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2 - Le innovazioni di Berlinguer
Cioficentenario17 2 minUn’opera continua di aggiornamento e di rinnovamento - aggiunge il segretario del Pci - da portare avanti «non rompendo con il proprio peculiare passato, non separandoci dal nostro retroterra, non recidendo le nostre radici, non facendo il vuoto alle nostre spalle», ma sviluppando il grande patrimonio accumulato dai «movimenti rivoluzionari nati col Manifesto del partito comunista» e cercando di «esprimere, nei tempi nuovi, il meglio delle nostre tradizioni culturali e conquiste civili. Diceva Machiavelli: ‘Se le Repubbliche e le sette (cioè i partiti odierni) non si rinnovano, non durano. E il modo di rinnovarle è di ricondurle verso i principi loro’»⁵.

Assumendo dunque da Gramsci la visione della rivoluzione non come «atto taumaturgico», bensì come «processo dialettico di sviluppo storico», e sviluppando il progetto della «democrazia progressiva» con il quale Togliatti aveva superato la contrapposizione storica tra riforme e rivoluzione, le innovazioni introdotte da Berlinguer ruotano intorno a due idee-forza che caratterizzano tutta la sua ricerca teorica e la sua azione pratica. La riaffermazione, innanzitutto, che non vi può essere «un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni», giacché i processi rivoluzionari si manifestano sempre in condizioni storicamente determinate e irripetibili. In secondo luogo, la convinzione che in Italia la società socialista sarà diversa «da ogni altro modello esistente», e avrà come riferimento ineludibile i principi e i diritti della Costituzione antifascista del 1948, la vetta più elevata raggiunta dagli italiani nella contrastata lotta per la libertà e l’uguaglianza.

Il nesso tra democrazia e socialismo in questa visione diventa sempre più stringente. «La via democratica al socialismo, chiarisce il segretario comunista, è una trasformazione progressiva - che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista - dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco delle forze sociali in cui esso si esprime»⁶. Da qui, muovendo dal riferimento esplicito alla nostra Carta fondamentale, all’affermazione della democrazia come «valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista», il passo è breve. E Berlinguer lo compie a Mosca in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione⁷.

Nella sua visione la democrazia non è solo la via del socialismo, ma un suo imprescindibile fattore costitutivo. Si tratta di un avanzamento rilevante rispetto all’impostazione di Togliatti, che teorizzava la possibilità di diverse vie al socialismo, e quindi la particolarità della via italiana. Nell’impostazione di Berlinguer si sostiene invece che il socialismo è connaturato alla democrazia: un principio generale, pur nella diversità delle forme democratiche, che il segretario del Pci riteneva si dovesse affermare soprattutto nei Paesi di capitalismo avanzato dell’Europa, secondo gli indirizzi della breve stagione dell’eurocomunismo.

Il 15 dicembre 1981, in seguito ai fatti di Polonia e in un quadro di evidente stagnazione e difficoltà del sistema sovietico, in particolare dopo l’intervento militare in Afghanistan, Berlinguer afferma che è venuta esaurendosi «la spinta propulsiva di rinnovamento» delle società dell’Est europeo. Da qui trae la conclusione che, «superata tutta una fase del movimento del socialismo scaturita dalla Rivoluzione d’Ottobre», ora «si tratta di aprirne un’altra e di aprirla, prima di tutto nell’occidente capitalistico»⁸.

Una presa di distanza molto netta dal cosiddetto «socialismo realizzato», ma non un accomodamento nell’area della socialdemocrazia, che peraltro invece di un accomodamento sarebbe stato un suicidio, poiché anche la fase socialdemocratica del movimento operaio, secondo Berlinguer, era venuta esaurendosi. C’era dunque bisogno di una terza soluzione, di una terza fase. O di una terza via «rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’Est europeo»⁹. Di conseguenza «il compito essenziale oggi, per noi, - precisava - sta nel portare avanti il processo rivoluzionario nell’Occidente, su vie che tengano conto e facciano tesoro dell’esperienza delle due precedenti fasi e della riflessione critica su di esse, per inaugurare la terza fase di avanzata al socialismo (…) in ogni parte del mondo»¹⁰. Tale era lo scenario nel quale giorno dopo giorno lottava il segretario del Pci.

La situazione richiedeva: una visione nuova dell’internazionalismo, non ristretto al campo socialista e alla classe operaia ma esteso a tutti i soggetti e a tutti i Paesi offesi dallo sfruttamento del capitale; un rapporto diverso tra Nord e Sud del mondo, volto a rovesciare lo scambio ineguale e la disuguaglianza nello sviluppo; l’abbandono definitivo dello schema del partito guida e l’affermazione piena della pari dignità e della completa autonomia nei rapporti tra i partiti comunisti. Tutti terreni sui quali il segretario del Pci dispiegò la sua azione, sorretto da un forte e riconosciuto prestigio personale.