista, che con la vacua retorica della romanità ha sventrato il centro storico e riempito le periferie di baracche e di quartieri ghetto. Non lo ha fatto la Dc, nella quale prevalevano gli interessi della rendita parassitaria.
Solo nel febbraio 1985, in seguito alla mozione presentata l’anno precedente dal gruppo del Pci e firmata da Enrico Berlinguer, la Camera dei deputati ha svolto un’ampia discussione cui hanno partecipato con loro mozioni anche gli altri gruppi politici e ha poi approvato pressoché all’unanimità un documento in cui viene delineato il ruolo di Roma come capitale d’Italia. Per la prima volta lo Stato unitario, per iniziativa del Pci, ha ritenuto di doversi fare carico della propria capitale. Erano tempi in cui il quotidiano della “grande borghesia illuminata” del Nord descriveva Roma come una capitale archeologica e ornamentale, che regge trionfalmente il confronto con il Cairo, Tunisi e Atene. Ma se davvero Roma era questa, la critica ai “padroni del vapore” fondatori e finanziatori del Corriere della sera, che da Roma hanno estratto un pozzo di rendite e profitti, non poteva essere più efficace.
Impartire lezioni a Roma dopo averla spolpata è un esercizio che ha radici antiche. Lo dice bene Argan in un’intervista del 1976: «Se la “classe dirigente”, dopo l’unità d’Italia, avesse saputo definire il nuovo ruolo di capitale che Roma era chiamata a svolgere e l’avesse messa in condizione di adempiere a quella funzione, Roma non sarebbe al punto in cui è: è a questo punto perché la “classe dirigente” ha preferito considerarla un patrimonio da sfruttare e l’ha esosamente, indegnamente sfruttata» (Giulio Carlo Argan, Un’idea di Roma, p.67). Il risultato è stato la crescita di una metropoli che rende difficile la vita alla maggioranza dei romani e di una capitale burocratica largamente inefficiente, i cui costi gravano sulla collettività nazionale, funzionale però a una politica assistenziale che a sua volta alimenta rendite e parassitismi insieme alla speculazione edilizia.
Spezzare questo circolo vizioso attraverso una strategia che delinei ruolo e funzioni della capitale della Repubblica democratica fondata sul lavoro era l’obiettivo della mozione presentata dal Pci. Nella consapevolezza che qualificare il ruolo della capitale ed elevare il livello dei suoi servizi non solo ha ricadute dirette sull’assetto urbano di Roma e sulla condizione sociale dei romani, ma assicura benefici a tutti gli italiani in termini di innalzamento della produttività del sistema, di miglioramento della qualità della vita, di rafforzamento dell’unità della nazione dando soluzione alla questione del Mezzogiorno.
A questa impostazione il Pci era pervenuto sulla base di una ricerca non occasionale. Per la verità già Aldo Moro, che nel 1958 presiedeva la Commissione speciale per Roma, aveva osservato che i provvedimenti fino ad allora varati erano solo «urgenti soccorsi, mancando una visione organica e complessiva». Ma decisiva è stata l’esperienza delle «giunte rosse», giacché da quell’esperienza emergeva con chiarezza che per il cambiamento di Roma non bastava l’intervento del Comune sul suo territorio. Era necessaria un’assunzione di responsabilità di governo e Parlamento per le funzioni che Roma esercita in quanto capitale. Un’esigenza che il Consiglio comunale, per iniziativa del sindaco Vetere, aveva messo in chiaro con un documentoapprovato nel febbraio del 1984, da cui il gruppo parlamentare comunista aveva preso spunto.

