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II - Per «forza-lavoro o capacità di lavoro - chiarisce Marx - intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali (sottolineo intellettuali) che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di un uomo (e di una donna, diremmo noi oggi), e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere». E poiché il suo valore è determinato dai mezzi di sussistenza necessari a conservare e riprodurre «l’individuo che lavora nella sua normale vita», ne deriva che il «valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale». Una visione che conferma l’umanesimo integrale di Marx.
Il concetto di classe lavoratrice si riferisce quindi non all’applicazione tecnica della forza-lavoro in un determinato procedimento produttivo, ma al fatto che miliardi di individui, tutti diversi tra loro come persone e indipendentemente dal lavoro che svolgono, hanno una caratteristica comune: quella di vendere l’insieme delle proprie capacità fisiche e intellettuali in cambio dei mezzi per vivere. D’altra parte, se l’universalità del lavoro si esprime nella concreta attività e nella vita di ogni persona, ciò significa - nella visione marxiana - che la liberazione della classe oppressa non può risolversi nella soppressione della libertà dei singoli. E infatti per lui il comunismo è una condizione sociale nella quale «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti».
Nella condizione sociale del capitalismo, invece, la separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro fa sì che mentre si realizzano nel mercato le merci che incorporano un plusvalore, si riproduce in pari tempo il rapporto di proprietà. Di modo che, annota Marx, dal momento che il processo produttivo crea non solo il prodotto per il consumatore ma anche il consumatore per il prodotto, la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.
Ma, osserva ancora Marx, «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (…)marxelamoglie 350 min altrettanto quanto il lavoro». Per questo motivo, il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, al fine di ottenere un profitto, deve poter disporre del lavoro e della natura, che vengono coinvolti insieme in un unico meccanismo di sfruttamento.
Diversamente - precisa il nostro interlocutore - «dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo». I beneficiari dei frutti della terra, infatti, sono soltanto «i suoi usufruttuari - conclude - e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive».
Ancora di recente è stato osservato che, essendo «l’incremento indefinito del profitto privato» lo scopo dell’agire capitalistico, ne deriva «inevitabilmente» che il capitalismo «distrugge la terra, la sua ‘base naturale’». Ma già lo stesso Marx, in un’altra epoca storica, aveva notato che il capitale, a un certo grado della sua crescita, mette a rischio le condizioni stesse della riproduzione di se medesimo: «la grande industria e l’agricoltura gestita industrialmente» - scrive - concorrono congiuntamente a dilapidare, da un lato, «la forza-lavoro, e quindi la forza naturale dell’uomo», dall’altro, «la forza naturale della terra».
Qeusto sistema, che sfrutta congiuntamente gli esseri umani e la natura, incalza Marx, è segnato da una insuperabile contraddizione. Infatti, per alzare i profitti, il capitale ha bisogno di contenere i salari, ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto riducendo la domanda, e quindi impediscono la realizzazione dei profitti. Si direbbe che il capitale è vittima delle sue stesse macchinazioni. In questo sistema piuttosto primitivo non vengono riconosciuti i bisogni reali, bensì solo quelli solvibili, espressi in tangibile domanda pagante, l’unica valida per incamerare un profitto. Emerge così in modo clamoroso il paradosso del capitale, per cui, in presenza di crisi da sovrapproduzione per difetto di domanda pagante, si assiste in pari tempo al diffondersi della povertà a causa di bisogni reali insoddisfatti.
«Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione - annota l’autore del Capitale - assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre la vera causa di tutte le malattie». La crisi», precisa, «scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione». Perciò agli occhi dell’osservatore superficiale la speculazione appare come causa della crisi.