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III - Nelle mani del capitalista che punta al massimo profitto le innovazioni scientifiche e tecnologiche servono per intensificare il lavoro, ridurre il numero degli addetti, contenere il monte salari. Di conseguenza, secondo Marx, la diminuzione della quota degli investimenti destinati alla forza-lavoro generatrice del plusvalore, rispetto a quella investita in strumenti tecnici, produce tendenzialmente la caduta del saggio del profitto. Nel lungo termine non diminuisce la quantità dei profitti, bensì il livello di remunerazione del capitale rispetto all’ammontare complessivo degli investimenti.
Contro tale tendenza vengono poste in atto le più diverse contromisure, ma il segnale è chiaro: il sistema in sé perde efficienza e ha bisogno di potenti correttivi. E questi vengono dispiegati non solo nel campo dell’economia, ma anche nell’organizzazione della società e dello Stato, in quella che Marx chiama la sovrastruttura, comprendente le istituzioni culturali e politiche attraverso le quali la classe dominante esercita la funzione dell’egemonia, del comando e della violenza, fino alle guerre per la spartizione del mondo. È la storia del capitalismo.
La borghesia - troviamo scritto nel Manifesto - «non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Dal che si dovrebbe dedurre che per analizzare le incessanti mutazioni del capitale c’è bisogno di un pensiero critico dinamico, in divenire, aperto alle continue innovazioni della scienza e della tecnica, in grado di decodificare la società capitalistica in continuo movimento. Il contrario delle varie ortodossie che hanno imbalsamato il pensieroilcapitale 350 min dirompente di Carlo Marx in un catalogo senza vita di formule e formulette. Non a caso Marx dichiarava di non essere marxista.
A un certo grado dello sviluppo del sistema - ci dice Max - si determina una condizione nella quale «i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato (…) così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomigliano allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate». In altri termini, i rapporti di proprietà capitalistici si dimostrano troppo angusti per contenere la debordante potenza delle forze produttive. La proprietà sociale dei mezzi di produzione bussa alle porte.
Il punto di massima tensione si raggiunge nella fase in cui è la scienza stessa a configurarsi come forza produttiva e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di manipolazione e comunicazione. In questa fase il lavoro non scompare, ma assume caratteristiche sempre più qualificate, di ricerca e di controllo. Osserva Marx che quando «l’intero processo di produzione (…) si presenta come applicazione tecnologica della scienza» c’è bisogno di una classe lavoratrice «superiore» con un grado sempre più elevato di conoscenze. Fino a formare l’intelligenza generale dell’intera comunità. In questa fase - sottolinea il Moro di Treviri - «la specializzazione cessa», e «la tendenza verso lo sviluppo integrale dell’individuo comincia a farsi sentire».
Tuttavia il passaggio a una civiltà superiore, in cui il rapporto organico tra lavoro e sapere non sia continuamente spezzato dalla dittatura del capitale, avviene non in modo automatico, per spontanea evoluzione. È noto che Marx non intendeva apparecchiare pietanze per le osterie del futuro, intendendo con ciò che non era nelle sue corde una visione utopica della nuova società. Come era a lui del tutto estranea l’idea schematica e primitiva che il passaggio rivoluzionario a una società superiore possa avvenire seguendo un modello unico, ovunque e indipendentemente dalle condizioni storiche concrete.
Ma al di là di come e per quali vie si possa compiere il rivoluzionamento dell’economia, della società e dello Stato, per Marx resta fermo il principio che la classe lavoratrice debba comunque organizzarsi in partito politico, perché - sono sue parole - «ogni lotta di classe è lotta politica». Senza «organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico», - aggiunge - coloro i quali vivono del proprio lavoro restano nella condizione di una massa dispersa e impotente.
Dunque, perché la classe degli sfruttati si costituisca come tale ha bisogno di riconoscersi come tale, conquistando coscienza di sé e della propria funzione storica. E ciò non si ottiene senza l’organizzazione in partito politico, e senza la visione della politica come strumento di lotta per la liberazione - cito testualmente - della «enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza».
In conclusione possiamo dire che non vi è nel pensiero di Marx alcun determinismo. Sono gli esseri umani il fattore decisivo. Questo ci insegna Carlo Marx. Ma proprio perciò, una volta portato alla luce il meccanismo di funzionamento del capitale, non basta - come egli ci avverte - interpretare diversamente il mondo. Occorre agire per trasformarlo.
Paolo Ciofi