 


 

Berlinguer, la strategia del cambiamento
In sintesi, la mozione Berlinguer 1-00063 muoveva da due premesse. Come progettare e far vivere una capitale intesa come cervello politico-istituzionale del Paese che operi in connessione organica con lo sviluppo della cultura e della scienza, in una fase nella quale la rivoluzione elettronica annunciava cambiamenti radicali nel modo di produrre e di vivere, nei modelli sociali e culturali. Come realizzare nel territorio urbano in cui si concentrano le maggiori istituzioni dello Stato, e che si configura come metropoli europea cerniera tra Nord e Sud del mondo, una riforma della pubblica amministrazione improntata a criteri di trasparenza ed efficacia, moralizzazione e democratizzazione, in modo da aprire le porte a una penetrante partecipazione dei cittadini
Da queste premesse discendevano le proposte, che si articolavano su alcuni assi principali, e che qui ricapitolo per sommi capi. In quanto a Roma capitale principale sede delle istituzioni politico-istituzionali e degli apparati dello Stato, due erano le scelte fondamentali: da una parte, l’allestimento nel centro storico di uno spazio razionale per le istituzioni elettive, contenuto nei costi e aperto allo scambio di relazioni con i cittadini, da realizzare salvaguardando rigorosamente l’ambiente monumentale nonché le attività produttive e di servizio; dall’altra, il trasferimento dei ministeri nel Sistema direzionale orientale (Sdo). Si trattava di scelte che avrebbero cambiato il volto di Roma, da accompagnare con l’informatizzazione dell’intero sistema della pubblica amministrazione e la qualificazione permanente degli addetti, anche istituendo un’alta scuola di studi.
In quanto a Roma capitale centro della cultura e della scienza, da promuovere attraverso la combinazione di innovazione scientifica e tecnologica diffusa e di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale accumulato, oltre al potenziamento delle università pubbliche e dei centri di ricerca, si proponeva tra l’altro la costituzione di un rilevante polo dell’industria della comunicazione con capitali pubblici e privati, mediante la combinazione di cinematografia, televisione ed elettronica. Inoltre, in riferimento a Roma capitale come moderna metropoli europea cerniera tra Nord e Sud del mondo, si chiedeva l’impegno coordinato di tutte le competenze pubbliche, in particolare delle Partecipazioni statali, per la realizzazione e l’ammodernamento di infrastrutture di portata strategica, come le telecomunicazioni, la viabilità di sistema, i trasporti ferroviari e aeroportuali.
Secondo questa impostazione l’intervento dello Stato centrale con i relativi finanziamenti avrebbe dunque riguardato non l’insieme dei problemi (e dei mali) di Roma in quanto metropoli, ma solo le sue funzioni attinenti al ruolo di capitale. Ogni ipotesi di leggi speciali e di interventi a pioggia veniva respinta, in coerenza con una visione che considerava Roma non la capitale da sovrapporre allo Stato delle autonomie come braccio armato del potere centrale, ma la capofila delle autonomie con funzioni di capitale. Un aspetto decisivo, questo, anche per impostare correttamente e in modo trasparente la questione dei finanziamenti statali e del bilancio del Comune.
Berlinguer, che al momento della presentazione della mozione diede il suo contributo in modo approfondito e rigoroso come era sua abitudine, riteneva che solo una motivazione forte, tale da far assumere alla proposta comunista una dimensione effettivamente nazionale e perciò unificante, estranea a localismi e corporativismi, giustificasse la presentazione di una mozione sulla capitale da parte del Pci. Quindi, no a nuove autorità e a strumentazioni burocratiche extraistituzionali senza controlli, sì invece al coordinamento tra governo, Comune, Provincia e Regione, in modo che ciascuno potesse fare la sua parte dentro le coordinate strategiche adottate dal Parlamento, che avrebbe esercitato la sua funzione di controllo.
