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3 - La proprietà privata e il nuovo socialismo
ciofie un giovane minIl superamento dell’ordinamento del capitale verso una civiltà superiore scaturiva, nella sua analisi, non da precostituiti schemi ideologici bensì dallo stato del sistema dominante, scosso a suo giudizio da una crisi «strutturale e di fondo». Se, da una parte, annota Berlinguer, sostenere che «il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto è una delle più grandi castronerie che siano state dette», funzionale peraltro all’affermazione che la stagnazione e la crisi dell’Urss decretano la fine di qualsiasi alternativa al capitale, d’altra parte è sotto gli occhi di tutti che nessuno degli esperimenti socialdemocratici ha portato al superamento del capitalismo. Tanto è vero che anche nei Paesi governati dalla socialdemocrazia «vi sono tutti i segni tipici della crisi di fondo delle società ‘neocapitalistiche’»¹¹. Le politiche socialdemocratiche, presentate come “realistiche” e “concrete”, in realtà hanno finito per consolidare il sistema di sfruttamento del capitale.

Eppure la crisi nei punti alti del capitalismo si presenta come una vera e propria crisi di civiltà, una crisi di «tipo nuovo», poiché produce non solo i tradizionali e crescenti disagi materiali derivanti dai bassi salari e dalla disoccupazione, ma uno stato di generale malessere, di insicurezza e di precarietà. Come dice Berlinguer, «le ansie, le angosce, le frustrazioni, le spinte alla disperazione, le chiusure individualistiche, le illusorie evasioni». Insomma, l’infelicità delle donne e degli uomini del nostro tempo¹².
Viene in discussione il senso stesso della vita. E quindi lo scopo del lavorare e del produrre, perché e per chi produrre. Non basta a questo punto redistribuire la ricchezza secondo i canoni keynesiani, è indispensabile intervenire nel processo di accumulazione e di produzione delle risorse. E poiché «la piramide di tutto il complesso della divisione, dell’oppressione e dello sfruttamento – tra classi e interi Paesi – ha per base i rapporti proprietari e di produzione capitalistici», è necessario - chiarisce il segretario del Pci - «un intervento innovatore nell’assetto proprietario», tale da spingere la struttura dell’economia verso il soddisfacimento dei grandi bisogni della collettivit๳.
In definitiva, «una soluzione socialista». Più precisamente, «un nuovo socialismo» perché - sono sue parole - i comunisti italiani, in Italia e in Europa, lottano per realizzare una società socialista, «che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale»¹⁴. Con «l’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, (…) del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni». Garantendo in pari tempo «la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura»¹⁵.

Ciò implica la liquidazione della sovranità totalitaria del mercato, ma non la sua soppressione e la statizzazione totalitaria dei mezzi di produzione come è avvenuto in Urss. Bensì il governo democratico e l’uso del mercato medesimo come misuratore di efficienza nell’ambito di una pianificazione strategica flessibile, volta ad assicurare con un’alta capacità produttiva l’elevamento del benessere generale. Dunque, un rivoluzionamento dell’intero assetto economico e sociale, incardinato su diverse forme di proprietà. La questione proprietaria è forse il vero dato maggiormente caratterizzante di un nuovo socialismo.

È evidente allora, o così dovrebbe essere, che la lotta per l’attuazione della Costituzione, la quale sancisce il pluralismo delle forme proprietarie, diventa il passaggio decisivo sulla via del socialismo. Il rilievo della questione proprietaria nella Carta del 1948 è perfettamente in linea con un disegno che a fondamento della Repubblica democratica pone il lavoro e non il capitale, progettando per i lavoratori il ruolo di classe dirigente e ridefinendo in tal modo i fondamenti della libertà e dell’uguaglianza. Come fa notare Gianni Ferrara nel suo ultimo libro¹⁶, la democrazia costituzionale innova ben oltre il perimetro liberale delle regole, pur importanti, e si riempie di contenuti sociali allorché con l’articolo 3 assume il concetto di uguaglianza sostanziale, una novità assoluta che non si trova in nessuna delle Costituzioni europee.

Proprio per rendere concreti i diritti sociali, che attengono al pieno sviluppo della persona umana e senza i quali democrazia e libertà vengono più che dimezzate, la Costituzione affronta in modo nuovo, peraltro oggi fortemente contrastato dalla destra liberale e non solo, il tema della proprietà, ponendo un limite alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale». Inoltre sancisce diverse forme di proprietà, che può essere «pubblica o privata», e prevede anche che «a comunità di lavoratori o di utenti» possano essere «riservate o trasferite» imprese o categorie di imprese che si riferiscano a servizi essenziali, a fonti di energia o «a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale» (artt. 42 e 43). Soprattutto nel titolo III della Carta è chiaramente delineato un progetto di nuova società, che per essere attuato ha bisogno della intelligenza e della forza dei lavoratori organizzati in partito politico, come prevede l’articolo 49. E della costruzione di un blocco sociale e politico ampio, il quale si riconosca nei principi della Costituzione e li faccia propri.