Un’impostazione nella sostanza accolta dal documento approvato dalla Camera. Con il quale, oltre a porre in maggiore evidenza la questione ambientale e ad apportare arricchimenti e precisazioni su singoli aspetti, si impegnava il governo a mettere in bilancio gli stanziamenti necessari per la realizzazione dei progetti e a riferire periodicamente al Parlamento sullo stato del loro avanzamento. Successivamente, il gruppo del Pci, riprendendo le linee guida della mozione Berlinguer, presentava nel luglio 1986 una proposta di legge intitolata Programma pluriennale di interventi connessi con le funzioni e il ruolo della capitale della Repubblica allo scopo di dare più forza e completezza a un orientamento che rappresentava un’evidente cesura rispetto al passato. E che, proprio per questo, incontrava forti resistenze nel governo presieduto da Bettino Craxi e nella Dc.
In particolare, la proposta di legge, che fondava la strategia di cambiamento della capitale sul nesso organico tra sviluppo della cultura e della scienza, tutela dell’ambiente e qualificazione delle forze produttive, dunque tra sapere e lavoro, mentre potenziava il ruolo del Parlamento dando vita alla Commissione bicamerale per Roma capitale, fissava in settemila miliardi in dieci anni l’ammontare degli stanziamenti ordinari dello Stato. Inoltre stabiliva che per la realizzazione dei progetti venissero resi disponibili, a titolo gratuito, gli edifici e le aree di proprietà demaniale. Per la realizzazione del terzo centro direzionale romano, lo Sdo, e per il trasferimento in esso dei ministeri, si prevedeva di mettere a disposizione l’area dell’aeroporto di Centocelle appartenente al demanio, e di dare vita a una Spa pubblico-privata.
Ma la proposta del Pci, come pure la mozione approvata a stragrande maggioranza dalla Camera dei deputati, è restata lettera morta, un’occasione gettata al vento. E così si è tornati ai vecchi amori, vale a dire ai rapporti incestuosi e clientelari tra la “classe dirigente” e la capitale del Paese. Craxi considerava Roma poco più di un salotto di rappresentanza a disposizione dell’“Azienda Italia”, e dalla brume della Padania bacchettava i romani lavativi e spendaccioni. Tra i ministri, De Michelis preferiva trasferire la capitale altrove, forse a Venezia, mentre Goria, che occupava la poltrona del Tesoro, interrogato su cosa stesse facendo in applicazione della mozione approvata, rispose che non faceva un bel niente, altrimenti non avrebbe saputo cosa dire ai suoi elettori di Asti. D’altra parte, chiusa la fase delle «giunte rosse», il democristiano Nicola Signorello, sindaco “pennacchione” secondo la colorita espressione del suo compagno di partito Franco Evangelisti, sembrava preoccupato esclusivamente di mettere le mani sui pochi soldi disponibili per poterli distribuire a pioggia.

 


 

Le ragioni di una storia
Con la fine delle «giunte rosse» viene meno la possibilità di cambiare le città e di aprire un discorso nuovo per Roma capitale. È stata una fase ricca di sperimentazioni e di pratiche fondate sulla cultura della solidarietà per molti versi inedite nella vita della comunità metropolitana, di buon governo e di avanzamento civile e sociale che andrebbe indagata a fondo in tutti i suoi aspetti. Anche nei limiti e nelle difficoltà che ne hanno segnato l’esaurimento.
Qui mi limito a osservare che il nesso che lega storicamente e fattualmente il destino di Roma come metropoli alla sua funzione di capitale in un’unica conurbazione urbana, in cui il centro storico è lo specchio delle periferie e viceversa, il Pci lo ha colto pienamente con un certo ritardo, quando già le «giunte rosse», dopo il risanamento delle borgate, cominciavano ad andare in affanno ed avevano bisogno di un forte rilancio programmatico e progettuale. In seguito alle elezioni del 1975-76 il Pci governava in gran parte d’Italia, in molte regioni e città, ma non è riuscito a coordinare in modo efficace l’attività dei diversi governi locali sul tema cruciale della riforma dello Stato e del decentramento della pubblica amministrazione, di cui la questione della capitale è componente costitutiva anche per rafforzare l’identità della nazione.
La mozione Berlinguer su Roma capitale è del 1984. Siamo nel pieno dell’offensiva ideologica, sociale e politica del neoliberismo, che in Europa nel mondo con Thatcher e Reagan, ma anche e in Italia, annuncia la nuova era del dominio dell’individuo sulla società, del mercato sullo Stato, del capitale sul lavoro, del profitto e della rendita sugli esseri umani e sulla natura. Gli scarti programmatici e comportamentali si fanno sentire nelle coalizioni di sinistra che governano Regioni e Comuni. Nella giunta di Roma Renato Nicolini viene contestato dai socialisti per le sue iniziative. Alla Regione era stato arrestato l’assessore socialista al turismo in seguito allo scandalo degli “alberghi d’oro”. Sono i «meravigliosi anni Ottanta» celebrati dall’avvocato Agnelli: è la stagione della “Milano da bere”, e anche della Roma da mangiare.
Contestualmente, le profonde trasformazioni che investono la società e l’economia cominciano a incrinare il blocco sociale del Pci, quindi il suo sistema di alleanze e il suo consenso. Tra il 1981 e il 1991 la popolazione di Roma diminuisce del 2 per cento, al blocco demografico del Comune fa riscontro la crescita dell’area metropolitana circostante. Crollano nello stesso tempo gli occupati in agricoltura del 51,8 per cento e quelli dell’industria del 17,4 mentre aumentano del 18,1 per cento gli addetti al terziario.
Sotto la spinta della terziarizzazione e della finanziarizzazione si diffondono piccole rendite e si concentra la ricchezza, cresce il Pil insieme alla disuguaglianza e alla povertà. Si dilata a dismisura il consumo del territorio ed esplode la questione ambientale. Si moltiplicano figure professionali diverse e ogni sorta di servizi, ma resta aperto il dramma della disoccupazione soprattutto per giovani e donne. Nuovi poteri si configurano e comincia l’assalto ai beni pubblici e comuni nel circuito che si innesca tra banchieri e finanzieri, tecnologie della rete, comunicazione e cultura, ben oltre la tradizionale rendita parassitaria e immobiliare.
Insomma, emergono nell’area metropolitana romana nuove laceranti contraddizioni, che avrebbero richiesto un’attenzione più penetrante verso i problemi sociali e le nuove condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, portando alla luce le sofferenze del lavoro manuale e dei giovani senza occupazione e senza prospettive. Ma anche riconoscendo, ai fini della lotta per un diverso assetto urbano e della costruzione di un blocco sociale in grado di reggere l’urto dei poteri dominanti, le enormi potenzialità del lavoro intellettuale e scientifico, della comunicazione e dell’informazione, indotte dalla rivoluzione elettronica.
Sono temi che Berlinguer affronta in un’intervista del 1983 intitolata Verso il Duemila (Enrico Berlinguer, Un’altra idea del mondo, pp. 293-306). Ma l’opera di rinnovamento che il segretario del Pci aveva intrapreso in tutti i campi è stata drammaticamente interrotta dalla morte improvvisa, e hanno prevalso altri orientamenti. Già in quegli anni avevano largo corso a sinistra “teorie” che magnificavano le virtù del mercato. Giuliano Amato, per esempio, sosteneva che l’assenza di obiettivi è di per sé un obiettivo giacché l’unica possibilità, di fronte alla disgregazione sociale crescente, è adeguarsi alle tendenze dominanti del momento. Di conseguenza, la costruzione di un «blocco sociale progressista» sarebbe una pura astrazione ideologica (Il lavoro senza rappresentanza, p. 44 e 298 nota 72). E della politica, si dovrebbe aggiungere, altro non rimarrebbe, se non una forma di galleggiamento opportunistico sulle onde tempestose dei mercati.

 



Metropoli autogovernata, capitale della democrazia partecipata
È evidente che in queste condizioni, se è vero che la libertà di mercato alloca razionalmente le risorse, sprigiona tutte le energie compresse nel corpo sociale e garantisce il libero gioco democratico, allora non ha alcun senso definire una strategia per la capitale dello Stato. Dall’unità d’Italia alla metà degli anni Ottanta la popolazione di Roma, seguendo le tendenze del mercato, è cresciuta di circa 15 volte, quella italiana è poco più che raddoppiata. Che l’enorme crescita demografica della città strabordata in metropoli sia il prodotto della sua funzione di capitale è un dato di fatto che nessuno può negare. Ma questo enorme dato di fatto è stato semplicemente ignorato dalla “classe dirigente”. E lo è ancora oggi, nonostante sia stato beffardamente introdotto in Costituzione un articolo che definisce Roma «capitale della Repubblica».
D’altro canto, il dominio della cultura d’impresa e la denigrazione sistematica del pubblico hanno portato a un duplice effetto. Su un versante, le privatizzazioni e l’appalto ai privati dei servizi pubblici; sull’altro, il degrado, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica e la perdita di dignità dei dipendenti. Così le spese sono raddoppiate e i servizi sono peggiorati. E il cittadino paga tre volte. Per il cattivo servizio, per il mantenimento di un apparato pubblico degradato e permeabile alla corruzione, per i profitti da assicurare ai concessionari privati. Si assiste a una situazione paradossale: la spesa aumenta e i servizi pubblici si riducono, le tasse locali crescono e le prestazioni peggiorano.
Nella somma confusa di disposizioni e di intenzioni relative all’area metropolitana, la legge 42/2009 stabilisce che «Roma Capitale è un ente territoriale, i cui attuali confini sono quelli del Comune di Roma, e dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dalla Costituzione. L'ordinamento di Roma Capitale è diretto a garantire il miglior assetto delle funzioni [sic] che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli organi costituzionali nonché delle rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri, ivi [sic] presenti presso la Repubblica Italiana, presso lo Stato della Città del Vaticano e presso le istituzioni internazionali».
A parte l’italiano zoppicante e la norma secondo cui Roma capitale dovrebbe garantire il migliore assetto per le rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri anche presso un altro Stato estero qual è il Vaticano, abbiamo a che fare con disposizioni burocratiche di banale amministrazione, del tutto neutre rispetto al presente e al futuro della capitale. Roma Capitale o Rome & you, insipido logo commerciale del sito ufficiale capitolino? Certo è che dietro Roma Capitale con la C maiuscola c’è il nulla, un vuoto spinto di progettualità e di prospettive. Solo uno slogan senza contenuto, che Gianni Alemanno ha innalzato per esaltare una bolsa retorica della romanità e coprire le peggiori nefandezze.
Non c’è dubbio che la gestione di Alemanno, un sindaco al vertice del clientelismo e del malaffare che ha riesumato i fantasmi del fascismo, sia stata la peggiore della storia repubblicana, ben diversa dalle giunte Rutelli e Veltroni che hanno governato nel passaggio tra il Novecento e il Duemila. Ma occorre precisare che il tanto decantato “modello Roma” non è stato altro che un’espressione prolungata, sia pure a tratti originale, del galleggiamento dei governi locali sulle tendenze spontanee del mercato. Tutta interna e subalterna a un neoliberismo “di sinistra”, nella convinzione che il pieno dispiegamento della libertà d’impresa, accompagnato da un pizzico di verdismo buonista e da un po’ di compassione verso “i meno fortunati”, avrebbe consentito a Roma di crescere governandola con il sostegno del partito “leggero” di una nuova borghesia rampante.
Un indirizzo che rompeva con l’impianto delle giunte di sinistra sui quattro punti cardinali: la centralità della questione sociale e del lavoro; il contenimento e il controllo della rendita immobiliare e finanziaria; la visione unitaria della metropoli, ossia il superamento della frattura tra centro e periferia mediante il cambiamento dell’intero assetto urbano; la delineazione di una strategia complessiva, volta a contrastare la crisi della metropoli e a ridefinire il ruolo della capitale.
Il “modello Roma”, al contrario degli interventi strutturali, puntava sulla filosofia dei “grandi eventi”, sull’evento straordinario: sempre mediatico, di volta in volta sportivo, culturale e religioso. Ma i “grandi eventi”, al di là degli introiti di chi organizza il business, raramente hanno prodotto benefici per la città e i cittadini, soprattutto non hanno cambiato il volto di Roma e la dinamica del suo declino. Al contrario, come è noto, la dinamica del declino è stata accelerata e il volto di Roma è stato sfregiato.
Rutelli si ricorda soprattutto per il buon successo ottenuto nell’ organizzazione del Giubileo del Duemila promosso da papa Wojtyla, il quale peraltro non aveva mancato di bacchettarlo per il «dramma» di una città in cui «emerge, prepotentemente, il problema della disoccupazione e del lavoro» (l’Unità, 26.1.96). Resta il fatto che subito dopo il Giubileo, con Veltroni sindaco e Morassut assessore all’urbanistica, viene approvato «il peggior piano regolatore della storia di Roma», come scrisse Nicolini (Controlacrisi, 5.8.2012).
Era il trionfo della rendita immobiliare e finanziaria, che mai aveva avuto tanto potere, neanche ai tempi dei sindaci democristiani del dopoguerra. Curiosamente, forse per un ghiribizzo della storia, il giudizio definitivo sugli effetti del “modello Roma” lo ha dato proprio Rutelli in un momento di lucidità nel 2008, quando si ricandidò senza fortuna per succedere a Veltroni in un nuovo passaggio di mano tra i due vessilliferi del “modello”: «una città devastata e ridotta allo stremo» (P. C. Senza alibi la sconfitta del “modello Roma”, Dalla parte del lavoro, 12.5.2008).
Il resto è cronaca dei nostri giorni, e di quel giudizio è ancora peggiore. Nello stato in cui oggi hanno ridotto Roma, recuperare l’ispirazione profonda e il modo di governare che ha guidato le «giunte Rosse» è una condizione necessaria per rovesciare le tendenze distruttive in atto e arrestare il declino, aprire un orizzonte nuovo e gettare lo sguardo verso il futuro. Ma il rinascimento di Roma può affermarsi solo se, muovendo dalle più efficaci esperienze di governo e dalle migliori tradizioni del movimento operaio e popolare, matura tra i romani di oggi, uomini e donne, di tutti i colori e di tutte le culture e le fedi, un senso forte di ribellione che si traduca nella costruzione di una inedita entità sociale, in grado di adottare e praticare una nuova concezione della politica come mezzo per trasformare la realtà.
Serve un legame organico e permanente tra lotte locali, movimenti su singoli temi e ridisegno complessivo della metropoli, tra obiettivi da perseguire e blocco sociale da mettere in campo. Isolarsi nella propria particolarità, nel proprio interesse di gruppo, nella cura del proprio orto quando c’è da conquistare la prateria può salvare la coscienza di qualcuno ma non sposta i rapporti di forza. È una pratica e una mentalità cui porre fine al più presto.
La stessa buona amministrazione, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti con decisione le disuguaglianze e le ingiustizie, non basta. Senza la costruzione di un blocco sociale alternativo al dominio della rendita e della finanza, e senza una partecipazione democratica organizzata e duratura, che spezzi l’autoreferenzialità e la separatezza della politica, non è possibile cambiare la condizione di Roma. Una comunità urbana per tutte le età in sintonia con l’ambiente naturale, multietnica e solidale, centro di cultura aperto al mondo e all’innovazione; una metropoli universale autogovernata, capitale della democrazia partecipata: questo è il vero modello Roma per cui lottare.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
Roma, 24 marzo 2015